Cin.

Il bicchiere è sempre pieno. Neanche a metà.

E’ una sicurezza vedere il liquido, spesso rosso a volte bianco, a portata di mano. Bottiglia e bicchiere sempre appoggiati sul tavolo.

E un approvvigionamento nella madia. Almeno un cartone da sei.

Controllo ogni giorno che ce ne sia una bella scorta. Perché non mi ricordo mai quante ne bevo. Non è importante di che marca, non conta la qualità.

Mi basta sapere che sono li, come un tesoretto. Una piccola fortuna che costudisco gelosamente, che curo, coccolo.

Non lo degusto. Lo tracanno.

Quando vado in negozio, per il rifornimento, compero quelle in azione. Ormai esco di casa solo per quello. Un tragitto che conosco a memoria, che potrei fare ad occhi chiusi.

So dove pisciano i cani, dove finisce il marciapiedi, quanti gradini per entrare in bottega. Conosco il viso della commessa, che ormai si è abituata alla mia presenza, quasi quotidiana, e alle mie bottiglie.  Mi fa solo un cenno con la testa senza nemmeno dirmi buongiorno, e so quanto devo pagare dal display della cassa. Questa è la mia vita sociale.

Rosso o bianco non guardo tanto per il sottile, anche se il mio palato predilige il rosso, come se fossi un sommelier. Perché è più corposo e ancora riesco a sentirne il gusto in bocca. Al primo bicchiere almeno.  

Poi via via il sapore si perde, e diventa quasi acqua. Ma il rosso mi annebbia prima la mente, per quello mi piace di più. Mi stupisco del fatto che ancora uso i bicchieri. Tra poco sento che passerò direttamente alla bottiglia. Meno sforzo, più resa.

Non mi curo nemmeno più di nasconderle, le bottiglie. Ormai non c’è più nessuno che fruga in giro per casa, per scovarle e buttare tutto nel cesso o nel lavello in cucina e portare i vuoti in discarica. Non c’è più nessuno che gioca a “acqua…acqua…fuochino… fuoco.. trovata !”

E passo le mie giornate sul divano, contornata da porta-cenere pieni di mozziconi che spesso restano fumanti, bicchieri sporchi, polvere che si accumula sui lampadari, con la televisione accesa sempre sullo stesso canale, giorno e notte. Non la guardo, sento a volte solo il suono, quando non sono cosi stordita.

A tratti mi scopro a pensare da quanto tempo ho questa voglia di bere, che poi è diventata un esigenza, una droga. Una dipendenza. Non mi ricordo molto. Ho solo dei flash, ricordi vaghi che cancello bevendo. Entro in un circolo vizioso:

ricordo-bevo-dimentico.

La casa è sporca, puzza. Non so quando ho fatto l’ultimo bucato o lavato i piatti che si accumulano nel lavello, ormai saturo. Ma mangio sempre meno, bevo sempre di più.

Non apro più le finestre, le piante in giardino sono morte, i muri gialli di nicotina.

Il letto non viene cambiato da mesi ormai. Non faccio una doccia da un eternità. E i vestiti che ho addosso sono, allo stesso tempo, il mio pigiama, la mia tenuta da casa, la mia tenuta da uscita. La mia seconda pelle.

Se ne sono andati tutti. Tutti tranne le mie amate bottiglie, che accarezzo come si fa con un gatto, come fossero un amante voglioso, che cantano il richiamo delle sirene. Ma io non sono Ulisse, non resisto. E manco ci provo.

Non mi importa più di nulla e non mi oppongo alla tentazione. Mi lascio cullare nell’oblio dell’alcool, in attesa.

Hanno provato a raddrizzarmi. Pianti, bei discorsi, tentativi di farmi sentire in colpa, rimorsi.

Vani tentativi di ricoveri in strutture adeguate. Per il recupero, per il mio bene. Bla.. Bla..Bla..

La bottiglia batte l’avversario KO a tutti i match, e dopo poco nessuno vuole più mettersi in competizione con un litro di Merlot.

Non so dove sono finiti. Ho semplicemente preso atto, una mattina, dell’essere rimasta da sola.

Amen, di qualcosa si deve pur morire. Basta che sia presto. Veloce e indolore. Il fine è quello. Il mezzo che ho scelto per la mia auto-distruzione è fin piacevole.

Eccole, sento le voci suadenti che hanno iniziato il loro cantico. E rispondo al richiamo aprendo un Cabernet, che ho tenuto per un’occasione speciale. Non so quale possa essere, ma se ci penso un attimo la trovo.

Per festeggiare la mia vita sconfitta, la solitudine. Non mi depilo, ho i capelli unti, il fiato è rancido.

Con il bicchiere in mano vado in bagno per urinare,  guardo allo specchio una figura che piange.

Alzo il bicchiere e brindo insieme a me.

Ortioca

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