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Metti via le scarpe…

Mi piace quando la gente capisce al volo, già subito la prima volta.

Che quasi ti possa leggere nel pensiero. Che senti quell’affiatamento mentale, quella sintonia che a volte fa quasi paura.

Mi piace quando si afferra il pensiero ancor prima che l’altro l’abbia formulato.

Non che devi ripetere ancora e ancora che le scarpe non si lasciano lì all’entrata… No, c’è la scarpiera, usiamola !

Mi piace che, senza tanti giri di parole, il concetto arrivi dritto dritto dove deve arrivare.

Ottimo.

Ortioca

Brododigallina.home.blog

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Stesse scarpe.

Dai, aprila quella scatoletta di tonno.

Che altro in cucina non sai fare.

E per non sporcare un piatto, mangi direttamente dalla latta, dopo aver scolato quell’acquetta dubbiosa nel lavandino. 

Fai la lista della spesa a mente, dai da mangiare alla tartaruga d’acqua, accendi una sigaretta.

Che noia.

Sai che ci sono le lenzuola del letto da lavare, ma magari domani. Che tanto ci dormi dentro sempre e solo tu.

Il tuo letto è freddo, ormai da eoni.

Sei diventato uno specialista di pugnette fai-da te in bagno, con il telefonino in mano sintonizzato su un porno qualsiasi.

Ti guardi intorno e non vedi come ti sei conciato.

Non vedi la tua miseria. Di come ti sei ridotto, della pancia che aumenta e dei pochi capelli che, a fatica resistono.

Non senti l’eco del silenzio che ti riempie la casa.

Non vedi che metti sempre le stesse scarpe, la stessa giacca. E si sente che compri quel deodorante scadente.

Lasciatelo dire, va oltre il rivoltante. Parecchio.

Eppure ti fai “grasso” perché hai fatto l’università. Come se fosse un privilegio riservato a pochi.

Una volta forse. Ora cani e porci.

Quasi nessuno sa che il tuo frigo è pieno solo di birre e ti senti figo perché non sei sui social, ma spii tutti quelli che conosci, appena possibile.

Dai, aprila quella scatoletta. Che alternative non ne hai. Lo sappiamo bene, tu e Dio.

Ti sei perfino preparato.

Che se, per sbaglio, qualche collega ti chiede – giusto per fare conversazione salva-imbarazzo nella saletta comune dell’ufficio – cosa hai mangiato oggi di buono, come un grande chef te la canti:

Trancio di tonno rosso, del Pacifico. Tagliato fresco direttamente in mare e marinato per 48 ore in acqua e aceto di Modena invecchiato in barrique di faggio antico.

Sale speziato, infusione di aromi naturali. Leggera affumicatura in forno con legno di quercia (60%) e frassino (40%).

Dai. Aprila quella scatoletta. Di tonno della Migros budget, appena arrivato alla scadenza.

Tu che hai studiato, che hai fatto l’università.

Che adesso sei senza alternative. E non solo per il cibo.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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La Befana

Ho dato fondo a tutte le mie riserve.

Non ho badato a spese e ho razziato a piene mani.

Scarpe, pantaloni, maglioni. Tutto quello che ci stava. Guanti, cappelli.

Nulla è sfuggito al mio passaggio.

Nulla è andato perso.

Borse, valigie, sacchi, sacconi, sacchetti. Pieni come vasetti di marmellata, stipati come in un armadio in cantina.

E come se non bastasse, oltre alle borse ho riempito anche la pancia.

Tortellini, passatelli, tagliatelle. Ragù come se piovesse.

Non potevo, anche volendo, privarmene.

Impossibile.

Era fare peccato.

E volevo avvisarvi :

Babbo Natale non esiste…ma la Befana cari miei…che Befana.

Grazie per il dono.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

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A te e famiglia…

Non vorrei deludere qualsivoglia aspettativa. Ma mi pare giusto avvisarvi.

Babbo Natale non esiste.

Niente renne, o bambin Gesù, alberi e presepi.

Da qui l’espressione nota come ” ti sei presa un pacco !”

Non fatevi illusioni, non abbiate speranze, non fatevi ne film ne sogni.

E non sprecate tempo in lettere. Non arrivano. Il servizio postale è come il panettone della Ferragni. Caro e non buono.

Quindi, il regalo me lo compro da me.

Tanti auguri di buone feste, a te e famiglia.

Ortioca-brododigallina.home.blog

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Quest’anno vorrei…

Cari Babbo Natale, Gesù bambino, Albero di Natale, Presepe, care Renne.

Cari tutti, se ho dimenticato qualcuno.

Parto con largo anticipo, in modo che possiate organizzarvi.

Vi do tempo per prepararvi, che non arrivino regali doppi tipo due pigiami, due paia di pantofole, due bagnoschiuma, ect ect.

Quest’anno vorrei…

Ecco, vorrei.

La pace nel mondo ?  mi pare non ci siano grandi speranze all’orizzonte, non a breve termine comunque.

La sconfitta della fame ? idem con patate.

Per quanto riguarda poi il clima e l’inquinamento ho visto che c’è già Greta ad occuparsene, anche se mi sembra che probabilmente non arriverà a mangiare il panettone.

Quindi, quest’anno vorrei…

Neve. Tanta, da restar bloccati in casa. Insomma, fate quello che potete, ma fate.

Poi vorrei che tu.. che voi, mi risolveste quel piccolo problemino antipatico al setto nasale che non è proprio signorile. (Che resti tra di noi però ..)

Se posso poi aggiungere un altro piccolo desiderio, vorrei che il tempo si fermasse.

Per qualche anno ancora. Beh, magari qualche decennio.

Proprio ora.

Ora che stiamo tutti bene, che non ci manca nulla (neve a parte) ora che tutto procede alla perfezione.

Ecco, fermiamolo.

Adesso.

Non toccate niente, non spostate nessuna virgola. Niente casini.

Lasciate tutto così.

Non fate disastri, non inventate. Tutto va a meraviglia che meglio non si potrebbe.

E per ultimo, un piccolo suggerimento se posso permettermi:

L’anello di circonferenza fa 17.8 mm (oppure misura 16 o 17 a seconda del modello, ma più verso il 17)  

La foto nel titolo fornisce qualche indicazione sullo stile.

Resto volentieri a disposizione per ulteriori o eventuali chiarimenti facendovi notare che nel frattempo mi sto già attrezzando per le decorezze del momento …

Mi affido a voi e attendo questo Natale con trepidante ansia…

Grazie e buone feste a tutti voi.

Ortioca – brododigallina.home.glob

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Sua maestà.

Che belle quelle persone che non sanno di essere state tradite.

Come vivono bene, nella loro beata ignoranza.

Che senza saperlo portano i palchi con eleganza, con la maestosità di un cervo.

Come una corona regale.

Perché il sapere non sempre paga. Anzi, spesso salva.

Bisogna saper tacere, mantenere il segreto.

Venirne a conoscenza sconvolge, scombussola l’equilibrio. Devasta.

Semplicemente, fa male.

Perché poi questo dolore non lo scegli, lo subisci.

Quindi, se hai bisogno di conferme del tuo essere maschio, se ti serve per il tuo ego, per fare un’altra tacca sulla canna, per bearti della tua virilità. Fai.

O se il tuo essere donna ha bisogno della consapevolezza che ha il tuo potere seduttivo, se urge sapere se sei ancora attrattiva. Se c’è ancora mercato. Fai.

Tutte ragioni discutibili e disintegrabili in un attimo. Ma non sindaco.

Perché forse il limite mentale che condanna la pratica è semplicemente un fattore generazionale. E mi chiedo se siamo pronti- sapendolo – a far finta di niente.

Tradire è un patto violato, non rispettato.

Quindi, se vuoi, vai, fai.

E io uguale.

Ma tu non dirlo, che io non lo dirò.

Che poi si innesca un ginepraio di domande inutili. E di risposte ancora più inutili.

E non serve sapere con chi, dove, quando. Non servono i paragoni.

Perché quando sai, ormai è tardi.

Quindi chiedo solo una cosa.

Non diciamolo. Mai.

Neghiamo, neghiamo sempre.

Proteggiamoci.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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mela o pera…

Se devi scegliere, non farlo.

Perché io sono pera, lei mela.

E si, siamo frutta entrambe, ma diverse.

Buone entrambe, ma diverse.

e se devi devi scegliere, se ti poni la domanda, mela o pera…

Vuol dire che io ho già perso.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Un martini con l’oliva

Loro sono fatte cosi.

Sempre con la pala in mano.

Se c’è da spalar merda, sono pronte.

Ma che si sappia, non è una questione di SE, ma di QUANDO.      

Sono pronte, con gli stivali di gomma, alti fino al ginocchio e i guanti.

Che apparentemente nulla le spaventa. Nulla le ferma.

Neanche la pandemia, neanche a neve.  

E se chiami per dire che hai appena ucciso tuo marito, sono già lì, in giardino, con un’unica domanda.

“Dove lo vuoi fare il buco ?”

Che ne hanno viste un sacco e ancora ne hanno a vedere.

Ma sono loro, esercito di spalatrici. Sporche di fango fino ai capelli e oltre.

Sono le stesse che ti reggono la testa mentre stai vomitano in bagno per una canna che non hai retto, o che ti lavano i capelli perché hai un braccio rotto.

E le riconosci dallo zaino che hanno sulla schiena. Pieno, colmo di silenzi. Pesante di rabbia e paure. Che quello zaino è meglio resti chiuso.

Perché hanno visto, sentito cose che voi umani…

Con le braccia sempre larghe, per un abbraccio, e le spalle forti per sopportare.

Sono loro, con i calli sulle mani e le fiacche ai piedi. Quelle che ci mettono un cerotto, o un tappo. Ma meglio ancora un Martini con l’oliva.

Che ostentano coraggio e vanno avanti. Guerriere.

Che tengono la porta aperta, la mocca pronta per un caffè e due chiacchiere, quelle che custodiscono un segreto.

Spalano fango e lacrime, ma con un sorriso che cela “insieme ce la faremo”.

E non mollano, non ti mollano.

Perché nel momento in cui ti trovi ad essere contro il resto del mondo, e prima o poi ti capita, ti serve un alleata. Una che ti guardi le spalle. Che faccia da palo. Disponibile.

Le spalatrici. Che fanno a metà del loro panino, ti prestano il rossetto e dividono con te la coperta sul divano.

Disponibili h24, sabato e domenica compresi. Senza sconti, al netto delle tasse.

Amiche…sappiatelo. Ho una pala. Contate su di me !

Ortioca – brododigallina.home.blog

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sono una X.

Mi perdo in un bicchiere d’acqua.

Non so nuotare, non so fare il risotto, non sono capace di calcolare il resto quando devo pagare la spesa. Per sicurezza non controllo mai.

Ho difficoltà ad allacciarmi le scarpe con le stringhe e ovvio comprando quelle da infilare.

Sono persa se mi chiedi la tabellina del 7.

Ci ho messo 2 anni per prendere la patente compreso il corso di sensibilizzazione al traffico, e ancora non so posteggiare in laterale.

Evito i congiuntivi, i libri.  

Sbaglio il bucato.

Non sono in grado di compilare una cedola di pagamento.

Non conosco le capitali né tanto meno il nome del presidente attuale della Confederazione.

Schivo accuratamente i quiz, le parole crociate, i rebus.

Fuggo il volontariato.

E i mobili Ikea, i disegni mi confondono, troppo impegnativi.

Bevo solo birra, perché non capisco il vino.

Non so leggere una cartina, mi perdo in giardino.

Devo pensarci un attimo prima di capire dov’é la destra e dove la sinistra.

Sono allergica al lattosio e al passato remoto.

Non so mai la differenza tra metri cubi e metri quadrati.

Dipendo dal microonde in tutto e per tutto.

Alle cene dove sono invitata porto solo fiori, mentre le altre arrivano con pane ai ceci, humus, zucchine in crosta, aromatizzate al timo raccolto di primo mattino, crostata alla marmellata di fichi, tutto rigorosamente fatto in casa.

Sono la regina dello scatolame e del surgelato.

E ho sempre creduto che la radice quadrata fosse la parte sotterranea della pianta. Quadrata appunto.

Se devo separare il giallo dal bianco, devo contare almeno su 4 uova prima di azzeccarla. Albume e tuorlo sono parole sconosciute.

Sono un impiastro in tutto.

Sono un disastro che cammina. Un parassita.

Sono della generazione X. Nata troppo presto, o forse troppo tardi.

Di seguito un estratto descrittivo della mia generazione.

Termine generazione X : venne usato per descrivere i primi punk inglesi per sottolineare il loro nichilismo, il rifiuto dei valori della generazione precedente e la sensazione di essere una generazione perduta, inutile per la propria società.

Ora, se questa non è sfiga…

Ortioca – brododigallina.home.blog

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ti porto al mare

Dai scendi.

Facciamo una pazzia.

Ida y vuelta.

Ti serve solo il casco da moto. Si, quello con l’interfono, così possiamo parlarci.

Il costume, e i sandali che la sabbia scotta ancora.

Porta anche la crema per il sole. Per me quella con la protezione 50 e water-proof.

Dai, scendi che ti porto al mare.

Ricordati un libro, se vuoi leggere sotto l’ombrellone.

E il cappello, quello rosso, di paglia. Che ti sta benissimo.

Le pinne e la maschera.

Non credo serva il materassino gonfiabile, ma in caso… prendi anche la pompa.

Le carte. Che magari giochiamo a scala quaranta.

Dai. Scendi.

Magari prendi anche un paio di panini per il viaggio. Se ci fermiamo. Per me prosciutto cotto. Senza formaggio e con il pane integrale ai semi di lino.

Ricorda i cerotti, la mia pipa con il tabacco aroma ciliegia, una bottiglietta d’acqua. Gasata.

La tessera sanitaria, e la carta d’identità. Il telepass.

Il telo, quello in microfibra che occupa poco posto.

Se riesci prendi anche il gazebo che magari c’è la spiaggia libera. Può andar bene anche l’ombrellone che è in cantina. Evitiamo di stare tutto il giorno sotto la stinca.

Il sapone e lo shampoo, per la doccia in spiaggia. Anche il balsamo, quello alla pesca.

Scendi, che ti porto al mare.

Ah, già che sei in piedi, la mia cuffia, quella che uso per la piscina. Che se mi entra acqua nelle orecchie poi mi viene l’otite e non ci sento per una settimana. Prendi anche le gocce, non si sa mai.

E le scarpe per camminare sugli scogli. No, la muta non la portiamo. Però il tavolino da giardino pieghevole lo prenderei…

E non dimenticarti lo zampirone per le zanzare e il coltellino Svizzero.

Le biglie? Quella con Gimondi è mia, ma ti lascio Coppi.

Scendi che ti aspetto. Ti porto al mare.

Un pacchetto di fazzoletti, le caramelle alla mente che mi piace sgranocchiarle mentre guido, le mie pastiglie per il mal di testa.

Ah, la canna da pesca. E la scatola con i vermi che tengo in frigo.

Metti in borsa anche una penna, che magari scriviamo qualche cartolina.

Porta anche due o trecento euro. E la carta di credito, che io ho dimenticato il borsellino.

Dai che son già qui sotto, scendi che ti porto al mare.

Come non vieni ??

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Faccio io…

Hai voluto il divano, e te l’ho comprato. 5 posti, in velluto verde bottiglia. Con il tavolino per posarci sopra il bicchierino di sambuca la sera.

Poi un quadro, da appendere sopra per fare decorazione. E’ arrivato anche quello.

Poi una poltrona rossa per la tua camera da letto, il tappeto di pelle di mucca.

La televisione. Che sembra l’arazzo dell’apocalisse di Angers.

Non contento hai chiesto una lampada per la sala e una per l’entrata.

Il tavolo da pranzo con non 4, non 6, ma ben 8 sedie. E sono arrivate, comprese di istruzioni per il montaggio.

Tappeto per la cucina e lo zerbino per l’entrata.

E lenzuola nuove. Una cuffia e la sciarpa.

Il trench di Zara. La scrivania per il tuo nuovo studio. Con la poltrona in pelle da manager Fantozziano.

Piatti, fondi, piattini, posate, bicchieri. Da vino, acqua, e champagne. Tutto per 8, come le sedie, ovvio.

Va da sé il set di pentole, padelle e ciotole varie.

La macchina del caffè. Nespresso naturalmente, che fa un po’ George. Capsule per 20 anni.

Gli sci. Stöckli. Altre marche neanche da prendere in considerazione.

Il letto per la camera degli armadi e –  ça va sans dire –  anche quelli.

Armadi intendo. Con gli specchi, le lucine, i cassetti per le cinture. Che occupano due pareti, alti fino al soffitto, che spazio ne manca sempre.

Poi hai voluto la bicicletta. Perché quella che hai posteggiato sopra il rullo in camera, stile “Gimondi”  è ormai tutta impolverata… (E mari e monti per avere quel rullo, da poter pedalare in casa, che così ti facevi “le gambe”.)

Numero di volte usato ? risultato non pervenuto.

Quindi sto giro “elettrica”. Ultimo modello. Che tanto ci sono gli incentivi e qualcosa si risparmia.

Manopole in silicone giallo fluo, in tinta con il porta borraccia. Computer collegato con l’orologio e quindi con il telefono. Perché cosi registri i percorsi e vedi in tempo reale quanto hai ancora di batteria.

E lo zaino, gli occhiali, il campanello. Le luci, davanti e dietro. Intermittenti, fisse, rosse e/o bianche.

Gancio e portabici.

Poi l’impastatrice, la friggitrice, l‘escavatrice, la lavatrice…e tutto quello che c’è di “trice”.

Non pago sei passato all’auto. Il Maserati Granturismo. C’era grigio ma tu no, nero.

E nero è stato. Come i bauletti della moto. BMW GS 850. Con tanto di manopole riscaldate.

E ovviamente casco con interfono, giacca con gomiti rinforzati, guanti, occhiali, scarpe.

Poi il gilet perché fa caldo. E lo scalda-collo, perché fa freddo. E per non farci mancar nulla anche il corso TCS.

E vacanze.

Al mare, in montagna, in collina. In moto, in bici, in auto.

Ah,……ora hai adocchiato uno spazzaneve a turbina che fa anche il pane….secondo me ti serve…

Il conto ? Lascia, faccio io.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Riposa in pace

Ti ho rivista dopo tanto tempo.  

Non che prima ci si frequentasse, io e te.

Ma sai chi sono, so chi sei.

Ci sappiamo.

A un funerale. Eri seduta composta, terzo banco a destra.

Stranamente anche vestita benino, perché di solito, diciamolo, non è che sei proprio all’ultima eh ?

Consona all’avvenimento. Tu che generalmente sembri sciatta, un po’ trasandata, vecchia più del tempo che hai.

Composta, seguivi l’iter della funzione. Ho visto che cantavi, ti facevi il segno della croce. Io ero dietro e tu non mi hai notata.

Ma io ti guardavo.

Scrutavo il tuo taglio di capelli.

Ho visto che hai un nuovo colore. Più chiaro. Forse ti sta meglio del “castano grigio topo smorto” che faceva a pugni con il tuo viso pallido e sciupato.

Forse. Perché in realtà non mi sono mai curata del tuo aspetto. Non mi è mai interessato. E tuttora è così.

E per una volta ti ho visto con la gonna.

Da sola con le tue preghiere, che non credo fossero per il defunto. Presumo io.

Presumo fossero per te.

Di solito in chiesa si chiede sempre qualche grazia. E tu sei un assidua frequentatrice.

Invano, sappilo.

Forse hai percepito il mio sguardo insistente, tanto che ti sei girata indietro. Un attimo solo.

Poi sei tornata composta alle tue orazioni. C’era troppa gente e non hai fatto in tempo. Il morto era uno conosciuto, la presenza gliela si doveva.

Ho osservato le tue gambe, le scarpe basse da tedesca, consumate. E quello zainetto che ti porti sempre sulle spalle, consunto e fuori moda. Che non ci azzecca nulla con il resto. O è il resto che non ci azzecca nulla con lo zaino.

Forse sei un po’ più magra, non che tu sia mai stata grassa.

Hai ancora quella montatura degli occhiali che sembra della nonna di tua nonna.

Dovresti rivedere un po’ il tuo look, penso.

Ma è un pensiero veloce. Che mi frega del tuo aspetto ? Delle tue vecchie scarpe ? Che mi frega, di te, in generale ?

So che mi invidi. Forse provi anche un po’ di odio.

Se sapessi quante volte anche io ho invidiato e odiato, forse mi odieresti meno. Forse saresti un po’ più comprensiva.

Vorrei dirti che comunque sei ancora relativamente giovane, hai tempo di recuperare, in caso venissi ripescata dal mazzo. Dal mare.

In caso. Non è detto. Non è certo.

Ma sbrigati, più il tempo passa, più deperisci. E a una certa, la ripresa è lenta e dolorosa.

Quindi, cambia gli occhiali e smetti di pregare.

Datti una mossa.

Ma poi a me…che mi frega ?

Ortioca – brododigallina.home.blog

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primo round…

2 costole rotte.

Le ultime, in basso a sinistra.

Questa è la prognosi. Riservata, ma di pubblico dominio.

Il mezzo per arrivare al fine è insignificante. Ciò che conta è il risultato.

Mesto e penoso. O meglio, ontoso.

Lede lo spirito giovanile che alberga in ognuno di noi, a dispetto del fisico che è sulla via di Damasco.

Si può far qualcosa ? No.

Se non riposo e antidolorifici.

Il primo è praticamente nullo, il secondo, senza il primo, non funziona.

E tra l’altro… dov’è che sta di casa sto riposo ? che l’ho cercato su google maps ma non lo trova nemmeno lui…

Quindi ti resta solo un opzione.

Sacramentare.

Questo è permesso. Direi anche obbligatorio.

Quando prendi una buca in auto, quando giri il busto, quando ti cade la chiave per terra e devi chinarti.

E per la famosa legge di Murphy, sicuro che tutto cade. Tutto. (Presente la fetta di pane imburrata che cade per terra dalla parte del burro ? ecco..uguale)

Sacramenti come se non ci fosse un domani.

Mai come in questi giorni vedi le stelle, i pianeti, e l’Universo nella sua interezza.

Trattieni il fiato ogni volta che ti alzi dalla sedia, ogni mattina dal letto.

Praticamente vivi in perenne apnea.

E si, lo sai benissimo che non si deve fare, ma ci sei andata lo stesso su internet.

Per vedere i sintomi, le conseguenze, e tutte le teorie del caso. Per riconoscerti.

Tutti i siti  sono d’accordo. All’unanimità prevedono una degenza che va dalle 4 alle 6 settimane.

E come detto, non c’è nulla da fare se non aspettare…aspettare…aspettare.

Con alcune variazioni tipo :

. dormire con i cuscini sotto le gambe ( bravo chi ci riesce, a dormire)

. mettere il ghiaccio sulla parte dolorante ( praticamente dovrei riempire la vasca)

. non alzare pesi ( e la spesa chi la “sale” dalle scale ??)

. evitare correnti d’aria ( avete presente la temperatura di questi giorni ? tipo 41/42° ..)

In conclusione, stop a tutte le attività fisiche, belle e brutte che siano. ( peccato per quelle belle !)

Basta sbronze, perché fanno a botte con i farmaci.

Resta solo il soffrire, in silenzio, sul divano. Che pare un forno per pizza.

E ti senti come un maialino infilzato dallo spiedo, che giri e grigli lentamente.

Inerte, impotente, incapace.

Dai che una settimana è già passata. Ne restano ancora – SOLO – 4..o 5…

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Si sa mai.

Sono di quelle persone che…tengono tutto.

In giro per casa, nella mia cantina ci stipo di ogni.  

Tanto che per entrare bisogna sgomitare tra cartoni, armadi, casse.

Perché il motto “ non si sa mai…” da me ha gioco facile.

Tengo tutto, tanto.  

Ma non sono un accumulatrice compulsiva. Non ancora.

Da me trovi stringhe di scarpe, vecchi orologi, lettere e biglietti d’auguri, pezzi di stoffa.

Perché possono sempre servire…a far polvere e ingombro.

Negli armadi ho ancora alcuni libri di scuola, vestiti di millenni fa, scarpe rotte, vecchie tazze da caffè..

Perché possono sempre servire.. si sa mai, appunto !

Metti che ti occorra una punta del trapano del 5, il mikado, una cuffia di lana azzurra…

..ecco può essere che io ce l’abbia !

Ogni tanto ci rimetto le mani, dentro questo bazar, come fosse una caccia al tesoro, con l’intento di fare ordine. Ma più che altro per fare spazio e poterci stipare altra roba..

L’altro giorno mi è arrivato tra le mani un foglio, trovato in un cassetto sperduto.

Una tabella fatta a griglia, con date, destinazioni, chilometri. Luoghi a me sconosciuti.

L’ho riletta.

Un mese di viaggio. Un mese lungo lungo lungo. Di cammino infinito.

Ci ho trovato delle X a fianco delle date.

Devo aver spuntato, giorno per giorno.
Sicuramente l’ho fatto.

Ogni giorno finito, una croce. Come quelle che si fanno per far passare il tempo in prigione. Una tacca.

Un giorno in meno di attesa, un giorno in più passato.

Tra quelle X ci ho letto un’infinita incertezza.

Il non sapere, il non vedere, il non sentire.

Forse dovrei buttarlo quel foglio. Ormai è datato. E il viaggio è terminato.

Dovrei buttarlo, Insieme al tavolino rotto e a una lampada che non funziona più.

Forse dovrei metterlo nel cartone della carta da riciclare, insieme al Pet e al vetro.

Devo imparare a “lasciar andare”.

Le cose.

Forse anche le persone.

Se non vogliono restare, non restano. Neanche facendo la torta di mele.

Quando una pianta è morta… è morta.

Inutile annaffiare, concimare, inutile parlarle.

Domani faccio un viaggio in discarica. Forse.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Tocca a me.

Stasera, seratina. O seratona.

Ho preparato la tavola. Ti aspetto.

Stasera ho dato il meglio di me.

Antipasto di pesce crudo con pomodorini, olio extra vergine d’oliva.

 Orata al sale con patate al forno. Tiramisù. Caffè corretto sambuca.

Ho tirato fuori i piatti della festa. Quelli buoni. Uguale per i bicchieri.

Bottiglia di vino bianco in fresco, e candele accese sul tavolo.

Tutto è al posto giusto, perfetto.

Ho rifatto il letto con le lenzuola fresche di bucato. Che magari il “dolce” lo mangiamo in camera.

Metto un po’ di musica e si, ti aspetto.

Sobbalzo ad ogni rumore di auto nel piazzale.

Faccio un giro per casa, l’ennesimo, per controllare che tutto sia in ordine e pulito.

Controllo l’ora.

Ho preso lei i fiori, perché tu sicuro te ne sei dimenticato. E un bel vaso di tulipani rosa cipria è in bella mostra.

Vado in bagno, mi guardo allo specchio. Rossetto ? no.. meglio di no.

Mi mette una goccia di profumo sul collo, e ravvivo i capelli.

Liscio la gonna e raccolgo una briciola dal pavimento.

Apro un po’ la finestra poi la richiudo.

Accendo la tv, poi la spegno.

Guardo di nuovo l’orologio e controllo il telefonino. Alzo le braccia, annuso e controllo che non ci siano aloni sotto le ascelle.

Cambio l’acqua ai fiori, sistemo la tovaglia e una forchetta. Gironzolo per casa.

Do un occhiata al forno, tutto sotto controllo.

Ancora nulla, il silenzio.

L’orologio dice che sei un po’ in ritardo, ma 10 minuti si concedono a tutti.

Poi 20.

Un’ora.

Le candele sono ormai spente, come il forno con l’orata al sale ancora nella teglia.

Spilucco il pesce crudo e apro il vino.  

Controllo il telefono, nessun messaggio.

No bella, stasera non arriva nessuno da te.

E’ il mio week end.

Stasera arriva da me e le lenzuola pulite le ho messe io !

Ah !

Ortioca – Brododigallina.home.blog

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Ma che vero è ?

“A cinquant’anni non le sopporti più le costrizioni.

Non sopporti il reggiseno troppo stretto, le cene obbligate con la cognata che controlla la polvere nei tuoi angoli, i tacchi alti sui sampietrini e i sorrisi di circostanza.

A cinquant’anni non hai più voglia di dimostrare.

Sei quella che sei,

sei le cose che hai fatto e quelle che ancora vuoi fare.

Se agli altri va bene, bene. Altrimenti è così lo stesso.

A cinquant’anni non importa se hai avuto o non avuto figli.

Sarai comunque madre: di tua madre, di tuo padre, di una zia rimasta sola, del tuo cane o di un gatto spelacchiato che hai raccolto per strada.

E se tutto questo non ci sarà, sarai madre di te stessa.

Perché con gli anni avrai imparato a prenderti cura di un corpo che finalmente ami, nel suo divenire sempre più imperfetto solo agli occhi degli altri.

Che chi se ne importa se metà armadio ha la taglia sbagliata.

L’importante è che la schiena non scricchioli troppo quando ti alzi, che toccandoti il seno non si sentano palline e che le mestruazioni finalmente diventino un problema degli altri.

A cinquant’anni hai voglia di libertà.

Libera di dire di no, libera di stare in pigiama tutta la domenica, libera di sentirti bella per te e non per gli altri.

Libera di camminare da sola: chi ti ama starà al tuo passo, degli altri chi se ne frega.

Sarai libera di cantare a squarciagola in auto anche se al semaforo ti guardano male.

Non avrai più registri di classe da controllare ne’ chat di mamme da sopportare.

Avrai sogni come a vent’anni e chiederai tempo ad ogni dio per realizzarne ancora.

Ti sarai spogliata per gli uomini che hai amato e delle insicurezze che ti facevano tremare.

E ora, proprio ora che metà vita l’hai mangiata a bocconi grandi e di fretta, troverai la voglia di assaggiare piano tutto lo zucchero e il sale dei giorni davanti a te.”

L’ho rubata, questa storia. O presa in prestito.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Al palo.

A volte pubblicare qualcosa risulta particolarmente difficile.

Perché rischi, inevitabilmente, di trascinarti dietro alcune verità.

Alcuni dettagli personali, di vissuto, di passato.

E chi legge, può sentirsi preso in causa, immaginarsi protagonista, pensarsi attore o comparsa anche se di fatto, non lo è.

E’ solo che, semplicemente alcuni eventi, alcune storie, le abbiamo vissute tutti.

Quindi fatti, avvenimenti e personaggi di seguito sono frutto di una fervida immaginazione dell’autrice.

O forse no.

Forse a qualcuno è capitato davvero.

Forse a tutti, prima o poi.

Quindi scrivo a qualcuno, a tutti, a nessuno.

Scrivo a chi è rimasto al palo.

In attesa.

Sapere che avete aspettato, mi dispiace.

Ma nemmeno troppo.

Sapere che vi siete armati di pazienza, di mille sogni, progetti, che poi sono finiti in niente.

In un puff. In un bluff.

Mi dispiace.

No, non è vero. Non mi dispiace affatto.

Aspettare è fastidioso come un sassolino nella scarpa.

Come un brufolo.

Sapere che c’è qualcuno lì. Tra il dire e il fare. Tra il dito e il mare.

Come chi aspetta l’osso perché è stato fedele.

Impaziente, e nello stesso tempo, sempre in estenuante attesa.

Tollerante, con un tasso di sopportazione illimitato, con una riserva di incondizionata comprensione e perenne giustificazione.

Più o meno sempre in ombra, discreto.

Risultate essere, voi in attesa, presenze poco rilevanti ma sottilmente percettibili comunque.

E chi vi incontra sa. Lo percepisce nella pancia, nella pipì. Nell’odore.

Annusare quel fastidioso sentore di poca chiarezza, di zona grigia, di tofu.

Di c’è o non c’è.

E quindi mi dispiace per la vostra attesa. Ma neanche tanto. Anzi, per nulla.

Vorrei però si mettesse a verbale la vostra grande tenacia, la perseveranza.

Questo vi venga riconosciuto.

Perché, per un raro momento di luce e speranza, avete fatto tanta, tanta fatica.

Lo so.

So che si fa fatica ad aspettare.

Eccome.

Ho atteso anch’io.

Tanto, forse più di voi.

Quindi parlo con cognizione di causa.

E una parte di me, quella poco femminile che ho, vorrebbe esservi solidali.

Esservi compagnona.

Dirvi che ..”dai, passa. Vedrete che prima o poi, anche voi…”

Invece no.  

Perché sono molto più egoista che solidale.

Perché la mia attesa è stata infinitamente più lunga della vostra e di diritto mi spetta essere egocentrica.

Me lo merito, il mio egocentrismo. Me lo godo tutto.

Perché, in fondo non abbiamo nulla da spartire. Io e voi.

Quindi scusate, ma non mi scuso.

Per non essere dispiaciuta per voi.

Perché rivendico il mio essere arrivata all’arrivo.

Non per prima, non per seconda.. ma comunque arrivata.

Perché anch’io ho fatto la fila.

In attesa dell’ostia, con le mani ben giunte.

Perché alla fine, il vostro perso è stato il vinto di qualcuno.

Il mio.

E anche se suona molto egoista, restate pure in attesa.

Chissà mai che prima o poi anche voi potrete dire, come ho fatto io :

 “ Morte tua, vita mia”.

Ortioca

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Jump !

E’ difficile.

Dirti addio, salutarti.

Difficile sapere che non ti rivedrò più.

E non basta il ricordo.

Non consola sapere che ora stai bene.

Che non hai dolori, che sei in pace, che probabilmente sei più vivo adesso.

Non rincuora nemmeno dirsi che “ …giusto così,… finalmente libero”.

E’ difficile non essere tristi.

Porca miseria se lo è.

Anche se hai scelto il tuo ultimo brano di vita da beffardo.

Appena sono partite le note, mi è venuto da ridere. Tra le lacrime.

Ascoltarlo mi farà sempre venire un tuffo al cuore.

Perché sarai tu.

E ironicamente non potevi scegliere nient’ altro di più azzeccato.

Studiato, riuscito nell’intento.

E chi ti ha conosciuto, ha capito.

Hai programmato tutto, nei particolari, nel dettaglio.

Hai avuto tempo per farlo. Purtroppo.

Troppo tempo per pensare all’addio. Troppo tempo non vissuto. Sprecato.

Mentre gli altri – noi – ti abbiamo superato, siamo andati avanti. Oltre.

E’ difficile anche pensare che i tuoi ultimi anni sono stati tutti uguali, sempre gli stessi.

Occhi aperti. Occhi chiusi.

E nel mezzo una marea di pensieri. Perché solo quello potevi fare.

E stasera, prometto, farò come hai chiesto.

Ci sarà una bottiglia sul tavolo e brinderò.

Non posso prometterti che sarò felice, ma berrò alla tua.

E sia.

Ora scatenati, corri. Recupera il tempo che ti ha fermato. 8 anni fa.

Ora…salta.

Ovunque tu sia, salta più che puoi.

Anzi….Jump !

Ciao amico.

Ortioca – Brododigallina.home. blog

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La capolista se ne va…

Quando organizzi una vacanza con mesi di anticipo non ci pensi.

Non pensi che proprio quel week end, proprio quel giorno, il Napoli si gioca lo scudetto.

Contro la Salernitana.

In casa.

Ripeto: IL NAPOLI GIOCA PER LA VITTORIA DELLO SCUDETTO !

Che sia ben chiaro a tutti.

E lo sappiamo che il binomio “napoletano-calcio” è come la panna sui vermicelles.

Indissolubile. Inscindibile. Necessaria. VITALE !

E al momento della prenotazione tu ignori bellamente la data fatidica, il rendez-vous atteso.

Da ben 33 anni.

Tu che di calcio ne capisci come di Burraco, parti trascurando il dettaglio.

Per i focosi del Napoli che sono cresciuti a pane e Maradona è un appuntamento che va oltre il Natale, oltre il sangue liquefatto di San Gennaro.

Semplicemente…oltre.

E ti ritrovi catapultata in una città che di colpo ha cambiato colori.

Le vie, le piazze, i paracarri, tutto è diventato azzurro e bianco. Anche il bucato appeso fuori dai balconi.

Non esiste muro, dove non ci sia una foto di Maradona.

Non c’è essere umano che non abbia una bandiera in mano.

Non c’è cane che non sia imbragato in una maglia con il numero 10 sul dorso.

Tutto è impregnato di calcio. Si respira nell’aria, nei passi della gente, nel caffè.

Ti resta appiccicato addosso, sui vestiti.

Le auto girano per le strade incuranti del caro benzina, suonando clacson come fossero autopostali Svizzeri. E urla, schiamazzi, trombe a gas.

Botti. Fumogeni. Possono forse mancare a Napoli?

E tu che hai programmato di visitare il Cristo velato, il castello di Sant’Elmo, la cattedrale di Santa Chiara non sai più da che parte girarti.

Perdi la nozione del tempo, vieni assorbita dalla folla, che ti abbraccia, ti avvolge e ti trascina per vicoli e piazze.

Ti ritrovi – senza nemmeno saperne bene il motivo –  a gridare “Forza Inter” scandendo il tempo con il braccio alzato.

Perché, per una serie di combinazioni astrali, che ancora stai cercando di capire e una complicata somma di punti in classifica, sei riuscita ad intuire che se la Lazio perde (giocando fuori casa contro l’Inter appunto) e poi il Napoli vince contro la Salernitana – tutto nella stessa giornata – è matematicamente sicuro lo scudetto per i Partenopei.

Ed è impossibile sottrarsi al contagioso entusiasmo, al calore che ti avvolge in quei 90 minuti infiniti, all’esaltazione dei più veraci sostenitori della squadra.

E senti di tattiche, di schemi, di moduli. Al bar ovviamente, perché è lì che si gioca la vera partita.

Rigorosamente davanti ad un televisore con il volume al massimo. Rosari, santini, cornetti rossi. Tutto aiuta.

E a partita conclusa (Inter – Lazio ) vieni assorbita in un corteo di scalmanati che si dirige verso piazza Plebiscito cantando con loro “ E se ne va….la capolista se ne va…”

Pazienta Napoli.

Perché si, l’Inter ha vinto, e ti ha fatto un gran favore…ma tu hai solo pareggiato.

E non è abbastanza.

Peccato. Perché tutto era pronto.

C’erano già le lavatrici sulle terrazze pronte per essere scaraventate di sotto.

C’era già qualche mano con qualche dita in meno per un petardo scoppiato.

E le micce di fuochi d’artificio, quelli proibiti, già accese.

Peccato.

Ma ancora qualche giorno. E poi potrai finalmente festeggiare.

Intanto cantiamo ancora…” Eeeeee…la capolista se ne vaaaaa….la capolista se ne vaaaaa….”

( ma chi era poi sta capolista…???!!)

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Seduto !

Lei a lui:

“Dobbiamo parlare, siediti.”

Pausa di riflessione.

Sempre di grande effetto.

Lui sbianca, si siede sul divano, composto, e in un nano secondo pensa:

“” Oddioooo.

…cazzo ho fatto ?

Ho dimenticato l’anniversario ?

Il compleanno ? La spazzatura ?

Non avrà mica beccato il messaggio della collega sul telefonino ?? …no.  Ho la password. Sicuro come un bunker.

Mi vorrà lasciare ?  Ma per cosa ?

Porcaputt…Ha trovato un altro !!??

Più alto ? più ricco ?

E mò dove vado ? tornare dai miei ? no..non se ne parla. Piuttosto tenda, ponte.

.. Squattare da un amico ? per un po’ ma non troppo. Già ma da chi ?

Paolo no che ha già la casa piena di suo.

Marco ? ha il gatto e io sono allergico.

Forse sul divano di Giacomo. Giusto per tamponare l’emergenza.

E la bici poi dove la metto ?  e tutti i miei vinili ?  

Cazzo, ho appena comperato il televisore HD top di gamma per guardarmi le partite.

Forse vuole solo farmi una ramanzina per il disordine che lascio quando torno dal calcetto. Speriamo sia quello.

Vorrà mica che ci sposiamo eh ? no dai…no no no.. fuori discussione.

Figli ? no dai…

In caso mi gioco la carta del cane. Potrebbe funzionare…

Temporeggiare.

Mediare.

Pensa veloce…pensa veloce…

Forse mi ha beccato il porno sul computer ? eppure mi pareva di averlo cancellato ..anche nella cronologia. Si…sono praticamente sicuro di averlo cestinato. Non è quello.

Che sia ancora per quella volta che le ho detto che stava mettendo su peso ?

Non ce la posso fare…

Basta !! Sono pronto.

Che cali la mannaia. Si dia inizio alla decapitazione.

Si accenda il rogo sotto la mia croce.

Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi, maschi a venire.

Prendete atto della mia immolazione e sia fatta la “sua” volontà.

“Ecco, volevo dirti.. quest’anno al mare andiamo in Puglia invece della solita Sardegna…?”

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Vele gonfie

Non conta la meta, dicono, ma il viaggio.

Conta con chi lo fai.

Conta avere lo stesso passo, portare lo zaino un po’ per uno, rassicurarsi.

Spronarsi quando uno dei due è in affanno.

Io, che ti davo già per disperso, inghiottito da onde e maree, ho dovuto ricredermi.

Sei tornato in porto, hai attraccato e, contro qualsiasi aspettativa, mi hai invitato a bordo.

Rigorosamente senza scarpe.

E io che non amo i miei piedi, per niente proprio, ho tolto sneakers e calze senza vergogna.

Ci sono salita, sulla tua barca. Dapprima un po’ malfidente.

Perché c’era ancora qualche onda e il natante non era per nulla stabile.

Ho rischiato il vomito, il mal di mare.

Ma ho trattenuto. Anche il fiato.

E ci siamo raccontati il nostro tempo.

Con fatica a volte. E con rabbia.

Abbiamo aperto le braccia per tuffarcisi dentro.

E l’acqua si è fatta piatta. Oliosa.

E ora si salpa di nuovo. Il timone un po’ per uno.

Ci sarà da remare.

Ma per ora, il mare è calmo e il vento è a nostro favore e gonfia le vele.

L’orizzonte sereno è di buon auspicio.

Bonne route.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Happiness

E’ felice.

Ma cos’è la felicità?

E’ un picco momentaneo di contentezza. Di allegria, un attimo di spensieratezza.

E adesso lei, è finalmente arrivata in cima. In vetta.

E il panorama è mozzafiato.

Respira, a pieni polmoni e si bea gli occhi.

Ora è il suo momento, tanto atteso, tanto aspettato. Che quasi non ci sperava più.

Ma eccolo.

Se lo merita, se lo deve.

Ora se lo gode perché può. Perché tutto è al posto giusto.

Finalmente.

Ci ha lavorato, ha sputato sangue e lacrime a volte.

Ma ora il quadro è praticamente completo.

Manca ancora qualche pennellata.. e la firma in basso a destra.

Serena. Questa è la sua condizione attuale.

La sua rivincita.

Brava. ce l’hai fatta !

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Spolvero

Ci sono, a volte, questi piccoli granelli di sabbia che bloccano il tuo ingranaggio.

Quel qualcosa che disturba il quieto vivere, la momentanea pace.

Come una ciglia, che la senti nell’occhio. Che disturba.

E tu sfreghi, metti il collirio, ci infili il dito. E lei si sposta che pare uscita, invece no. E’ ancora lì, la stronza.

E tu ravani, tenace. Che prima o poi uscirà.

A volte è come un colpo d’aria, che alza la polvere.

Come le briciole di pane sul bancone della cucina. Che disturbano.

Come quel filino di carne tra il canino e il molare, che con la lingua cerchi di far uscire ma niente, è incastrato. E da un fastidio noioso,

Può capitare. Perché non sempre tutto e ben oliato, non sempre tutto fila liscio.

Perché prima o poi la sorte cambia, la ruota gira, la pagina si volta.

E’ la legge della vita. Il bigliettino degli imprevisti che o prima o dopo ti tocca pescare.

Il momento che scandisce la fine il tuo “periodo buono” con l’inizio del periodo “gramo”.

Perché finisce, che si sappia.

Cosciente che non sempre ti può andare tutto bene, che non tutto è al momento giusto al posto giusto.

Lo sai che prima o poi ti capita di fare una “scarpüsciada”.

E appena scocca il momento ecco che partono tutta una serie di contrattempi, di avvenimenti spiacevoli e inattesi. Di sfiga a nastro.

Ecco che dimentichi la carta di credito dal benzinaio, che ti si rompono gli scarponi da montagna durante una camminata. Che piove e non hai l’ombrello in auto.

Che cerchi l’adattatore della corrente per andare in vacanza all’estero, ribalti la casa da cima a fondo e non salta fuori nemmeno a chiamarlo.

E lo sai, sei matematicamente sicuro, certissimo, che appena vai a comperarne uno nuovo, trovi quello che avevi, nel cassetto degli “strüs”.

E’ la legge di Murphy. Nessuno è immune. Se qualcosa può andar male, lo farà.

Non puoi astenerti. Non puoi nasconderti.

Il granello di sabbia che è in agguato, prima o poi marca presenza.

Ma basta un leggerissimo soffio di vento, una bava d’aria, un piccolo refolo.

 

E torna il buono.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Neanche una mosca…

Ehi merda.

Si, dico a te.

Ti chiamo così, non perché io non conosca il tuo nome e cognome, il tuo indirizzo, il tuo numero di telefono.

Li conosco, eccome se li conosco !

Ti chiamo merda perché trovo sia un soprannome che ti si addice.

Si, merda ti calza a pennello. Che non scrivo nemmeno maiuscolo perché sprecato.

Dico a te, merda, che ti credi furba e pensi di essere volpe.

Che speri di averla fatta franca, e ti pavoneggi pure della tua bravata.

Tu, merda che non sei altro, che ti pensi una spanna sopra. Che guardi dall’alto i comuni e onesti mortali, che gonfi il petto, tronfia di averne “beffato” un altro.

Si, tu, super merda che non sei altro.

Che nemmeno la mosca più affamata ti si appoggia sopra. Che solo il tanfo che emani fa rabbrividire la peggior carogna.

Tu, grande immensurabile merda. Che pensi di essere riuscita, ancora una volta, a fregare il mondo, e cammini a mezzo metro da terra.

Non ti rendi nemmeno conto di quanta merda sei.

Di che mucchio immenso di letame sei.

E allora ti faccio un favore. Te lo dico io, quanta merda sei.

Tanto. Di più. Molto di più di tanto.

Cosi tanto che non riesci nemmeno a visualizzarlo, il grande mucchio di merda che sei.

Sei una buascia di mucca, uno sterco secco, una montagna di escrementi.

Uno stronzo ancora fumante che non è neanche buono per far concime.

Tu sei una merda della peggior specie di merde. Perché ce ne sono di vario tipo.

Merdaccia, merdina, cacchetta. Stronza, stronzina-stronzona-stronzetta.

Letamaia, defecata, rigurgito del culo.

Perché nasci merda e quindi morirai merda.

E ti auguro solo brutte cose. Cosi, in generale.

E se per caso dovessimo incontrarci di persona, ti riconoscerò.

Dall’odore, dal tuo modo viscido, dal tuo colore. Marrone cacca.

Considerati estinta. Almeno per quanto mi riguarda.

(Ndr – tutti quelli che mi conoscono personalmente, si sentano esclusi da suddetto sfogo)

Ortioca

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Metti una sera al museo.

C’è una mostra che voglio assolutamente vedere.

Ci andiamo? E’ mercoledì. Puoi ?

Con visita guidata, di quelle che ti spiegano tutto bene bene.

Gratuita, anche se non è un tema.

Con il catalogo a prezzo scontato se lo vuoi. Un ‘occasione unica.

Si dai…andiamoci.

Sarà qualcosa di insolito.

Museo in notturna.

Mercoledì, ricordatelo. Segnatelo in agenda.

Iscrizione obbligatoria perché i posti sono pochi e andranno a ruba.

Scrivo, ci iscrivo.

Arriva la conferma che siamo in lista. Ottimo.

Mercoledì sera serata culturale.

Ricordati.

Ne parliamo.

Ricordati eh ?

Chissà quanto dura.

Chissà se ci piacerà, di sicuro ci piacerà. Il tema è interessante.

Ti ricordi vero ?  

Si, mercoledì  sera … visita, museo..

Coordiniamo gli orari. Passo io ?, passi tu ?, ci vediamo direttamene al Museo ?.

No, passo a prenderti. Fatti trovare pronta.

E io pronta sono.

E’ mercoledì. Finalmente, serata culturale. Diamoci un tono !

Partenza da casa. Belli bardati che magari fa pure freddo.

Arrivo al museo.

Buio.

Ahi…

Giorno giusto, data sbagliata.

Ah.

Sig !

Perdonami Fulgenzio.

Ma sono pur sempre un…Ortioca.

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Remo o non Remo…

Va bene, spendiamole due parole per San Remo.

Non si può farne a meno. Purtroppo.

Invece di una gara canora, mi pare una gara a chi la dice più grossa, a chi fa il discorso più “politically correct”.

E che palle! Tutti a fare i buonisti estremi o i cattivisti estremi.

Siamo arrivati al punto che invece di ascoltare le canzoni si guarda chi ha la tetta fuori, chi inciampa scendendo dalla scala. E chi se ne frega di quello che cantano.

Si riaprono i sarcofaghi e si fanno uscire i Cugini di campagna, i Ranieri, I Di Caprio.

Ora…grande rispetto per tutti, ma…

Ma imparate da Mina da Fossati ! Gente di classe.

Ritiratevi con onore. Cantante da casa. Che fate un favore a tutti.

E non è certo il cachet Sanremese che vi salva il mese. E dopo i “5” minuti di gloria tornate ad essere le stesse mummie di prima.

C’è un tempo per il palco e uno per il divano. Voi siete arrivati al secondo.

E l’unica maniera per uscirne degni e puliti è farvi ricordare per come cantavate.

Perché il nuovo non vi appartiene più e rivangare ostinatamente il passato è triste e vagamente penoso..

Oppure, fate come la Vanoni che si è riciclata come vecchia babbiona con i due toy boys e l’ha sfangata alla grande.  

Grottescamente è riuscita a prendersi in giro con umorismo e signorilità..

Ma si sa. Uno su mille ce la fa, quindi champagne per brindare ad un incontro e poi, anima mia, torna a casa tua. Che è tardi.

premetto – non guardo la manifestazione, ma impossibile evitare gli echi.

E si, oggi sono particolarmente polemica.

Saluti

Ortioca – brododigallina.home.blog

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14.02.

(ripropongo un racconto di qualche anno fa…. giusto per ritrovarne il gusto…)

Tra poco arriva. Puntuale come tutti gli anni.

14 febbraio. San Valentino.

No ma,….ne vogliamo parlare?

A parte il fatto che ultimamente c’è una giornata per ricordare ogni cosa, e potrei aprire un capitolo anche per questo.

E comunque: vada per il classico giorno dei morti, quello delle donne, quello delle mamme e, va da sé, dei papà. Poi aggiungiamo quello della memoria e quello della festa nazionale, dei lavoratori e bla bla bla…

Insomma, ogni giorno è buono.

Ma questo del Valentino è una tragedia. Per gli uomini in special modo.

Per chi si dice innamorato, e per chi non lo è.

E qui si apre il libro delle varie categorie del “Homo Valentinus”.

Tipologia UNO – l’uomo dei fiori.

Scatta la caccia all’ultimo mazzo solo verso fine pomeriggio. Perché ti sei ricordato della ricorrenza in extremis e, siccome le classiche rose rosse sono ormai esaurite, e non le trovi neanche dal marocchino fermo al semaforo, sei riuscito ad arrivare dall’unico fiorista in zona alle ore 17.54 (e la chiusura è alle ore 18.00) e ti tocca prendere quello che rimane.

Ovvero: L’ORCHIDEA D’ORO DI KINABALU che ovviamente è il fiore più costoso del pianeta. Siccome poi UN fiore è troppo poco e mai – dico MAI – si regalano i fiori a numero pari, non ti rimane altro che accendere un mutuo per i 3 cazzutissimi fiori che dopo 2 giorni sono belli che finiti in pattumiera!

E nel momento stesso in cui “esci” la carta di credito al fiorista, che ha un orgasmo per la vendita di questi 3 pezzi da museo, e che ancora non si capacita del colpo di culo che ha avuto con te, che praticamente gli hai pagato l’affitto del negozio per i prossimi sei mesi, mentalmente ti segni di mettere la sveglia al 14 febbraio del prossimo anno alle ore 07.00 di mattina con la nota “S. Valentino– URGENTE”.

Se invece sei stato “furbo”, vuol dire che: 

A) ti sei portato avanti con il fiorista già il giorno prima, giocando l’anticipo di “Champion’s” con tutta la scelta di flora possibile, oppure

B) dribbli i fiori e ti butti sulla scatola di cioccolatini.

E qui arriva la tipologia DUE – l’uomo del cioccolato

Un classicone. Con il cioccolato non si sbaglia mai, credi tu.

E invece NO!  Sbagli! Un errore madornale! Imperdonabile! E ingenuamente ancora non sai a che cosa stai andando in contro.

Ti fermi a valutare se prendere la scatola a forma di cuore, o la classica. Ripieni, lisci, con la carta dorata, il fiocco rosso, con la scritta AMMOORREE. E hai già perso almeno 20 minuti solo per decidere se prenderli tutti uguali o misti.

Con la scatola, che ti pare un po’ miserina, ci aggiungi un peluche.

Altro errore gravissimo, imperdonabile !! Mai, MAI, MAI ! un peluche a una donna ! Ma per nessuna ragione al mondo, per nessuno motivo! non ci sono eccezioni!

Che la combinazione “cioccolato – peluche” è deleteria. Inammissibile. Esecrabile!

Quasi punibile con l’arresto, o almeno con una multa !

Perché nel momento stesso in cui avviene la consegna, parte la lagna: “ecco, ora ingrasso e mi vengono i brufoli! quindi non li posso mangiare questi cioccolatini! Hai proprio speso soldi per nulla! E poi cosa mi rappresenta questo elefante rosa? che forse mi ritieni un pachiderma ??  Perché non hai preso un mazzo di fiori ??!!”

E tu, maschio rassegnato, incassi il colpo a capo chino, chiedendo perdono e pensi a cosa hai mai fatto di male per meritarti un cazziatone simile, da una stronza che non avresti accontentato in nessun modo – te lo senti – neanche con la classica pietra detta “….. è per sempre”.

Tipologia TRE – L’uomo del ristorante

Quest’anno vuoi stupire con effetti speciali. Più che altro perché ormai hai già sperimentato la tipologia uomo 1 e uomo 2 e sei navigato.

La chiami già la mattina e: .. “Cara, mettiti da gara che stasera ti porto a cena”. E lei, che non aspetta altro, ma che in realtà si, si aspetta ANCHE altro,  (qualcosa come una  scatoletta di velluto blu, inginocchiatoio, ect ect ) prende il pomeriggio libero per : parrucchiere, manicure ( in caso si avveri l’altra parte del sogno, che le mani siano in ordine !) truccatrice, boutique per il vestito inguinale con intimo praticamente inesistente, e via discorrendo.

Da buon “uomo ristorante” ti accorgi, alle 17 e 50, che non hai ancora prenotato.

Gocce di sudore cominciano a imperlare la fronte, seguite da quelle che formano aloni ascellari sulla camicia.   

Passi le due ore successive al telefono, con l’elenco aperto alla pagina “ristoranti” e a nastro, passi da quello stellato al take a way, senza successo. Tutto prenotato, tutto over booking. Neanche lo stanzino delle scope è libero.                                                      E parte il bestemmione.

Non avendo alternativa, passi a prendere la compagna, che sembra pronta per partecipare a Miss Universo, e, mesto… la porti all’Autogrill Pavesi – A8, direzione Lainate.

Lei ti monta una piva che le vedi i lampi e le saette negli occhi.

Si strafoga con un “camogli” e una coca, rigorosamente in piedi, appoggiata al tavolino, sui tacchi 12 sfoggiati per l’occasione.

E tu che già sai, senza bisogno che lei te lo dica, che per le prossime 8 settimane, dovrai accontentarti dell’auto-masturbazione, (perché ovviamente col cavolo che te la dà) ben sapendo che per gli anni a venire, questo evento sarà ricordato e raccontato in ogni forma e in ogni salsa. E porterai questa croce per il resto della tua relazione.

Spendo qualche parola anche per quelli che, o non sono innamorati, o vorrebbero tanto esserlo ma per una serie di sfortunati o fortunati eventi, rimangono a guardare.

Non disperatevi. In entrambi i casi, il giorno dopo è festa anche per voi .

San Faustino infatti è la giornata dei single. La rivincita dei “soli”.

Niente fiori, o ristoranti, o completini intimi da sfoggiare. Trovate comodamente posto a sedere in qualsiasi esercizio pubblico, piante e dolciumi ritornano a prezzi “moderati” e nessuno, ma proprio nessuno, si ricorderà che oggi tocca a voi festeggiare !

Brododigallina.home.blog – ortioca

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…bucato.

Per le donne ( ma anche gli uomini ) che vogliono sentirsi “green” e in pace con il mondo.

Per quelli che hanno come motto il “ naturale a tutti costi, costi quel che costi”.

Per tutte le persone che fanno del “basta inquinamento” il motto della vita.

Quelli che vanno a far la spesa a piedi, con il barattolo di vetro, il sacchetto di stoffa.

Che comperano bio, trio, mio.

Per tutta questa gente che vuole pulirsi la coscienza, di seguito alcune “dritte” per quanto riguarda la procedura per fare un ottimo bucato.

Nella fattispecie si elencano vari rimedi “più o meno” naturali per lavare i panni in lavatrice.

Di seguito vanno messi:

bicarbonato – per un bucato fresco e pulito

aceto – per avere teli e spugne soffici

pepe nero – mantiene i colori brillanti

carta stagnola – per tessuti morbidi

bicarbonato e limone – per avere un bianco splendente

Latte – vedi “bicarbonato e limone”

sale grosso – evita il calcare

spugna per pulire i piatti – toglie tutti i peli e eventualmente i capelli

di nuovo bicarbonato – per disinfettare

Olio di lavanda – per profumare

Sale e aceto – per pulire la lavatrice ( va bene anche per la lavastoviglie )

Per il bucato sporco di grasso, trattare le macchie con la cenere. O con la farina. O con acqua ossigenata.

Per gli aloni lasciati da sudore di ascelle  – ammoniaca e acqua

Sapone di marsiglia – per le macchie gialle sul cotone ( strofinare prima )

Shampoo o acqua ossigenata cancellano macchie di sangue secco. ( se invece è fresco, ricetta non pervenuta)

Macchie di ruggine –  miscela di sale fino e succo di limone

Aceto di mele – ravviva i colori

E io che credevo bastasse un tappo di dash.

Ortioca

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Amica

Dai, andiamo a rubare le ciliegie.

Suoniamo i campanelli delle porte e poi scappiamo via.

Giochiamo a nascondino, a biglie, a rialzo.

Mettiamoci un bel vestito e usciamo. Tu e d’io.

Che non siamo coppia ma lo siamo.

Perché io ti voglio bene e tu mi vuoi bene.

Dai, prendiamoci il tempo e il treno e andiamo a vedere quella mostra che ti piace tanto.

E mettiti le scarpe comode che poi c’è da camminare.

Prometto, facciamo anche shopping, e mangiamo una pizza.

Io lascio il bordo e tu il centro. Perché noi le pizze le mangiamo così.

Dai, organizziamo una vacanza. Al mare.

E chi se ne frega della cellulite, delle rughe che arrivano con il sole, dei capelli bianchi.

E non importa se non siamo più delle ragazzine. 

Lo siamo comunque.

Lo saremo sempre.

Dai, prendi il telefono e chiamami.

Anche per niente. Solo per sentire la mia voce. Che a me piace sentire la tua.

Ti curo se sei malata, se sei ferita. Ti rimbocco le coperte, ti presto il mio cuscino.

Dai, usciamo a far due passi. Spettegoliamo.

E prendili quel paio di stivali che ti slanciano. Anche se non ti servono. Anche se cercavi un paio di sandali.

Balliamo sotto la pioggia, facciamo battaglia con le palle di neve. Scambiamoci i vestiti.

Sai che ci sono.

So che ci sei.

Amica, appoggiati. Ti reggo io.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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La coppa.

Sveglia all’alba.

Ma che dico alba.

Sveglia in piena  notte !

Che poi, sveglia…e chi ha dormito ?


C’è ansia da prestazione.

Che mi accompagna da diversi giorni.

Non ce la farò. Schiatterò come una vecchia ciabatta. Sputerò sangue.

Mi arrenderò miseramente alla mia non forma fisica, alla mia età. Alla mia pigrizia.

Confido in un “colpo della strega” dell’ultimo minuto, di un tifone proveniente dalle Filippine, di una valanga.

invece non ho scampo.

Si parte. Tuta termica, sciarpa, guantoni, scarponi, bastoni. E tutto quello che finisce in “Oni…”

Mi pare ci fossero anche “ due…oni”.(ho fatto buona pesa)

Freddo, buio.

Avvisto 8 cerbiatti. Forse ho le allucinazioni, forse sto ancora sognando.

Pioggia a tratti. Nebbia a tratti.

Pioggia e nebbia insieme. Il che per certi versi è anche buona cosa. Non vedo dove vado, non vedo dove devo arrivare.

Non vedo nulla.

Immersa in questo silenzio bianco, sento solo i passi sul sentiero.

E il fiato che si fa più corto.

E i pensieri che mi sussurrano : “forse ce la fai, forse ci arrivi, forse…dai…”.

La mia guida mi sprona.  Usa i bastoni, ti aiutano.

Certo, non ci vedo una cippa di niente !

Cammino modello “cieco con bastone bianco e cane- guida al seguito”

Alterno momenti di euforica convinzione positiva ad altri di imprecazioni e adunata di tutti i Santi.

Ancora 20 minuti, ancora 10. Dai che ci sei quasi.

Con somma soddisfazione e incredulo compiacimento sono arrivata.

Perplessa. Basita.

La vetta. La cima. L’apoteosi.

Un pianto liberatorio che so solo io.

In barba ai maligni e ai superbi, il mio nome scintillerà.

Alzo il trofeo.

Il resto è solo….una coppa da lattoniere.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

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Buone ?

Tra poco si chiude.

Le finestre, le porte, le serrande. Si chiude il calendario dell’avvento.

Lock down totale.

E non vi aspettate un rientro migliore per il prossimo anno.

Non sarò più buona.

Anzi.

Sarò più vecchia, acida. Più egoista.

Indisposta al mondo, incazzata.

Violerò la regola del “più si invecchia più ci si riavvicina alla fanciullezza” Si ritorna bambini, innocenti.

Col cazzo!

Io romperò i coglioni a tutti, più di prima. Più di adesso.

Sarò intollerabile e intollerante. Velenosa.

Astiosa, maligna, malvagia.

Settaria, intransigente, petulante.

Permalosa fino all’inverosimile. Perfida.

Rasenterò la cattiveria, il male.

Vomiterò insubordinazione, disobbedienza. Sarò ribelle, scontrosa, musona.      

Ostinata, refrattaria, riluttante.

Mi lamenterò di tutto e tutti.

Il mio tasso di sopportazione sfiorerà il minimo storico e non farò eccezioni per nessuno e niente.

Buon Natale

E siate buoni !

Ortioca – brododigallina.home blog

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Ascolta.

Senti che bel silenzio?


Ecco.

Facciamo che non lo rovini.

Facciamo che per un po’ resti con la bocca chiusa.

Che taci.

Giusto un paio d’anni o mille.

Che non disturbi con il tuo bla bla bla…

Petulante, indelicato e fastidioso. Ronzante.

Che porta nausea, noia.

Che risulta seccante, fuori luogo, inopportuno.

Ecco, facciamo che taci.

Giusto un paio di secoli, di eoni. Di ere.

E se proprio proprio non resisti, se proprio non ce la fai, se non riesci a contenere il verbo…

Mangia qualcosa.

Riempiti la bocca.  Di fiato, di patate.

Basta che taci. Basta che non parli.

Che non fai rumore. Che non ti muovi. Che resti dove sei.

Immobile, nella tua confezione originale.

Lo senti che bello questo rumore di silenzio ?

Ecco.

Facciamo che continui cosi.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

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Nel nome del padre…

Ti porto ad un concerto.

Vestiti calda, che di sti tempi…

Tromba, organo.

Chiesa.

Un concerto. Di quelli che ti fanno accapponare la pelle.

Preparati, sarà una bellissima serata.

Partiamo presto.

Non devi preoccuparti di nulla.

Viaggio, cena, tutto organizzato.

Speriamo di trovare posto seduti.

Speriamo di trovare posto.

Ti porto ad un concerto.

Sarà speciale perché l’acustica è perfetta.

E l’atmosfera del luogo particolare.

Di pace.

E tu sei già un po’ emozionata, pronta, piena di aspettativa.

 

Vedrai.

Tromba, organo. Brividi.

Vedrai. Sentirai.

Ecco,….shhh….zitta che comincia.

 

“ Im Namen des Vaters, Des Sohnes, Des Heiligen Geistes….”

Ah.

Ecco.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Speriamo.

Fremo.

D’impazienza.

So che è presto, e cerco di contenere la trepidante attesa.

Ma quest’anno la preparazione è come se avesse un altro sapore.

Luci, bocce e “decorezze” (da noi si chiamiamo così).

E profumo di biscotti, candele accese. Calzerotti di lana.

Fiocchi, pacchettini e neve.

Tanta neve, tantissima. Da restare bloccati a casa.

Sepolti.

Speriamo.

Camino acceso, tazza di cioccolata e i soliti film visti, rivisti e che ancora si guarderanno.

E la minestra celestina, la tavola con il servizio buono e il vischio, appeso sopra la porta.

E preparo l’albero. Mai classico.

Che quest’anno vale doppio.

Ortioca- brododigallina.home.blog

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E’ tardi ?

Che uno ci mette tutta la pazienza di questo mondo.

Aspetta, tranquillo.

Per un po’. Poi a una bisogna arrivarne.

Perché va bene l’attesa, che, per certi versi, è pure stimolante.

Va bene la calma, la comprensione, la condiscendenza.

Va bene tutto.

L’indulgenza, la tolleranza.

Va bene per un po’.

Poi, se si vuole la fedeltà del cane, ogni tanto un osso bisogna tirarglielo.

Altrimenti si rischia che il cane vada a cibarsi altrove.

E dopo è tardi.

Ortioca – Brododigallina.home.blog.

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partenza ore 08.19

Il treno parte alle 08.19. Direzione Stazione Centrale. Senza cambiare.

( Grazie, per avermi fatto la carta giornaliera. Che così non ho più pensieri di orari. E posso disporre del tempo come voglio… )

Ma che bello.

Passeggiare per Milano il sabato mattina.

Scoprire dietro l’angolo un mercato rionale mai visto prima. Con le bancarelle piene di frutta e verdura, di ciarpame colorato, di gente che urla ” tutto a un Euro..” E le sciurete del quartiere con le sporte piene.

Che bello.

Comprarsi una gonna e un maglione rosa shocking senza provarli perché fa freschino e a occhio…vanno sicuramente bene.

Fare colazione sedute ad un tavolino all’aperto malgrado sia già novembre. E parlare con la gerente di quanto è carino il suo locale, che sicuramente ci torniamo con “le ragazze” perché fanno musica fino alle quattro di mattina.

Ma che bello.

Visitare una mostra, scoprire un parco, camminare tra i quartieri di Brera insieme agli studenti dell’accademia che ti passano accanto con mappe e disegni.

Pranzare con una pizza e il Negroni. Combinazione tanto assurda quanto azzeccata.

Che tanto oggi non si guida e chi se ne frega se siamo un pò brille.

Ma che bello. Raccontarsi le confidenze, come se non ci vedessimo da mesi, e invece era l’altro giorno.

Comperare un paio di calze assurde, in un negozio grande come un gabinetto, strapieno di cianfrusaglie colorate.

Che bello è gironzolare nella libreria della stazione perché è presto per il treno di rientro.

Belle queste giornate. Dove ti prendi il tempo per te. Senza impegni, senza orari.

Che bello. Grazie.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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ordine, disordine.

Io sono cosi.

Come quelle persone che hanno bisogno di certezze.

Di sapere che le cose sono o bianche o nere.

Le sfumature di grigio le lascio per il letto.

Ho bisogno di progetti ordinati, precisi.

Il caos non mi appartiene.

Sono come un armadio Ikea, tutto ordinato.

Tutto ben piegato. Ogni cosa al suo posto.

Non sono da calzini spaiati. No.

Le mutande con le mutande, le maglie con le maglie.

E non mi piacciono le approssimazioni.

O ci sei o non ci sei. O con me, o senza di me.

Devo vedere la fine del disegno. O comunque avere gli strumenti giusti per arrivarci.

Fare programmi, pensare ai dettagli, immaginarmi il percorso.

Tutto deve incastrarsi bene, come un puzzle.

Inutile forzare, se non entra, non entra.

Non è il pezzo giusto. O la persona giusta.

Devo avere l’idea, vederne la forma.

Sono una che apparecchia la tavola 3 volte prima di decidere quale bicchiere accompagna quale piatto.

Devo vederli insieme. Ordinati. Accostarli, provare, cambiare. Prima di dare il veto, la conferma.

Il lenzuolo giusto con il suo copripiumino, gli orecchini con la collana, il vino rosso con il risotto.

Non esiste la mescolanza.

Ci deve essere armonia, un filo conduttore. Un suo perché che magari è solo mio.

L’incertezza del non sapere mi turba. Mi urta.

Leggo fino alla fine il libro. Anche se già a metà immagino l’epilogo. Per sicurezza va finito.

Ho bisogno di stabilità. Di sicurezze.

Io che scrivo tutto ancora sull’agenda, che faccio la lista della spesa e la spunto man mano che compro, che segno i compleanni sul calendario.

Io che metto in ordine i colori nella scatola. Dispongo i fiori nel vaso come se fossero un quadro, che tengo le ricette in ordine alfabetico nel classatore.

Io che odio le sbavature, le imprecisioni. I forse. I non so.

Io che non sono da boh.

E io sono cosi.

Vedremo. Forse. Prima o poi…magari.

Caotica nel mio caos. Estremamente imprevedibile.

In attesa dell’evento che stravolge la giornata, del colpo di testa.

Io, che butto le scarpe in corridoio, senza neanche slacciarle, praticamente a due passi dalla scarpiera.

Che lascio i piatti sporchi nel lavello, che prima o poi..qualcuno…forse.

Quasi mai rifaccio il letto, e lascio il dentifricio aperto sul lavello del bagno.

Raramente mi pettino e arrivo in ritardo, spesso. Sempre.

Mi dimentico gli anniversari e mi manca sempre qualcosa quando rientro dopo aver fatto la spesa.

Sono quella che fa conversazione con il frigorifero e a volte ci litiga pure.

Che si mette la prima cosa che trova quando apre l’armadio.

Io, che non posteggio quasi mai dentro le righe e dimentico il finestrino aperto quando piove. Che pago le fatture sempre in ritardo, che non mi ricordo la password.

Sono quella che mette in lavatrice lana e cotone. Bianchi e colorati. Che si imbambola via davanti all’albero di Natale.

Perdo gli ombrelli, dimentico il latte aperto sul tavolo e lascio morire le piante perché non le annaffio.

Sono incasinata in tutto.

Estrema nel mio disordine, prevedibilmente sconquassata.

Vivo nel mio confusionale marasma. Beatamente incosciente.

Sono imbarazzatamente disorientante. Convivo con il mio perenne stato di precarietà.

Sono cosi.

Caoticamente precisa.

Perfettamente aggrovigliata.

Praticamente…bellissima.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Una fetta di torta.

Tutta bella impacchettata nella sua scatola mono-porzione, con tanto di forchettina. Da asporto.

L’ho comprata questa sera. Una serata d’ autunno.

Una sera dove la luna fa il suo spettacolo sopra la Madonnina.

C’è tanta gente per le strade. E si sente la musica. Qualcuno azzarda anche un passetto di danza.

E non fa nemmeno freddo. Si sta bene.

Mi godo l’inizio della notte, le luci della città, un negroni sbagliato.

Mi godo il momento che per certi versi è abbastanza raro.

L’inter ha appena perso contro la Roma.

Si vede gente in giro con le sciarpe nero-azzurre appese al collo e le facce sconsolate. Questa sconfitta non ci voleva. E quelli della capitale se la ridono.

Ma io ho comperato una fetta di torta. La torta della nonna. Quella che ha la crema in mezzo e una spolverata di zucchero a velo sopra.

Ha un buon profumo. La mangerò in treno, al ritorno. Con calma.

Ora non ho appetito, ma poi so che me la gusterò. Come il viaggio.

Gironzolo per le strade con la scatoletta del mio dolce in mano. E ogni tanto ne annuso il profumo.

Guardo le vetrine, le ultime tendenze. Per gli uomini quest’anno va il cappotto ¾, stile Trench. Magari di un bel grigio.

Le donne possono sbizzarrirsi con i colori pastello. E, come previsto mesi fa da una nota Fashion Stylist  nonchè mia grande amica ( R.) noto che la ciniglia tira di brutto.

Decido di fare il bis con l’aperitivo.

Campari shakerato, seduta in galleria.

So che fa tanto “radical-chic” ma chi se ne importa.

Stasera faccio la “signorotta per bene” godendomi la città.

Guardo il campionario umano che passa.

Resto incantata dai colori, dai vestiti stravaganti.

Vedo una coppia di uomini che si bacia e giapponesi con la macchina fotografica incollata al viso.

Sorseggio l’aperitivo e mangiucchio deliziosi panini caldi, mandorle salate, olive.

Guardo l’orologio.

Chissà se riesco a prendere quello delle 21.45… forse.

Se mi do una mossa.

Forse non ce la faccio. Vale la pena tentare.

Scendo nel sottosuolo a passo svelto.

Convalida del biglietto, linea gialla, direzione stazione Centrale.

Che bella è la stazione di Milano.

Non ce la farò. Probabilmente si, magari.

Di sicuro no.

Forse sono fortunata. Viaggio sulla metro con l’ottimismo a tratti.

Non tentare sarebbe un peccato. Guardo l’ora di nuovo. Ancora due fermate.

Scendo, salgo, corro.

Sperando che il mio orologio sia leggermente avanti, sperando che il treno parta leggermente in ritardo. La combinazione delle due cose potrebbe essere vincente.

Invece perdo. Il treno parte esattamente nel momento in cui arrivo sulla banchina. Beffardo.

Ho il prossimo tra un’ora. Ho la mia torta da mangiare. No panic.

Vagheggio per la stazione. Trovo un bar aperto che accende la mia voglia di caffè.

Un tazza grande, con il latte freddo. Da portar via. Strano che non si sappia già che lo bevo sempre cosi.

Esco dal bar e cerco con lo sguardo una seduta dove far passare l’ora. Bevo il caffè camminando.

Vedo una panchina occupata da un uomo che siede di fronte ad un altro uomo. Quest’ultimo su una sedia a rotelle. Si guardano. Non parlano.

Non sono propriamente puliti. Ne rasati, ne felici. Si vegliano a vicenda. 

Mi avvicino.

L’aspetto di entrambi è discutibile. I vestiti sporchi. Le facce non vedono il sapone da un po’. Impossibile stabilirne l’età, che in realtà non è fondamentale sapere.

 “Ciao. Scusate. Vi lascio una fetta di torta ? la mangiate volentieri ? purtroppo ne ho solo una”.

Due sorrisi sdentati e un grazie dopo, sono seduta nello scompartimento del treno che mi riporta a casa.

Bella serata.

Non ho mangiato la torta.

Ma sorrido.

Il dolce l’ho avuto lo stesso.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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Istruzioni per l’uso

La terra ci manda segnali, sta soffrendo.

Di caldo. Come tutti noi.

Manca l’acqua.

I ghiacciai si ritirano. Scompaiono.

I laghi si abbassano, i fiumi sono diventati rigagnoli ridicoli.

E allora tutti a fare una bella ammucchiata sotto la doccia. Per ottimizzare.

E un’ammucchiata anche nel letto. Si dorme in tre…in quattro.

Per scaldarci neh !

Non si bagna più l’orto, e la vigna produce meno uva, quindi meno vino.

Va da sé che per l’equazione “più domanda meno offerta”, è più costoso.

L’auto non si lava da almeno 4 mesi, tanto che non si capisce più di che colore è.

E i tetti sono ricoperti di pannelli solari, si spengono le insegne luminose notturne.

Basta con l’accendere le luminarie di Natale a metà ottobre! Quest’anno azionamento luci degli alberi dal 23 al 26 dicembre. Giusto il minimo sindacale.

Ognuno deve fare la sua parte. Usare i mezzi pubblici, le biciclette, le gambe.

Finito il tempo dove si irrigavano i giardini, a gara con il vicino per avere il manto più verde.

Finito il tempo dove si faceva il bucato con due mutande e si lasciava accesa la televisione.

Adesso la casa va riscaldata ad un massimo di 20°, e si usano le candele.

Ora si predilige il camino, si lasciano seccare le zucchine, si fa il pane in casa. Cotto insieme all’arrosto che così si ottimizza.

E’ meglio usare il bollitore che il microonde, e il cellulare non è necessario che resti in carica tutta la notte.

Ci insegnano il risparmio. Lo spreco è out.

Niente più vacanze in aereo, l’acqua si beve dal rubinetto e solo lo stretto necessario alla sopravvivenza, il bagno serale va abolito.

Le nostre abitudini di consumo cambiano, il bucato si fa a freddo, con il programma corto. Meglio ancora a mano, nel catino. Per i più zelanti, al lavatoio del paese o al lago, con il sapone di Marsiglia.

Niente più aria condizionata. Neanche il ventilatore. Finiti gli Spritz con il ghiaccio. Congelatore riempito al minimo storico.

Si va a far legna nel bosco, a raccoglier bacche e funghi, e i capelli si asciugano al vento.

Ho visto opuscoli che suggeriscono il cambio del soffione della doccia per far scendere meno acqua.

Si stendendo i panni all’aperto invece che usare l’asciugatrice. E i balconi si riempiono di fili e mollette.

Esistono libri di ricette per il pollo cotto a bassa temperatura nella lavastoviglie.

Insomma, si gioca al risparmio.

Tutti siamo chiamati alla cassa.

NO, a quanto pare non tutti.

Ho saputo che c’è chi si è organizzato un viaggetto, in giro per lo spazio.

Consumo totale calcolato a persona : ca 27.17 tonnellate di co2

Costo del biglietto: 450 mila dollari.

Ma tranquilli, è compreso anche il ritorno.

E se siete tra i fortunati, quando tornate sulla terra, potete riprendere a cuocere il tacchino sul cofano dell’auto.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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ciao a tutt…?

Sono della generazione che poteva dire “ciao a tutti” senza essere tacciata di razzismo.

Che poteva dire e scrivere nero, bianco, rosso…e Verdone !

Ora invece siamo tutti “diversamente colorati”.

Sono quella che scrive senza un asterisco alla fine della parola. Perché la “a” o la “o”…non van più bene… fanno “difetto”.

La generazione dei motorini truccati, della giacca da paninaro, delle clarcks.

Del pranzo al sacco con l’Ovomaltine in barrette ( ma che buone sono !! )

e dei zwieback a colazione.

Faccio parte di quel gruppo che ancora crede che le candele fanno romanticismo, che porta una bottiglia di vino se invitata a cena, che fa il purè con le patate bollite.

Ora mi si chiama boomer, milf.

Non sono sufficientemente green, in, out.

Faccio troppo littering,  non mangio abbastanza light, e a volte il mio outfit è inadeguato.

Che non ho l’App giusta che mi aggiorna sul gossip, o quella per fare shopping.

E quanti followers hai ? sei su Tik Tok ? qual è il tuo nick name ?

Io che pago ancora con i soldi “veri”, che porto i fiori al cimitero.

Che ascolto gli Abba.

Che vado ancora dalla parrucchiera per una piega, invece che dal Hair Stylist, a fare lo shatush e poi le waves.

E faccio davvero fatica a capire l’acronimo “LGBTQIA+” appena imparo le prime due lettere, ne aggiungo un’altra…

 E quando sento “ehi Zio, andiamo a drinkare qualcosa, che poi si sboccia in disco e vediamo come butta la situa che magari c’è mezzo di spaccare” mi spavento.

Io, che  sono rimasta al “… aperitivo dalla Rita alle sei ?”

Ora sono old. Perché leggo dai libri e non su kindle.

Il mio game è over.

Insomma, non sono più capace di parlare, di scrivere ?

Possibile ?

Beh, alüra, ciao a tüt**!!“++//**

Ciao neh !

ortioca – brododigallina.home.blog

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Si, no, boh.

Mi ricordo i primi anni delle scuole medie, i bigliettini che ci si passava tra i banchi.

Di nascosto dalla maestra che era girata per scrivere alla lavagna, ora di italiano, l’analisi grammaticale.

Piegati e ripiegati come se fossero mappe del tesoro. Stropicciati. Scritti e riscritti.

Che nessuno doveva leggere se non il destinatario ultimo.

E se per caso cadeva per terra, tragedia !

Raccoglierlo senza farsi beccare era impresa non da poco.

E poi finiva sempre in mani sbagliate.

Io me li ricordo, che passavano di banco in banco, con colpi di tosse e finti starnuti per mascherare il brusio che si creava intorno al “viaggio del pizzino”.

E il mittente che restava in ansia e trepidante attesa della risposta.

E il destinatario che ..titubava. Con la penna tra le dita, incerta.

E tutta classe che guardava prima uno poi l’altro…. Spettatori di queste avventure infantili.

E quando la maestra si girava verso i banchi, tutti a far finta di essere attenti e prendere appunti, zittiti.

Teste piegate sui fogli, e risolini nascosti.

Belli quei biglietti, che si tenevano custoditi nei diari. Al riparo da occhi indiscreti. E che a ricreazione si esibivano tra amiche.

Me li ricordo.

Qualcuno è passato anche dal mio banco.

Alcuni erano richieste di aiuto per il compito di mate, risposte agli esercizi di algebra, o semplici schizzi del prof di latino.

Caricature innocenti di un compagno di classe un po’ sfigato.

Ma la maggior parte portava scritto :

Vuoi stare con me ? metti una crocetta su:

si

no

boh

Io mi sono beccata qualche boh.

Ancora oggi.

Ortioca – brododigallina.home.blog

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La messa è finita…

Conta i soldi nel borsellino.

Anche le monete. Deve stare attenta.

Oggi solo pane. Domani forse il latte.

Forse.

Si accorge che la commessa la guarda con curiosità, mentre conta i centesimi.

Ha l’affitto da pagare tra qualche giorno.

Niente parrucchiere, niente ristorante, niente vacanze.

Solo nei suoi sogni. Almeno quelli sono ancora gratis.

Spera che la signora del terzo piano la chiami per qualche ora di pulizia, o che qualcuno legga l’annuncio che ha lasciato sulla bacheca del supermercato.

Per fare da baby sitter, per stirare qualche camicia, fa anche la spesa per qualche anziano solo. Tutto.

Insomma, non proprio tutto. Quella è l’ultima spiaggia. Piuttosto non mangia, si dice.

Si è talmente abituata ad un solo pasto al giorno, quasi sempre brodo, che anche un po’ di pane le sembra festa.

Ha venduto la collanina della prima comunione, e l’anello di sua madre. Il televisore.

E tutto quello che non le serve più.

Manca solo l’anima.

Ha traslocato. Da un tre locali e mezzo a uno stanzino umido.

Buio. Perché anche accendere la luce ha un suo prezzo.  E ha ancora due candele.

Un letto recuperato al mercato delle pulci, due piatti scompagnati, una coperta che ha dovuto lavare tre volte perché puzzava di morte.

Con il sapone di Marsiglia, che usa anche per lavarsi.

Una sedia di legno impagliata che ha trovato sul marciapiede. Il tavolo l’ha tenuto dal trasloco.

Il tappeto invece l’ha scambiato con un piccolo armadio di legno compensato. Senza ripiani.

Ci ha messo due cassette di legno della frutta trovate al mercato.

Ci passa al mercato, quando tutto è finito.

Per vedere se trova due pomodori finiti per terra, magari qualche patata un po’ ammaccata.

Una mela. Si sente fortunata quando riesce a portare a casa un cespo d’insalata appassita.

Tutte le sere annota su un vecchio quaderno quanto ha speso, quanto ha risparmiato.

Con una vecchia matita da operaio fa di conto.

Non è in rosso, ma sa che deve stare attenta.

Domenica va a messa, quella del presto. Che c’è meno gente. Si mette nell’ultimo banco.

E quando passa il cestino delle offerte, fa finta di frugare nella borsetta per metterci qualche monetina. Ma la mano è piena solo di preghiere.

Si rivolge al Cristo appeso, scusandosi:  ”O mangi tu, o mangio io. E tu sei già morto.”

Si fa il segno della croce, la messa è finita.

Domani comprerà il latte. Forse.

Ortioca

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Prova superata…

Qualche giorno fa ho spostato la data del mio compleanno.

Per scherzo. Per curiosità.

Da agosto a gennaio.

Perché avevo voglia di freddo.

No.

Perché volevo vedere in quanti si sarebbero ricordati,  anche senza il “remind” dei social che..

“Oggi è il compleanno di Ortioca, ricordati di farle gli auguri”.

Ebbene, esperimento riuscito.

Chi mi ha a cuore, chi mi sta a cuore, ha pensato a me.

Bello.

Grazie.

Ora rimetto la data al suo giusto posto.

Ortioca

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Sono sociale

Da qualche tempo mi sono addentrata nel mondo Instagram.

Perché, dicono, Facebook è per i vecchi ormai.

E io non lo sono. Non ancora.

Vedo foto di fiori, giri in bicicletta, piatti di polenta.

Chi è al mare, chi ai monti. Gatti, cani, formiche.

Tutti a mettere cuori. Tutti a spiare dove sei, cosa fai, con chi sei.

Si, spio anche io. Ovvio.

Chi ti segue, quanti followers hai, se aggiorni regolarmente il tuo profilo.

Non che io sia un mago di questi social, intendiamoci.

Ogni tanto mi ci metto perché altrimenti sei “out” dal mondo.

Ho notato che da qualche giorno Keanu Reeves ha iniziato a seguirmi.

Cioè… dico… Keanu Reeves.

A me?

Suvvia, siate seri.

Oppure metteteci un po’ di fantasia, santo cielo!

Che ne so, qualcosa tipo il Signor Piantoni, il gatto Arturo, la Maristella.

Al massimo massimo andrebbe bene anche il Tola, della Bottega del Signor Pietro.

Keanu, …”chiano chiano” agevoliamo l’uscita.

Ortioca

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Credevi fosse amore … invece…

Sentite le farfalle nello stomaco ?

E’ solo temporanea costipazione.

La sudorazione è particolarmente aumentata ?

E’ il caldo.

Mancanza di appetito ?

Polenta, fagioli e cotechino di ieri sera.

Agitazione, ansia, eccitazione ?

E’ la mancanza di sonno.

Battito cardiaco accelerato ?

Sono le 4 rampe di scale.

Confusione, perdita d’attenzione, sbalzi d’umore?

E’ l’inizio.

Alzheimer.

Credevate fosse amore ? ah si ?

Sciocchini.

Ortioca

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La mela più bella…

La fattoria è vuota.

E calda.

Ma non è la calura che da fastidio, anche se ci mette del suo.

E’ questa sensazione di .. pericolo.

Questo spazio, d’un tratto disabitato, questo silenzio.  

Questa finta quiete che rimbalza sulle pareti della stalla, che ti fa gli scherzi.

Resti in attesa, sapendo benissimo che non devi. Perché sai che è giunta la tua ora.

C’è sentore di “fine” nell’aria.

Tu che, ti pare, sei sempre stato bravo, che hai sempre fatto la tua parte.

Tra poco percorrerai il miglio, farai la tua sfilata. L’ultima.

“Maiale morto che cammina”. E sei tu.

Ti ritroverai appeso all’uncino in mezzo alla corte, faccia a faccia, anzi muso a faccia, con il macellaio che ti guarderà negli occhi, con il suo ghigno maligno.

Sa che ne avrai ancora solo per un attimo.  Il tempo di un paio di grugniti. L’ultimo saluto.

Appoggerà il coltello sotto la gola e ti squarterà.

Lascerà colare il sangue, e ti smembrerà piano piano, pezzo per pezzo perché nulla verrà sprecato.

Senti le mosche che ti ronzano intorno, festose, che banchetteranno tra le tue carni.

Del maiale non si butta nulla.

E ti chiedi perché tu, perché non l’oca. Che appunto, è un’oca.

Perché non il coniglio, o la mucca.

Tu che hai mangiato la mela più bella e ti sei sentito un re. (la poma püsee bela, la ga và al purscel )

Che hai scorrazzato nell’aia insieme al toro.

Quanto vi siete divertiti, tu e il toro.

E ti pareva che il contadino avesse avuto un occhio di riguardo per te.

Ora capisci.

Il perché della sbobba abbondante, delle lisciate sul pelo, dei vezzeggiativi con cui ultimamente ti chiamava.

E invece era solo il preludio di un epilogo già segnato. E tu, maiale, non l hai capito. Stupido maiale.

Ti ha ingannato, l’abile contadino, e ora ti ritrovi, appeso come un Cristo, davanti al pubblico che, non pagante, incita l’affondo della mannaia.

Esposto come un trofeo.

Nudo. Come il re che credevi di essere.

E l’oca se la ride.

Orioca

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L’amo.

I pescatori mentono. Mentono sempre.

Si contendono il primato con i ricercatori di funghi.

Ti raccontano di lenze e canne al titanio, ultimo grido.

Di ami a paletta, di mosche finte. Fatte a regola d’arte, in casa.

Perché il vero pescatore le costruisce da se.

Di ore e ore d’attesa, di silenzi.

Sotto il sole, o la pioggia.

Di galleggianti che si abbassano e tirano il filo.

Di retini, di scatole di vermi.

Ti raccontano di partenze all’alba per laghetti, pozze d’acqua, fiumi in piena. Guadi.

Pranzo al sacco. Con panini stantii e birra calda.

E mai nessuno che possa confermare, o smentire.

Perché la pesca è fondamentalmente un’attività solitaria.

E scarpe bagnate, scatole di vermi, pastura. Di scivolate su un sasso bagnato.

Pesci di misura, fuori misura, e la patente sempre nel taschino del gilet, color verde militare.

E il cappello, verde uguale, con infilzate le esche.

E quando senti che ha abboccato, raccontano, è come se ti mancasse un po’ il fiato. E un brivido di adrenalina e impazienza pervade il corpo.

Segue la ricerca spasmodica della rete, della pinza per staccare l’amo.

Schizzi d’acqua.

Sempre alla ricerca della riva perfetta dove sostare e gettare la lenza, l’anfratto ideale.

Io avevo preso un luccio.

Lungo quasi un metro. Bello da far spavento. Sarà stato almeno un 5 chili ma sicuramente di più…

Mossa a compassione l’ho lasciato libero.

Ma giuro che l’ho preso. Grande cosi.

Ortioca

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Cuffia da mare

Che belle che sono quelle signore un po’ attempate.

Che malgrado la pelle cadente, ancora si mettono un velo di rossetto e un po’ di fard sulle guance.

E gli orecchini grandi, vistosi e colorati che si notato tra i capelli.

Che belle che sono con la scarpa coordinata alla borsa. Con dentro il fazzoletto di stoffa e il porta pastiglie. Per la pressione, per il colesterolo, per il cuore invecchiato, per tirare avanti.

Quelle che prima di uscire si guardano allo specchio e gonfiano la piega con una generosa spruzzata di lacca. E poi passeggiano sotto braccio con l’amica.

Che hanno le unghie smaltate. Anche dei piedi.

E si contano le rughe attorno agli occhi.

Che belle quelle signore che hanno deciso di fare il salto, hanno abbandonato la tinta e lasciano che il viso si illumini di capelli bianchi.

Che mettono al collo un foulard colorato.

Che non si curano della pelle cadente, delle macchie sulle mani. Che ridono dello scricchiolio delle ossa, che cigolano come quando si apre l’anta di un armadio vecchio.

Che vanno al mare con il costume intero e la cuffia di plastica in testa, con i fiori applicati. Con le ciabattine di gomma.

Belle sono. Quando le vedi che ballano un valzer tra di loro, perché di cavalieri ce ne sono pochi.

Che sono nonne sprint, ma anche nonne spritz.

Donne che hanno sulle spalle il peso. Di una vita, di fame, di lavoro. Che hanno riscattato il diritto di entrare in un museo con il biglietto a prezzo “âgée”.

Belle quelle donne, signore, che devono mettere gli occhiali, con la catenella, per leggere il menù al ristorante, anche se già sanno che prenderanno un insalatina e la bistecca ai ferri. E poi il tortino al cioccolato fondente.

Che hanno quel profumo di fresco sulla pelle, di una colonia antica. Che scrivono ancora i bigliettini di auguri per Natale a mano, con quella calligrafia incerta ma stupenda.

Che la domenica preparano l’arrosto al forno con le patate. E apparecchiano la tavola con la tovaglia bianca di lino. E la sera un brodino.

Che belle che sono. Quando dicono una preghiera prima di andare a letto. Sempre la stessa. Proteggi tutti quelli che conosco. Più per abitudine che per credo.

Che bagnano i fiori e le piante sul terrazzo e al cimitero.

E lo sanno. Che ci sono più persone che conoscono sotto terra che sopra. Fanno la spesa al mercato e si fermano a ciacolare.

Sono belle, quando offrono il caffè fatto con la moca, in quelle chicchere con piattino coordinato, all’operaio che viene a cambiare il sifone del lavandino.

Che lasciano due monetine nella cassetta delle offerte in chiesa e accendono una candela.

Che hanno l’agendina con i numeri scritti a mano vicino al telefono. E il calendario di padre indovino appeso in cucina.

Che non si perdono la puntata di “un posto al sole” tutte le sere sul quinto canale.

E sono belle, quando guardano l’album delle fotografie, quasi tutte in bianco e nero. Che adesso non ne fanno più. Che tengono nell’armadio qualche pallina di naftalina, per le tarme.

Che ti misurano la febbre appoggiando le labbra sulla fronte. Che vale più il gesto che la misura.

Quanto sono belle. Chissà se io…

Ortioca

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Via. Di nuovo.

E si riparte.

Non faccio in tempo a lavare i costumi che son di nuovo già in valigia.

Bella sensazione.

Nell’aria c’è la trepidazione della partenza. Del viaggio.

Il controllo, almeno venti volte, che ci sia tutto.

Tolgo, rimetto, cambio. Ma soprattutto, aggiungo.

So che non mancherà nulla, anzi ci sarà sicuramente del superfluo.

Ma come si dice, melius abundare quam carere.

E noi si abunda…eccome se si abunda !

E si cambiano gli orizzonti. La lontananza fa bene, dicono. Rafforza.

Ma lontano da chi ? Rafforza cosa ?

Non è dato sapere.

L’unico dato certo è che l’aria nuova mi rigenererà.

Il sole farà il suo dovere sulla pelle.

La compagnia mi farà buona compagnia.

E i diversi negroni sbagliati faranno il resto.

Ortioca in viaggio.

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La patata è regina.

Oggi il tempo passa più lentamente del solito.

E quando ti guardi indietro sono già passati anni da tuo punto zero.

Sei già oltre il giro di boa.

Hai già vissuto oltre la metà del tuo consentito.

Eppure oggi non passa. Ci sono giornate cosi.

Sarà il tempo che non si decide né per il bello né per il brutto. Sarà che sei stanca di tutto e tutti.

Sarà che non riesci ad accontentarti più di niente.

Non ti vengono idee per riempire il vuoto.

Mi cimento con la torta di mele. Sto parca con lo zucchero, più del solito, e viene così così.

Andare al centro commerciale ? Un po’ di shopping terapeutico ?

Per tirar notte. Che tristezza.

Macchè.

E più non funziona niente, più mi viene il nervoso.

Nulla di interessante nemmeno sui social.

Poi si apre la mente. L’idea arriva piano piano, prende forma. La luce.

L’orto.

Vanga, rastrello, zappa. Bastoni e fissaggi.

Piantine di qualsiasi specie e colore. Varietà che rasentano l’assurdo. Ma quest’anno ci provo.

Bello quando le mani si sporcano di terra umida.

Strappo erbacce e tolgo sassi. Spiano. Pareggio.

Aro, concimo.

Sudo ma non demordo. Spargo semi, metto a dimora le piantine. Cavoli, broccoli, cicoria.

Carote. Prezzemolo. Azzardo anche un anguria. Non verrà mai, ma ci provo comunque.

Bagno, anzi, innaffio. A pioggia dolce.

Nel mentre, penso che non ho preso le patate. Le voglio viola.

E anche i finocchi. Due file di fagiolini. Le zucchine trombetta, e le classiche.

Pomodori. Per il sugo, per l’insalata, per.. tutto.

Ci sono 75 mila specie di pomodoro. Mi chiedo come posso riuscire a scegliere. 

In realtà a me bastano due…tre mila specie al massimo. Ahe…

Peperoni. Gialli. Quattro porri.

E poi le erbe. Basilico in prima fila.

Salvia, timo, rosmarino.

La menta per il mojito. L’erba cipollina, che fa dei fiori meravigliosi.

E a tal proposito, non vogliamo metterle anche due ortensie bianche?

E una pianta di limone, un acero rosso e una peonia.

Faccio una lista mentale di quello che mi manca. Praticamente quasi tutto.

Ho una striscia di terra, lunga 8 metri, larga 1.

Magari anche due piantine di mais… che il grano di questi tempi va a ruba…

Ortioca – Brododigallina.home.blog

Via.

Sono nata con la valigia in mano.

Quindi si parte. Di nuovo.


Probabilmente tornerò.

Non garantisco di tornare uguale a come sono partita.  Anzi, ne sono praticamente certa.

L’evoluzione fa parte dell’essere umano.

(ok, sono stata esageratamente ottimista con quest’ultima perla di saggezza)

Quindi buon viaggio. Vai piano. Non far cazzate. Bevi poco. Torna.

Poi se ne parlerà.

Ortioca in viaggio

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Biglietto, prego.

A volte un treno bisogna prenderlo.

Bisogna avere il coraggio di salirci.

Fare quei tre faticosissimi gradini che dal marciapiede ti portano in carrozza.

Anche senza aver prenotato. Anche senza biglietto. Che poi eventualmente un accordo con il controllore si trova, sperando che chiuda un occhio e capisca l’esigenza.

A volte il rischio vale la trasferta.

Perché si sa. Certi treni passano una volta sola ed è uno spreco non salirci, non farci un giretto.

Precludersi il viaggio. Vedere dove va, anche sapendo che prima o poi si dovrà scendere.

Ma almeno puoi concederti di sognare la meta. Per un po’ almeno.

Certo, c’è il rischio di stare stipati, di trovare compagni di viaggio ingombranti, non previsti.

Passeggeri di cui faresti volentieri a meno.

E ti chiedi se questi non potevano prendere il treno dopo, aspettare il proprio turno. Mettersi rigorosamente in fila, senza spingere.

E mai che scendano la fermata prima.

Che il posto è già occupato. Con tutti i treni che ci sono, proprio il tuo ?

Perché pensi che adesso è il tuo turno di essere viaggiatore. Di guardare fuori dal finestrino e apprezzare il panorama.

Anche se ci saranno tratte in salita. Perché quelle ci sono sempre.

Prendilo quel treno. Goditelo. Che poi rimpiangi il viaggio.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Per me ben cotto.

A volte serve un contorno.

Ci vuole proprio.

Per poter gustare al meglio il piatto forte.

Le patate arrosto, cotte al forno con un rametto di rosmarino e il sale grosso.

Un’ insalata mista, meglio se di stagione, meglio se del proprio orto.

Del riso. Bianco, semplice, con una noce di burro.

Serve un contorno.

Perché sempre e solo filetto prima o poi ti viene a noia.

Pur buono che sia.

E allora si cerca di trovare un buon compromesso.

Un diversivo, culinario, per arricchire il piatto e metterlo in risalto. Che poi sempre e solo carne farà anche male. O no ?

Io prediligo le verdure. Cotte, bollite, crude. Ci sono infinite possibilità.

Basta saperle cucinare.

E non vale sbocconcellare un po’ di qua e un po`di là. No.

Non è che si va in un ristorante a mangiare un piatto di pasta, e poi in un altro per l’orata al sale.

Non è “politicamente corretto”.

Troppo facile.

La cena ( o pranzo che dir si voglia ) va servita e gustata nella sua completezza.

E “seduti bene”.

Che a tavola si sta composti diceva la nonna.

E non si lascia niente nel piatto, che si fa peccato. Sempre la nonna.

Che non ci vuole nulla a condire due pomodori, o metter su l’acqua per un pugno di riso.

Basta volere.

Basta potere.

Quindi stasera ci sarà una variazione sul tema.

Risotto con asparagi, filetti di pesce persico al burro e salvia con scaglie di mandorle.

Dolce :- ça va sans dire : Zabaione. Che ha un suo perché.

Sallo.

Ortica – brododigallina.home.blog

Arrivederci e grazie.

Oggi i saluti sono d’obbligo.

E anche i ringraziamenti.

Saluto le montagne, i sentieri, i profumi.

Le giornate di sole, quelle fredde, i laghi.

I giri in bicicletta, in solitaria, in compagnia.

La schnitzel paniert, il Pavarotti, la neve.

La colazione portata a letto per il mio compleanno, le confidenze.

Saluto il viaggio.

Meraviglioso ogni volta. Andata e ritorno. Ma più l’andata.

Il risotto, la fetta di nusstorte mangiata in piazzetta, le fiacche al piede destro.

Gli scoiattoli, le cince alpestri che si posano sulla mano aperta.

Il rumore dei passi nel bosco. L’aria buona.

Saluto le scritte sulla neve.

Gli arditi che fanno il bagno nel lago freddo. Un guanto trovato in giro.

E le slittate notturne, le partite a carte, gli alberi incantevoli ricoperti di neve.

Il cielo azzurro. E quello nuvoloso. Piovoso. Nevoso.

Il bratwürst mangiato sul lago ghiacciato.

Grazie per le gite in carrozza, per le belle fotografie, per le risate.

E le tante lacrime.

Grazie per essere riuscita fare l’angelo nella neve. Mio desiderio da sempre.

Per i tanti funghi, e i fiori. E i fuochi d’artificio.

E per l’odore della crema da sole. Grazie.

Per le scale infinite, la corsa dei cavalli, il Ragusa mangiato senza ritegno e senza colpa.

Saluto il mio rifugio, la mia oasi di pace. Il mio porto sicuro.

La cioccolata calda.

Gli scarponi, il Nescaffè.

Grazie.

Saluto con un arrivederci. Si sa mai…

Ortioca- brododigallina.home.blog

Come…Quando…Fuori…Piove

Come quando respiri ma ti manca il fiato.

Come quando hai fame ma lo stomaco è chiuso.

E ti alzi comunque dal letto.

E vai a lavorare, bevi mille caffè, rispondi ai messaggi, fai la spesa.

Come quando non vedi le stelle. E non senti la musica della neve.

Come quando hai il cuore spappolato.

Ma ti alzi comunque dal letto.

E fai le pulizie la domenica mattina, bagni le piante, fai bollire le carote.

Come quando hai quel malessere che non fa male da nessuna parte. Ma porca vacca se fa male.

Come quando c’è nebbia e non vedi.

E ti alzi comunque, riparti. Senza rumore.

Come quando apri la posta. Solo fatture, solo pubblicità.  

Come quando rileggi “La metà di niente” e sai che la tua metà l’hai già avuta. E oltre.

Come quando respingi tenace le lacrime. E ti alzi comunque.

E combatti con i tuoi sogni, e le tue paure, e i tuoi pensieri.

Quando sfracasso le palle a tutti perché niente va per il verso giusto. E fuori piove.

Come quando vorresti due ali. E rispondi “si, tutto bene” quando in realtà non sai più come si sta quando si sta bene.

Ma ti alzi comunque, scrivi. Fai un bagno caldo. Cammini.

E porti fuori il sacco della spazzatura e ti ci vorresti infilare dentro.

Come quando avresti voglia di parlare con qualcuno, ma ti rimane solo il muro.

Come quando vorresti andare all’inferno. Ma lo sai che sei già li.

E ti alzi, comunque. Un passo dopo l’altro. Un sasso dopo l’altro.

E aspetti il sole. Prima o poi arriverà anche per te.

Ma intanto…

Come, quando, fuori, piove.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Beati voi…

Oggi è uno di quei giorni che ti aggrappi a tutto. Alla fortuna, alla sorte, al peperoncino rosso.

Ti dici che ogni tanto deve pur andar bene anche a te.

Non sempre eh? che poi è troppo e magari ti ci abitui.

Ma ogni tanto. Porca miseria.

E’ anche mercoledì 13. Sarà un segno no?

Ed è strano come un evento possa scatenare certi sintomi, riconducibili ad     un’incontenibile incontinenza.

Specifico che l’avvenimento di cui sopra non è dovuto ad avanzamento di età, cistite, contrattura pelvica..e via discorrendo.

 Dicasi quindi : SINTOMO MOMENTANEO.

Cosi vado in bagno ancora una volta. Perché l’ansia mette in moto l’apparato urinario che è un piacere.

Faccio un goccio, giusto per sconfiggere la sindrome della pisciata ansiosa. Che poi quando ti scappa e sei in giro, non sai mai dove farla.

Mica è facile.

Mica è come per un uomo.

Per loro basta una pianta, un riparo qualunque, ma anche il nulla.

Abbassano la zip, allargano le gambe e via, si tolgono il pensiero e l’acqua.  

E se sono in compagnia, può essere pure che ci scappa la gara. Che si presenta con diverse tipologie:

Dimensione, portata del getto, quantità.

E parte una bucolica competizione, tipicamente maschile di chi piscia più lungo.

Per noi del sesso opposto è un po’ più complicato. E nessun tipo di competizione.

Per noi non c’è la prima, la seconda… il bronzo. Naaaa. Noi si sta composte.

Per noi signore, c’è tutto un rito da rispettare.

Abbiamo bisogno di tempo, di fazzoletti, di vago silenzio ma neanche troppo che poi si sente il rumore di “rugiada”.

Imbarazz, grande imbarazz.

E quindi scatta la ricerca del luogo ideale.

Dobbiamo trovare un bel cespuglione, una siepe abbastanza fitta, una piccola collinetta, che ci nasconda, ma non troppo alta.

Perché così possiamo vedere senza essere viste. Spiare senza essere spiate. Tenere la situazione sotto controllo.

E ci vedete, che vaghiamo nel boschetto, ..che sembra stiam cercando funghi. Invece no!

Niente funghi. Niente fiorellini, niente castagne. Che poi non è neanche stagione. Stiamo semplicemente vagando in cerca del rifugio perfetto.

E meglio ancora se c’è un amica che ci “guarda le spalle” … con cui scambiare anche due parole nel mentre…(neanche da dire che la diacola si possa fermare in questi momenti, quando mai …)

Cerchiamo solo, unicamente, esclusivamente, un luogo atto al rilascio discreto di liquido biologico.

Perché poi ci dobbiamo acquattare, slacciare di qui, abbassare di là. E controllare che il “getto” non faccia disastri in giro.

Perché è un attimo, che ti rialzi soddisfatta e poi ti ritrovi i vestiti bagnati. Effetti collaterali spesso imprevedibili.

E di nuovo imbarazz…grande imbarazz.

 Maledetta ansia. Perché in questi momenti ti accorgi che pure il semplice “gesto” come il pisciare, diventa una tragedia, un ‘angoscia.

Cosi, già che posso ed è di comodo, corro in bagno, ancora una volta.

Per sicurezza.

E mi dico che tanto non ce n’è più perché ho appena dato, e invece ce n’è… eccome se ce n’è.

Ortioca – brododigallina.home.blog

il primo rutto..

Giorni fa, mimose come se piovesse.

Ci siamo appena lasciati alle spalle rose e cioccolatini e prima ancora la stella di Natale.

E tra poco arriva la cravatta o la scatola da sei di fazzoletti di stoffa con il ricamo per il papà.

E la torta per la mamma.

E poi si ricomincia.

Compleanni. Uno ogni due settimane circa. Fiori, profumi, candele, cene.

E di nuovo:

Panettone, pandoro, colomba.

Chiacchiere di carnevale, tortelli di San Giuseppe, biscotti della fortuna, Hannukkah, uova e conigli di cioccolata bianca, nera, al latte, alle mandorle, alle prugne, al marsala… La grigliata del 1° di agosto, il Bar-Mitzbah, …

E gli anniversari.

Di quando ci siamo conosciuti, di quanto ci siamo scopati, di quando ci siamo lasciati, di quando ci siamo ripresi.

Di quando abbiamo romanticamente ruttato nello stesso momento.

Di quando abbiamo fatto il primo selfie, di quando abbiamo ordinato lo stesso piatto di pasta, di quando ci siamo tenuti per mano la prima volta, di quel giorno che abbiamo visto il primo tramonto, di quando abbiamo ascoltato per la prima volta la nostra canzone, di quando stocazz..…

Festeggiate.

Io per sto giro passo.

ortioca – brododigallina.home.blog

Un cappotto.

Oggi ho donato un cappotto.

Non lo usavo da tempo, ed era ora di destinarlo a qualcuno che sicuramente ne ha bisogno più di me.

Ho donato un cappotto, qualche pullover, una coperta. Un paio di guanti e una sciarpa. Poche cose.

Ma oggi non si butta via niente. Oggi è tempo di fare la cosa giusta.

Non so nemmeno perché non lo usavo più. Era in cantina, in un armadio inutilmente riposto.

Ho donato un cappotto. Grigio, come il tempo.

Nelle tasche non c’era nulla. Ho controllato.

L’ho riempita io una tasca, con un bigliettino, per chi lo indosserà dopo di me.

Se ci infilerà le mani per scaldarsi lo troverà.

Un semplice “ciao, spero ti tenga caldo”.  Poche parole che sicuramente non verranno nemmeno  capite, scritte in una lingua strana. Ma non importa.

Nessun nome, nessun recapito. Non serve sapere da dove arriva, ma serve sapere che aiuterà qualcuno che il cappotto non ce l’ha più.

Un cappotto grigio, taglia M. Forse sarà un po’ piccolo, o forse un po’ troppo grande. Ma andrà bene lo stesso.

Mi chiedo chi lo indosserà.

Forse una ragazza che ne aveva uno suo di cappotto. Magari rosso.

Che ha dovuto lasciarlo a casa, uscendo in fretta. Che non ha avuto il tempo di prendere il diario nascosto nell’armadio, dietro i pantaloni, che non ha avuto il tempo di preparare una valigia con le sue cose più care. Una ragazza che ha avuto giusto un’ attimo per prendere il telefono, infilarsi le scarpe. Correre.

Forse una donna, che aveva appena finito di preparare il sugo da mettere sulla pasta. Che stava preparando il pranzo. Per quando tornano i ragazzi da scuola. La tavola già apparecchiata per 4.

In fretta e furia è dovuta uscire. Senza nemmeno chiudere la porta di casa. Insieme alla vicina di pianerottolo, stessa vita, stesso sugo, stesso destino. Senza meta precisa.

E’ solo un cappotto. Grigio. Anonimo. Probabilmente fuori moda.

Forse verrà donato a una vecchina. Che stava ritirando il bucato appeso fuori. Con la cesta piena di lenzuola pulite di fresco. Ancora in ciabatte, con un fazzoletto in testa e una molletta per i panni tra i denti. Pochi.

Comunque tiene caldo, avvolge. Forse sarà un pochino grande, forse un po’ piccolo. Ma chi lo indosserà non starà a guardare tanto di fino e se lo farà andar bene.

Farà un lungo viaggio questo cappotto, insieme alla sciarpa, i guanti… e altro ancora. Vedrà un altro pezzo di mondo. Diverso. Brutto.

Sarà stipato, insieme ad altri cappotti grigi, neri, insieme a scarpe, pacchi di riso e scatolame. In qualche container, viaggerà verso il freddo, verso le macerie.

Forse vedrà la neve, forse il vento.

Di sicuro la morte.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Faccio scorta.

Di farina, di sogni, di ciliegie.

Non si sa mai.

Metto da parte un po’ di biscotti, qualche abbraccio, e una manciata di sabbia.

Faccio scorta.

Di miele, di parole, di neve.

Qualche pietra, un paio di chili di caffè e due bricchi di latte. Non possono mancare.

Tre scatolette di tonno, un paio di guanti e due raggi di sole, il cd di Chris Isaak.

Faccio scorta, come uno scoiattolo.

Quattro matite, un cuscino e la limetta per le unghie.

Possono servire.

Metto via una confezione da sei di birra (che ha il suo perché), il lucido da scarpe, un mazzo di ranuncoli bianchi, un bidone di felicità.

Libri come se piovesse (primo fra tutti “ La buona terra” ), la crema per le occhiaie, un bacio. Mille miliardi.

Riempio l’anima di profumo di crema da sole, un pullover blu, 4 mele.

Una candela, facciamo due, meglio tre.

Il balsamo per i capelli, quattro chiacchiere con le amiche e un bel negroni sbagliato.

Porto con me un ricordo, la fotografia di mio nonno, una rosetta con la bologna.

Faccio scorta.

Di foglie d’autunno, di camino acceso, di Ragusa Blond. Una scatola di cerotti.

Risate. E lacrime. Un container cadauno.

Un rossetto, il cric, il mio quadro.

Le brugole, un pacchetto di cicche alla menta, una pianta grassa e una magra.

Le mie scarpe da ginnastica bianche e quelle con il tacco rosse, la crema per depilarsi, il frullatore.

Due dozzine di nocciole, una coperta.

Gli occhiali da vista, 4 Voltaren, una bustina di tè.

Due o tre lividi sul cuore e qualche rimpianto. Un cespo di scarola.

Una, due, tre… cene mai state. Faccio scorta anche di quelle, che poi mi mancano.

La pompa per la bicicletta, l’almanacco del giorno dopo, un’entrata al cinema.

Un sacchetto di biglie, uno di caramelle, uno di patate, uno di colori della primavera.

L’orario del treno, la canzone dei Flamingos, una tazza di brodo di gallina.

Del profumo di terra bagnata, di pane burro e zucchero. Di capelli che perdo.

Faccio scorta.

Di mandarini a Natale, di carta igienica, di busecca in umido e di lenzuola pulite.

Erba appena tagliata e monetine per il parcheggio. Una bottiglia di vino rosso, in caso finissero le birre.

Mi organizzo. Sono capace.

L’elenco è ancora lungo. Ma ce la faccio.

Faccio scorta. Di dentifricio, sale grosso, la mia playlist, le montagne dell’Engadina, i pantaloni del training.

Faccio scorta di bilancia, semi di lino, la maglia del dottor Gibaud. Qualche sassolino nella scarpa, due vasetti di marmellata, e una spalla per appoggiar la crapa.

Una passeggiata notturna, un lento di quelli che balli a piedi scalzi con il cavaliere dell’altezza giusta, due cacciativi a stella, una baguette, un‘onda del mare, un mazzo di carte e un mazzo grande grande di cazzi miei.

Scorta di sorrisi, l’elenco della spesa, una barzelletta, una fetta di torta alle carote, un numero di telefono e sei paia di calze termiche. Un ombrello.

C’è ancora spazio ? si ? bene.

Aggiungo il mio profumo da uomo, la fotografia della nostra classe, quella dove ci siamo ancora tutti.

Un pezzo di terracotta, un paio di metri di tubo Geberit del 56, un sospiro dopo un lungo bacio, un rotolo di sacchi della spazzatura rossi, la tessera dei punti Cumulus, la collana di perle di mia nonna.

Una bottiglia d’olio d’oliva, un paio di boxer ricevuti in regalo, le gomme invernali, il cannocchiale, la bucatrice, una palla di neve e qualche quintale di solitudine e noia.

Faccio scorta.

Può essere che i tempi bui si ripresentino.

E stavolta voglio essere preparata.

Una busta di malinconia, un rotolo di carta regalo per i pacchetti di Natale, una cartolina mai spedita, il foulard degli scaut, 6 fette di….

Ortioca – brododigallina.home.blog

ci stai ?

Giochiamo?

Ci sto.

Chi perde fa penitenza ?

Ci sto.

Qualsiasi cosa? Qualunque penitenza?

Si, ci sto.

Non sono una che si tira indietro. Anzi.

A cosa si gioca?

A carte.

A scarabeo.

A chi ride per primo.

A nascondino.

Un due tre, stella !

Piante, fiori, animali.

A biglie.

Il gioco del mondo.

A scacchi.

A rialzo.

Ci sto.

Ho perso.

Ci sto.

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La spesa – parte seconda

Sono a casa sul divano, pigiamino e copertina.

Fazzoletti, cellulare e telecomando a portata di mano.

Diagnosi = influenza

Prognosi = 5 giorni a casa, Neocitran due volte al giorno, riposo.

Niente di grave ma approfitto per scaricare alcune incombenze casalinghe…

Ed ecco che arriva la chiamata:

“si…scusa, sono ancora io… sono al bancone degli affettati, il salumiere mi chiede se il prosciutto lo voglio tagliato fine o un po’ piu’ spesso …”

Ma possibile che per comperare due cose, mi ha già chiamato 6 volte ?

Mi chiedo se vive anche lui in questa casa !

Eccolo di nuovo…

“Pronto ”

“ ehi…io, di nuovo .”

 (lo so che sei tu… )

Non trovo il reparto dei surgelati…”

“dopo lo scatolame sulla destra”

“ah..ok..lo scatolame… ehm… sono qui vicino ai detersivi…ti serve niente per lavare ?”

“no… ti ho fatto la lista…leggi, etciù !”.

Ma ce la possiamo fare ??

Ok… getto la spugna.

Perso in un bicchiere d’acqua.

Due ore per comperare quattro cose.

Al suo rientro mi alzo dal comodo divano e con il naso che cola decido che posso metter via la spesa.

Più che altro per dare un’occhiata agli acquisti.

Con grande sorpresa mi accorgo che:

1 – ha comperato yogurt alla pesca che avevo richiesto espressamente all’albicocca

2 – non ha preso il latte

3 – trovo una confezione di crocchette per cani, e noi abbiamo un gatto

4 – vedo un pezzo di tofu. Chiedo lumi e lui dice, convinto, che aveva voglia di formaggio. Ah.

5 – manca anche il pane

6 – ha preso 4 barattoli di marmellata al kiwi, che non piace a nessuno ma c’era l’azione

7 – invece del burro ha preso la margarina

Ora, capisco che ci possano essere delle difficoltà e che destreggiarsi tra crema per le mani e spezzatino di pollo non sia sempre facile.

Concedo anche la non conoscenza del supermercato e della corretta posizione dei prodotti.

Ma dopo questa esperienza ho capito che:

1 ° – meglio se non mi ammalo.

2° – se non posso evitare il nr. 1°, non posso permettermi di avere il cellulare scarico.

3° – fare buon viso e accettare i limiti

4° – accontentarsi e chiedere la spesa “semplice”, niente di complicato o “esotico”.

Al massimo un casco di banane ( e anche qui… ho paura per il “casco” )

Ortioca – brododigallina.home.blog

la spesa

Oggi ho voglia di …melograno.

No, in realtà quello che voglio è un pompelmo.

Volevo dire pompelmo, ma è uscito melograno.

Capita che si confondano. ( No, è impossibile confondere un pompelmo con un melograno.. ma essendo maschio, ci sta)

Sono nel supermercato e sento vicino a me un “collega di spesa”, al telefono con quella che credo possa essere sua moglie.

“ma i biscotti, senza glutine o senza lattosio ? Non mi ricordo…

E il latte, prendiamo quello parzialmente scremato o intero ?

Qui c’è scritto uova da allevamento, va bene ?”

Attacca e mi guarda.

Un po’ smarrito, un po’ gradasso mi dice :

“uff.. non si sa mai che bene fare, certo che a volte le donne sono proprio delle rompicoglioni eh ?”

di rimando dico: “Eh si… sembra che non siamo in grado neanche di comperare un etto di prosciutto senza di loro…come se ci volesse una laurea…”

Sorridiamo solidali.

A casa scopro che volevo un pompelmo e ho comprato un melone. E che per sicurezza ne ho presi due.

Chiedo scusa a tutte le donne che, al telefono, guidano pazientemente l’uomo tra gli scaffali dei grandi magazzini.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Facciamo due conti…

Cammino nella neve tutta imbacuccata. Si vede solo il naso, la punta.

Fa freddo. Dicono che è un freddo secco, ma sempre freddo è. E porca miseria se “al cagna”.

Sento lo scricchiolio della neve sotto gli scarponi che fanno passi regolari.

E le cince che cinguettano felici tra i rami. (le cince alpestri, bellissime – grazie S.)

Se allunghi la mano ci si posano sopra, con timido coraggio. E tu resti immobile con il braccio teso e il palmo in su, e guardi estasiata questo piccolo miracolo che ti ritrovi tra le dita.

Per un attimo tutto è silenzio. Anche nella tua testa.

Per un attimo i pensieri si fermano lasciando lo spazio ad occhi meravigliati.

Ma è giusto un momento. Poi ricominciano a muoversi. I pensieri.

E li senti, senti il rumore delle parole che si accavallano, che fanno a botte, che chiedono spazio.

Sai che prima o poi dovrai affrontare l’incontro. Dovrai mettere le carte sul tavolo.

E mentre riprendi a camminare, cerchi di dare un ordine. Un senso.

Come quando ti viene quell’impulso irrefrenabile di rimettere a posto l’armadio dei vestiti. Inverno da una parte, estate dall’altra. Dura poco l’ordine.

Fai un elenco, stabilisci delle priorità. E valuti tutti gli scenari possibili. Stabilisci la strategia. L’attacco è sempre la miglior difesa.

Ti prendi il tempo, per affrontare il match, per non farti trovare impreparata, per sconfiggere le paure, per non abbassare la guardia.

Per mettere una toppa alla corazza che ultimamente si è crepata un pochino qui…un pochino là.

Perché sai che non puoi permetterti che qualcosa fuoriesca o possa trasparire. Perché hai imparato a non lasciar intravvedere nulla.

E fai i conti. Con le parole, i ragionamenti, la lista dei pro e quella dei contro.

Calcoli il fattore rischio. Ti fai domande e ti dai tutta una serie di variabili risposte.

E intanto i passi avanzano, il sole cala, e hai le mani gelate malgrado i guanti.

Prendi coscienza che stai facendo i conti senza l’oste. E qualsiasi risultato tu possa ottenere con i tuoi pensieri, sarà sbagliato.

Perché non hai tenuto conto del cartoncino degli imprevisti. E lo sai che durante la partita non puoi esimerti dal pescarlo.

E malgrado tu abbia pensato a tutte le possibili risposte, malgrado tu ti sia messa dalla parte del “nemico” e valutato tutte le concepibili repliche dell’avversario, tu sei e rimani nella tua testa. 

E le tue risposte possono essere quelle giuste. Ma solo per te. Perché non è tutto o bianco o nero. Ci sono le sfumature. 50 sfumature di grigio.

Sai che l’oste farà i suoi conti.

E il bastardo non sbaglia mai.

E già prepari la Mastercard. Perché il conto sarà salato.

E ti toccherà pagare. Muta.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Vivi

E poi arrivano certe occasioni che non puoi proprio farti scappare.

Come decidere la penitenza dopo aver vinto una partita a scarabeo (Enorme soddisfazione, ma proprio enorme…)

Come comperare in saldo quella giacca che ti piace tanto ma a prezzo pieno è inarrivabile.

Ci sono occasioni che vanno prese al volo, senza pensarci, senza nemmeno farci un ragionamento.

Cosi, d’istinto.

Che riesci appena appena a dirti : “Buttati, vai, senza nessuna esitazione !”.

E ti ci tuffi, con tutto il corpo e l’anima. Ci salti dentro come in una pozzanghera, a piè pari. E chi se ne frega se schizzi tutto e tutti. E’ già quello il bello.

Senza curarti delle conseguenze. Senza rimorsi.

Perché qui si sopravvive. E si cerca di farlo al meglio. E dopo una certa, tutti i giorni sono uno stato di grazia.

Quindi mangiala quella fetta di torta, sali su quel treno, mettiti lo smalto nero sulle unghie.

Godi del momento, assaporalo. Come se non ci fosse un domani.

Che al domani ci pensiamo poi domani.

Osa quel vestito aderente.

Che anche se si vedono i rotolini intorno alla vita hai la consapevolezza che non sarai mai perfetta.

Fregatene.

Lasciati guardare le rughe, che sono il tuo vissuto. E i capelli bianchi, che anche a nasconderli sai che sono li.

Non farti scappare l’occasione. Salta il fosso della sicurezza, abbraccia l’imprevedibilità. L’ignoto.

Non è detto che sia uno spreco. Lasciati il beneficio del dubbio.

Viviti quella vacanza che rimandi da tanto, troppo. 

E non stare a calcolarti gli anni. Passano anche senza che tu ne tenga il conto.

E i rimpianti non servono a nessuno. Se non alla rabbia.

Ci sarà tempo per leccarti le ferite, e avrai il tempo di contare le cicatrici che ti sono rimaste. Inevitabilmente.

E te le farai passare, una ad una. Farai la conta, perché saranno immancabilmente tante.

E ricorderai.

Che almeno hai vissuto.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Un campo.

E mettimelo un like, sulla foto dei fiori.

Perché l’hai vista, e far finta di niente è peggio. Fai una figura barbina.

Lo so che rosichi. E ti chiedi chi sia stato.

Metticelo un like.  Anche se i fiori non vengono da te. Lo sappiamo.

Si, tu e d’io ( o “Dio” ?) lo sappiamo che non sono tuoi.  Evidentemente.

Non è farina del tuo sacco. Tu manco ce l’hai il sacco, figuriamoci la farina.

E sappiamo che il pensiero non ti ha nemmeno mai sfiorato. E se fosse, te ne sei guardato bene e l’hai schivato.

Quindi mettilo un like. Che ti frega.

Perché se non ci hai pensato tu, qualcun’altro l’ha fatto.

E già solo per questo, andrebbe ringraziato. Un bel gesto merita approvazione. A prescindere.

Perché vuol dire che, comunque, quel “qualcuno” ha pensato a me. Per un attimo.

Che me li meritavo.

Non so bene per cosa.

Non so se ho fatto qualcosa di speciale.

Ma li ho messi in quel bel vaso di vetro alto, che tutti mi invidiano, appoggiato sul tavolo da pranzo.

E li guardo mentre si aprono in tutto il loro splendore, che maturano.

Di un bel colore rosa. Perché a me il giallo non piace ( sallo ! ) e chi me li ha regalati lo sa bene.

Ho fatto una bella foto, con la luce giusta, e una bella inquadratura. Senza filtri.

E ti vedo che la spii tra quelli che approvano. Che ti chiedi, chi, come… perché.

Come se non mi meritassi un bel mazzo di tulipani, ogni tanto.

Certo che me li merito. Non un mazzo, ma UN CAMPO !

Quindi mettilo un like. Che ti frega.

Non per me, ma per te che non ci hai pensato.

Perché ci ho pensato io.

Già.

E mi sono regalata un mazzo di tulipani, rosa. Belli, che ancora devono schiudersi completamente.

Che sono una meraviglia e uno spettacolo da guardare. Dureranno poco, ma quel poco basta.

Perché me li merito.

Non un mazzo, ma un campo !

Io lo so.

ortioca – brododigallina.home.blog

Propositi per il prossimo anno

. più di testa e meno  di “pancia”

. essere più egoista

. perdere ancora almeno 3 kg. Meglio 4.

. tagliare i capelli

. pensare prima a me

. scrivere un libro

. partire senza una meta

. fare un’ora di yoga una volta la settimana

. fare un corso di degustazione vini

. seduta completa dall’estetista, dalla testa ai piedi

. dedicare più tempo all’amicizia

. insistere con la bicicletta

. produrre meno scarti alimentari

. fare un quadro

. togliersi dalla testa di avere un cane

. non prendere l’ascensore per salire le scale

. imparare una lingua

. imparare due lingue

. decidersi a pitturare casa

. riuscire a fare le giuste considerazioni

. provare a mangiare un kebab ( Naaaa…)

. guardare meno televisione

. dedicare più tempo al giardino

. cercare di non piangere guardando E.T

. vincere all’Euromillions

. imparare a star seduta composta

. riuscire a dormire una notte filata

. andare al cinema più spesso

. essere più egosita..( già detto vero ? )

. imparare a fare l’uncinetto

. comperare meno scarpe

. carpire la ricetta del paté della zia U.

. essere consapevole dei miei limiti

. non avere limiti

. mettere più crema anti-rughe

. andare nei musei

. decidersi a buttare gli scarponi da sci

. imparare a ballare il valzer

…. ho ancora spazio?

ortioca – brododigallina.home.blog

Vado in missione.

Momentaneamente in pausa, causa festività imminenti.

Mi ritiro nel mio “brodo”, in attesa di tempi migliori.

In attesa di veder spente le lucine, di dimenticare la frenesia dei regali inutili, in attesa dell’insalatina benefica e/o del brodino post abbuffata.

L’unica creazione artistica che mi concedo in questo periodo è l’albero di Natale.

Non tanto per il richiamo della tradizione storica, quanto più perché il mio lato creativo non mi dà tregua finché non metto sul tavolo una nuova idea.

Concepisco e creo. Ci sono da calcolare circa 2/3 giorni di gestazione con conseguente preparazione del materiale per organizzare la missione.

Come equipaggiamento possiamo vantare quanto segue:

Abbigliamento:

Tuta termica mimetica, sotto guanti e guanti da lavoro, occhialini infrarossi. Mantellina per la pioggia (perché piove sempre quando decido…) passamontagna color verde militare, scarponi con ramponi.  Casco con pila da minatore. 

Attrezzatura:

Numero 3 teli mimetici (in tinta con la tuta) con relativi picchetti per un eventuale tenda di fortuna. Metro, chiodi e martello. Corda di canapa da ml 25 e una decina di moschettoni, seghetto e coltellino rigorosamente rosso Svizzero. Brugole, viti, bulloni di diverse misure. Macete. Cacciaviti a stella e piatti come se piovesse. Materassino e sacco a pelo (per gli addetti ai lavori vedi “schlafsack”)

Scorte di cibo, bottiglie d’acqua. Farmacia di primo soccorso. Fiammiferi e carta. Rotolo di carta igienica, fornellino a gas con relativa pentola.

TELEFONO, possibilmente caricato al 100%, visto una precedente “avventura” finita parecchio male.

Zaino da litri 65 zeppo e cassetta dei ferri idem con patate.

In pratica parto per la guerra.

Esco di casa che sono già stremata.

Per evitare incontri ai quali dover giustificare un abbigliamento decisamente eccentrico parto all’alba. Con il favore del chiaro scuro, cammino rasente i muri, fino al sentiero che porta alla “foresta”.

Prego che nessuno sia nei paraggi perché cosi agghindata sarebbe alquanto imbarazzante spiegare che sono in “missione albero di Natale”.

Mi addentro e dopo qualche chilometro di marcia a passo veloce, piazzo l’accampamento.

Aspettando il sorgere del sole decido di preparami un caffè di fortuna (acqua calda e caffè solubile) e mi accorgo di aver dimenticato il latte. Alè… bene ma non benissimo.

Bevo la brodaglia e scandaglio con lo sguardo la zona circostante. Il silenzio del bosco mi inquieta un po’.

Fatti coraggio, sii impavida, sei in missione!

Preparo il materiale per la “caccia all’arbusto “e comincio la perlustrazione.

Vago per la macchia, inciampo su una radice e mi ritrovo a terra tra foglie bagnate e ghiande.

Trattengo il respiro, sento dei passi.

Un umano e il suo cane fanno la loro apparizione. (mentalmente parte un “cazz..” )

Mai momento fu più opportuno!

Mi rialzo, concia come un “magnan” tra leccate dell’animale e sguardo perplesso del suo accompagnatore.

Lo so cosa sta pensando (non il cane) ma non mi scompongo e saluto con un “buongiorno” forse troppo entusiasta.

La stessa risposta di rimando, con richiamo all’ordine del cane e un timido “ tutto bene?”

“ehm…si, si, tutto benissimo… “

Senza ulteriori commenti e spiegazioni aggancia la bestia al guinzaglio e riprende la sua passeggiata e io la mia, rigorosamente in senso opposto.

Dopo poco, eccolo. Il santo Graal. L’ho trovato.

L’albero perfetto, in tutta la sua maestosità, magnificenza.

La fatica che viene ricompensata, premiata. Mi beo, felice come un bambino davanti al suo nuovo trenino elettrico.

Resto per qualche attimo in rigorosa ammirazione. Quasi mi commuovo.

Apro lo zaino, esco gli attrezzi e come un falegname esperto inizio il lavoro di recupero.

Taglio, sego, impreco.

E’ più ostico del previsto, ma non demordo. Conscia che la mia forza fisica è decisamente poco prestante, non mi do pace finché non arrivo allo scopo finale.

Oggi non si fanno prigionieri. L’impresa è più ardua del previsto ma la vinco.

Trascino la vittima fino al campo base, ripongo i ferri del mestiere, spengo il fuoco senza lasciare tracce (anni e anni di scautismo insegnano…) e mi appresto al rientro.

Ripercorro a ritroso il sentiero con il corpo del reato in spalla.

Metà della missione è stata portata a termine con impacciato successo.

Ora arriva la parte più ludica. Le decorazioni.

E se per recuperare un albero questa è stata la narrazione, vi lascio immaginare l’epopea per l’addobbo. Un impresa titanica alla volta…

Ortioca – brododigallina.home.blog

Quando me ne andrò.

Quando me ne andrò.

Forse sarà una cosa improvvisa.

Ma conoscendomi, opterò per una via più graduale.

Comincerò col dirti che “stasera non posso”.

E tu sarai ancora in quella fase dove non chiederai spiegazioni e non sospetterai.

Poi ci sarà anche un “domani non posso”.

Ci sarà la riunione di condominio, il corso di yoga, un aperitivo con le amiche.

Il corso di cucina vegetariana, la serata di taglio e cucito e quella del libro con il circolo di lettura, il mal di testa.

E il mal di testa ci sarà anche dopo-domani. Come se piovesse.

Dapprima scherzerai sui miei mille impegni improvvisi.

Poi è fortemente probabile che comincerai a prendere coscienza della cosa.

Piano piano ti farai domande. E forse mi chiederai risposte.

Ma le risposte le hai già in tasca. Da parecchio.

Quando me ne andrò, saprò di aver giocato tutte le mie carte, di averti fatto vedere il poker d’assi che avevi in mano.

Perché tu non lo hai visto. O hai fatto finta, o il gioco non ti interessava.

Non ho mai preteso l’all-in, ma una piccola puntata potevi farla. Giusto per venire a “vedere”.

Quando me ne andrò, mi penserai. Tutte le volte che berrai un caffè con il latte freddo, io sarò li.

Per te spegnerò la luce (da “ lascio la luce accesa” del 28.11.2019) e potrai finalmente rinchiudermi nell’armadio insieme a tutti gli altri scheletri e i demoni che ti porti dietro.

Tutte le volte che mangerai un filetto, cottura media, con patate al forno, al ristorante, mi penserai. Sarà inevitabile. Capiterà.

Capiterà anche di sentire un “vai piano e torna”, e io sarò di nuovo lì, nella tua testa.

Credimi, non ne gioisco.

Quando me ne sarò andata, la porta poi sarà chiusa. Non socchiusa o appoggiata.

Non dirò “te l’avevo detto”, perché te l’avevo detto.

Servirà a poco bussare all’uscio. Magari ti ci appoggerai contro, imprecando, tirando calci e pugni, ci sbatterai la testa.

Magari sentirò anche qualche “vaffanculo”. E se dovesse, ne sorriderò senza cattiveria alcuna.

Magari invece ti volterai senza proferir verbo e te ne andrai. Senza tante smancerie, senza troppe scenate. Magari anche un po’ sollevato.

Chi lo sa.

Quello che so per certo è che avrai altre porte da aprire, e altre che sono già spalancate da un po’.

Ma questa sarà una di quelle che, anche a scardinarla, non si aprirà più.

Quando me ne sarò andata, sarà comunque un momento triste.

Per tutti i non momenti.

Per i non caffè e biscotti, le non chiacchierate al tavolo in cucina, le non lunghe discussioni su tutto e niente.  

Per le non lunghe telefonate, per i non mille orgasmi.

E vorrei renderti attento al fatto che scrivo “quando”.

E’ un dettaglio.

Ma estremamente fondamentale.

Perché prima o poi me ne andrò.

Per volermi bene.

Ortioca – Brododigallina-home.blog

Casa

La mia barca si chiama “Chesa”.

Vuol dire casa, si legge “cesa”.

Me la porto addosso, come un paguro fa con la sua conchiglia.

Ed è bella la mia barca. Di legno e ottone lustro, con gli oblò, il guscio in resina bianca. Il pennone, alto, imponente. La tengo linda, la curo.

C’è anche una piccola polena sulla prua che fa bella mostra di se. Un po’ kitsch, un po’ retrò. Ma mi somiglia.

E’ un 12 metri, a vela. E’ il mio nido, il mio rifugio. La mia caverna.

Il ponte tutto perlinato di legno chiaro, che brilla quando ci batte sopra il sole. Uno spettacolo la mia Chesa, con la randa bianca.

E adesso la mia barca sta uscendo dal porto.

Io sto uscendo dal porto.

Siamo state attraccate per un po’. A far rifornimento, approvvigionamento della cambusa. A riposarci. A far asciugare le vele.

Per un certo periodo ho navigato a vista, senza meta, senza progetti.

Va bene ma solo per un po’. Poi bisogna impostare il tragitto.

Perché in barca ci vogliono le carte, sapere la rotta, conoscere il finale del viaggio. La meta ultima.

Bisogna sapere dove si vuol andare, e come arrivarci.

Si devono fare i calcoli, guardare le stelle (è sempre ” la seconda a destra, questo è il cammino…” ), tracciare le linee sulla carta.

Devi saper usare il sestante, la squadra e il compasso.

E la bussola. Fondamentale la bussola. Guai a perdere il nord.

E adesso è tempo di ripartire, di nuovo. Di farci portare dalla corrente.

Tra poco lascio la banchina, slego le cime, ritiro le boe.

Alzo la passerella. E mi rimetto al timone. Spiego le vele.

E tu sei lì, sul pontile, con le mani in tasca. Chiuse a pugno, con imbarazzo e una faccia mesta.

Dondoli. Ciondoli.

Ti guardi le scarpe. Quelle stesse scarpe che hai tolto per salire a bordo. 

Perché sulle barche le scarpe non si portano. Per non rovinare il ponte, per stare comodi. Perché si usa così.

Ti vedo che ogni tanto alzi lo sguardo mentre faccio tutte le operazioni per salpare. Mi spii.

Sto uscendo dal porto, e tu alzi il braccio per salutarmi.

Mi gridi “buon vento”.

E io di rimando penso “Fanculo. Te e il vento!”

No. Fanculo te.

Il vento io me lo faccio amico.

Ortioca – brododigallina.home.blog

DUE C

Carlo e Camilla.

Lui alto ma bruttino.

Lei… beh.

Ma è intelligente. Una faina. La volpe che scampa alla famosa caccia.

Da sempre compagna, poche volte ufficiale, di quello che potenzialmente potrebbe essere il futuro re d’Inghilterra. Hai detto niente.

(ma il “forse” è d’obbligo ! )

Ha saputo aspettare, paziente. Ha saputo mettere il fieno in cascina, tessere la tela, posizionare la trappola. Sempre discretamente presente.

Ha marcato il territorio, ha segnato il campo. Quasi fregandosene delle ire altrui, dei commenti, dei pettegolezzi che aleggiano sempre in questi casi.

Lui ha fatto quello che doveva, da bravo soldatino.

Quello che il suo ruolo di principe gli imponeva. Ha scelto una ragazzina del suo reame, l’ha sposata, ha generato un paio di eredi et les jeux sont faits. 

E lei gli ha lasciato il tempo di pianificare la successione, di posizionare i pezzi sulla scacchiera.  

La faina era già due passi avanti. Sempre.

Ed è stata costretta a portarsi sulle spalle il peso di una competizione mediatica non da poco. Il ruolo scomodo dell’amante. Pure brutta. Pure antipatica. Dettagli che non hanno certo giocato a suo favore.

La strega della fiaba. Con una pettinatura sempre uguale da cinquant’anni a questa parte, già vecchia ancor prima di invecchiare, nulla a che vedere con il cigno bellissimo con cui si è dovuta confrontare.

Perché la rivale infatti ha saputo entrare nel cuore del mondo, ed è sbocciata.

La ragazzina, crescendo, ha tirato fuori le palle e, a dispetto del ruolo, del titolo, ha sconquassato tutto l’iter.

Mentre lei, la faina, sempre nascosta dietro la tenda, osservava e calibrava il tiro.

Paziente assaporava la vittoria che prima o poi, sapeva sarebbe arrivata.

E il destino l’ha aiutata.

Anni e anni di sopportazione, mitezza e tolleranza le hanno dato ragione.

Per una beffa del fato, la strada si è improvvisamente fatta piana, quasi un po’ in discesa.

E da buona volpe, ha saputo cogliere l’attimo. Si è fiondata sull’uva che era lì, a portata di mano, matura e succosa.

E ora ha finalmente coronato il sogno, l’ha avuta vinta su tutti e tutto e si è finalmente posizionata al fianco del suo principe, ufficialmente.

Ha sdoganato il suo ruolo di amante, passando dalla porta di servizio all’entrata principale.

Lei ce l’ha fatta. Ha sbaragliato la concorrenza, si è accaparrata il trofeo e ora lo sbandiera ai 4 venti. Incurante del protocollo, dei rumors, del pettegolezzo che aleggia dentro e fuori corte.

Mi verrebbe quasi da dire “ brava la Camillona”

Non ha cambiato pettinatura ed è sempre faina.

Che Culo. Le due C.

ortioca – brododigallina.home.blog

Se ti cercassi.

Perderei.

Perderei il gettone. Quello che ti danno dopo un anno che non bevi.

Dopo un anno che non ti fai.

“Ciao, sono Pucci, non mi faccio da 3 mesi e 12 giorni”

“Ciao, Pucci, clap clap”.

Se ti cercassi, so che poi dovrei ricominciare tutto da capo. Perché dopo poco mi ributteresti nella spazzatura.

Perderei la mia faticosa astinenza. Dopo 1 anno, 4 mesi, 18 giorni e 4 ore di rinuncia. Di dieta da te.

Il cuore vincerebbe sulla testa, in questa partita a braccio di ferro che stanno facendo. Per ora sono abbastanza equilibrati. Se la giocano più o meno alla pari.

A volte pende per uno, a volte per l’altro. Ma poi ritrovano il centro e ricominciano la spinta.

Costa fatica.

A volte.

Spesso.

Se ti cercassi, vorrebbe dire cedere alla tentazione.

Di prendere il bicchiere di scotch, che è lì sul bancone. Appoggiato, con una buona dose di ghiaccio.

Invitante. Perché tu sei cosi.

E il barista mi alletta facendomi annusare il liquido. Il bastardo sa.

Se ti cercassi, vorrebbe dire farsi una strisciata, inalare una qualsiasi sostanza che stordisce. Con la banconota da un dollaro arrotolata e infilata nella narice.

Ma non ho il dollaro. E resisto.

Perché vorrebbe dire ricadere nel baratro.

Cosi quando la brama mi tenta, faccio esercizi di respirazione. Prendo fiato.

E conto. 1 anno, 4 mesi, 18 giorni, 6 ore…7… 8..

Sarebbe umiliante.

Sarebbe una sconfitta. Una débâcle, una disfatta.

Se lo facessi, dovrei ritornare alla casella di partenza e ricominciare. Ritirare il dado e avanzare, di nuovo, faticosamente.

E so che se ti cercassi, perderei. Anche quell’ultima lacrima che ho conservato. Per i momenti “buoni”. Per i momenti dove vale la pena spenderla.

Scenderà quando mi cercherai tu.

SE mi cercherai tu.


Perché darlo per scontato sarebbe presuntuoso. Bello ma pur sempre presuntuoso.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Accosti per favore…

Come ti cambio la giornata da così a così.

Da sole a pioggia. Da caldo a freddo.

Da fame a chiusura dello stomaco.

E ci sta che capitino queste giornate. Poi però bisogna lavorarci. Parecchio.

E si deve remare.  Cazzo se si deve remare.

E recuperare un po’ di tepore. Rimettere la bussola a nord, ritrovare l’equilibrio.

E nel mentre si appende il cartello “lavori in corso”.

Come quando c’è traffico e bisogna rallentare, guardare a destra e a sinistra, le mani sul volante alle 10 e 10 e un occhio al contachilometri.

Che superare il limite è un attimo. E poi si paga.

Data fine elaborazione, non ancora pervenuta.

Perverrà.

Intanto fughiamoci.

Diamoci alla macchia, rintaniamoci in luogo sicuro e appartato. In un luogo dove non ci sono auto, non ci sono ingorghi. Nessun pericolo di incorrere in qualche contravvenzione. Che oggi c’ è parecchio traffico. Troppo.

Cosi, ci si rintana. Dove c’è solo silenzio, boschi e sentieri.

E il nulla. Quello che medica.

Ortioca- brododigallina.home.blog

Signori si nasce…

Esistono ancora?

Quelli che scendono dall’auto e corrono dalla tua parte per aprirti la portiera?

Quelli che tengono aperta la porta del ristorante per farti uscire dopo una bella cena?

Dalle mie parti sono animali in via di estinzione. Anzi, già estinti, esemplari preistorici.

Di quelli che trovi sui libri di storia. Storia antica. Molto antica.

Dove sono finiti i Signori, che ti portano i fiori a casa, che organizzano la serata con le candele, la musica in sottofondo, il bagno con i petali di rosa? (ok…per il bagno ho esagerato)

E se fai notare “velatamente” la cosa, ti rimbeccano subito con un “avete voluto la parità ?”

Certo che l’abbiamo voluta.

Quindi ?

Stirate ? Lavate ? Cucinate ? Pulite ? Fate la spesa ? Portate i bimbi a scuola ? A calcio ? A violino ? Abbassate la tavoletta del cesso ?  

Al massimo tagliate il prato. AL MASSIMO.

E dopo averlo tosato, vi ci vogliono almeno 2 giorni di riposo.

Premetto che non sono particolarmente femminista, ma forse rimango affezionata a certi gesti galanti che ormai sono caduti in disuso. Desueti.

Sarà per questo che noi donne ancora lo sogniamo. E’ nella nostra natura, insito nel DNA.

E lo cerchiamo, invano, l’uomo perfetto. NO, non perfetto fatto di perfezione, ma perfetto per noi.

E abbiamo fiuto. (sempre insito nel DNA)

Un sesto senso che fa concorrenza al radar del sottomarino di Caccia a Ottobre Rosso. Con la campanellina che suona appena avvertiamo un “default”.

Perché capita che ti si inviti al ristorante, seratina preparata da lui che sembra abbia organizzato un meeting aziendale.

E tu ti agghindi, come solo le donne sanno fare in queste occasioni (rare), come se dovessi sfilare sul red carpet di Cannes.

E per fargli piacere prendi il risotto all’Amarone (che per il risotto bisogna sempre essere in due – che palle eh !)  Perché lui ti fa capire che lo vuole fortemente.

E ti sacrifichi, anche se il risotto l’hai già mangiato ieri, e l’Amarone non ti fa impazzire.

E ti dici che, va beh,… facciamocelo piacere sto cazzo di risotto, che poi mi rifaccio con il dolce…

Dicevo, ti ritrovi a passare una seratina tutta ben vestita con addosso l’intimo che praticamente ti è costato un mese di affitto e che tieni esclusivamente per le occasioni “buone”.

E pregusti il preludio di un dopo-cena “come Dio comanda” (notte di fuoco e finché ce n`è, viva il re! )

Ed ecco che, con ancora in bocca il gusto del tortino al cioccolato fondente, lui, il maschio apparentemente Alfa, fa il brillante, chiede il conto, estrae il borsellino e….

“Facciamo a metà?”

Ecco, in quel preciso momento la libido prende il volo, il radar suona all’impazzata, e mentalmente ti dici “Ma porca di quella…potevo almeno prendermi la cotoletta impanata ..altro che risotto del menga!”

Lo guardi con un occhio da cecchino, prendi la mira e lo disintegri con lo sguardo. Lo bruci direttamente al tavolo, lì, come un oca flambè.

Sorridi composta, di quei sorrisi belli forzati, e dici “ma certo”.

Perché sei comunque una “signora” e non si fanno certe scenate al ristorante, non sta bene. E poi che scenata vorresti mai fare ?

Niente, la vendetta va servita fredda, calcolata, pensata in ogni suo dettaglio. Studiata a tavolino. Come se stessi programmando la battaglia di Waterloo ( e tu non sei di certo Napoleone e sicuramente “la garde ne recule jamais !”…)

Hai già la mente in funzione, il cervello in azione, le rotelle che girano all’impazzata. (din din din…) Perché noi donne siamo così, fredde calcolatrici, macchine da guerra. Strateghe, e anche un po’ streghe.

 ( traduzione = stronze ! )

E quindi in auto, al ritorno, già sai che ti verrà quel mal di testa terribbiilleee… che non ti passa nemmeno con due “Aulin” e scatta il “per favore non mettere nemmeno la musica che proprio mi scoppia la testa”.

E appena sotto casa, esci al volo dall’auto con un breve saluto e una mano sulla fronte.

“scusa…ti chiamo io”

Seeeee…Col fischio.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Let go.

“Lascia andare le persone che non sono pronte ad amarti.

Questa è la cosa più difficile che dovrai fare nella tua vita

e sarà anche la cosa più importante.”

A. H.

Wow.

E sia.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Si parte

Si, alla fine si parte. Finalmente.

4 amiche in viaggio. Senza uomini, senza famiglia. Solo l’amicizia.

Che bello sentirle che si preparano, si organizzano.

Io guido, io faccio i documenti, io prendo il dentifricio. Io compero le scarpe comode per camminare.

C’è eccitazione nell’aria.

Voglia di scoprire nuove città e mangiare bene. E ricaricare le batterie prima di affrontare l’autunno che arriva e poi l’inverno.

5 giorni di spensieratezza, di risate, di leggerezza. Di “maledetta primavera” cantata a squarciagola.

Le “sento” che preparano la valigia.

Voi prendete quella grande o stipate tutto in quella piccola ?

Che fanno le prove dei vestiti. Farà caldo, farà freddo.

L’ombrello lo portiamo ? e il costume voi lo prendete ? Si ? allora ci vuole anche il telo mare..e mannaggia non ci sta più nulla.

Messaggi, sulla chat comune, che si alternano a battute e informazioni su cosa vedere, dove andare.

C’è anche il mercato sabato, non possiamo mancarlo.

Tranquille ragazze, ho portato l’auto a fare il servizio, viaggiamo sicure.

So che faranno la cassa comune, che sicuramente qualcuna tornerà con un paio di scarpe in più, che faranno fotografie stupende.

Che rideranno, e parleranno a fiume, come solo le donne sanno fare.

Ricordatevi il caricatore per il telefono e i cerotti per le fiacche ai piedi.

E pensatemi. Ho una sana invidia.

Il prossimo viaggio non lo mancherò. Perché certi momenti vanno vissuti intensamente, e le amicizie sono merce rara.

Buon viaggio care amiche.

Ortioca – brododigallina.home.blog

S..carpe diem.

Ne ho una marea.

(Come la mia amica S. che durante un bellissimo “week end lungo” ne ha acquistate 3 paia…  ma S. , con te non c’è competizione !)

Quasi tutte le donne sono malate di scarpe, e io non faccio eccezione. Entro di diritto nella categoria. Potrei quasi vantare il podio.

Non so più dove metterle.

Ne ho in cantina, negli armadi, sparse in camera. Mi manca solo di metterle in frigorifero o in forno.

Non riesco a resistere, è più forte di me. Di ogni tipo, di ogni colore, per ogni occasione io sono pronta. In qualsiasi posto io vada… cerco scarpe.

Cosi le vedo in vetrina, rosse splendenti, troppo carine, troppo irresistibili. Troppo per non entrare e provarle.

Un décolleté con tacco. Perfette con il vestito nero e la borsa abbinata. Rosso lucente. Splendenti in tutta la loro magnificenza.

Ecco il Santo Graal. Il coronamento del sogno, la fantasia che diventa realtà.

Entro, chiedo il numero. 40 (si, ho un bel piedino…)

Numero esaurito. Ovvio. ( C’erano forse dubbi ? )

Chiedo di provare un 39 e azzardo se per caso non ci sia anche un 41.
“Si, ci sono”.

Provo il numero in meno. Il piede si ribella, sforzo un po’ e vinco. Entrato.

Subito diventa salciccia. Provo anche la sinistra e muovo qualche passo incerto.

Pure l’altro piede diventa salciccia. Resisto. Le guardo e sono proprio belle.

Ma strette. Strettine. Poco, pochino..

Magari se metto un po’ di crema sui piedi scivolano dentro bene. Magari se le metto in congelatore si sformano un po’. Magari se le ungo con un po’ d’olio d’oliva… magari, magari, magari.

Mi dico che ora il piede è stanco, perché è tutto il giorno che sono in giro e il piede caldo si gonfia di suo. E’ giustificato.

Congetture assurde pur di non mollare la presa.

Provo il numero grande. Le perdo.  

Magari con un paio di calze (ma sei scema ??)

Le ammazzi delle scarpe cosi con un paio di calzette. Queste le scarto.

Eppure sento che sono le mie, lo so.

Che mi appartengono, che sono la normale continuazione del mio corpo, che senza questo paio di fantastiche e meravigliose scarpe rosse non potrei più vivere.

Guardo la commessa in cerca di conforto, approvazione, consenso.

Riprovo le piccole sempre con un certo impegno e chiedo “Poi si lasciano un po’ vero ?”

E cosa vuoi che ti risponda quella buon anima ? Non fosse altro che per solidarietà femminile..

 “ Ma certo, usandole poi prendono la forma del piede…”

 E mi sento sollevata. Rincuorata da quella buona notizia, che non poteva essere altrimenti. Perché anche se il mio numero è il 40, il 39 prima o poi andrà bene pure lui.

Ci faccio ancora un giretto nel negozio, con i piedi gonfi come due palloncini, e so che non uscirò da lì senza. Che la mia vita non sarà più la stessa altrimenti.

Pago eccitata e torno a casa con l’acquisto dei mie sogni.

Le riprovo appena entrata, sperando così di cominciare a metterle in forma.

Come diceva la commessa (che si è rivelata in accordo solo per il fatto di essere donna, e quindi di capire in modo INEQUIVOCABILE che la scarpa rossa va ASSOLUTAMENTE posseduta) mi ci devo abituare.

Faccio avanti e indietro in corridoio, ticchettando sul pavimento, orgogliosa.

Le provo con il vestito e la borsa. Un figurone, niente da dire.

I piedi però cominciano a dolere. Per apparire bisogna soffrire, diceva la nonna.

E io soffro. Sudo ma non mollo. Tenace come solo una donna sa essere davanti alla sfida delle scarpe! Sfilo di nuovo in corridoio, provo addirittura una corsetta.

Mi dico che per oggi può essere sufficiente. Le tolgo e i piedi tirano un sospiro di sollievo.

Le rimetto nella scatola, ben protette, e le ripongo sopra i sandali blu.

Le ho comperate due anni fa. Sono ancora li.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

Noblesse oblige…

A volte basta davvero poco.

Per cambiare una giornata da cosi…a cosi.

Soprattutto in quei giorni che ti capita di non sentirti a tuo agio, non appropriata, mai al posto giusto.

Come se tutto il mondo ti remasse contro.

Tutto ti respinge, ti mette all’angolo. Senza che tu abbia fatto alcunché.

Nelle giornate che già ti alzi male di tuo, con il cielo nuvoloso, che non sai come vestirti perché fa freddo ma poi magari arriva il sole e ti ritrovi con il pullover di lana e ci sono 28 gradi.

Quelle giornate che non ne azzecchi una, nemmeno a pagarla.

Eppure basta poco.

Magari una canzone alla radio, un profumo che da tempo non sentivi.

Basta un messaggio, un’ idea di vacanza, un invito.

La vincita al lotto di 8.25 franchi.

E tutto diventa di un altro colore. Dal nero-grigio passi ad un bel azzurro.

E cosi, basta una telefonata per una colazione improvvisata, dopo tanto tempo.

Ti ritrovi seduta ad un tavolino, con un caffè regolarmente tazza grande macchiato con abbondante latte freddo, a chiacchierare del più e del meno con una persona che ha preso un succo d’ananas – che brucia i grassi… ( scelta discutibile, ma personale e quindi insindacabile )

E dopo mezz’ora vi salutate.

Sentiamoci presto.

E tempo zero ti chiama dalla sua auto.

Ti sorprendi e ti aspetti un qualche “E’ stato bello rivederti dopo tanto tempo” oppure un ” Ma sai che… mi sei mancata ?”

“Invece ti senti un “ ehi..lo sai che quei jeans ti fanno proprio un bel culo ?”

Involontariamente ti giri per guardartelo, come se non lo conoscessi, come se non l’avessi mai visto.

E un retro pensiero si insinua nella tua mente…

Malignamente pensi che il complimento sia stato fatto per ovviare ad una “leggera” caduta di stile…

Perché, ti chiedi, …com’è che sono stata invitata ma il conto l’ho pagato io ?

Chapeau…

Ortioca – brododigallina.home.blog

assente giustificata

Sarò assente. Di nuovo. Per un pò.

Ma ho la giustificazione, come a scuola, firmata dai genitori.

Uguale a quelle che provavi a falsificarne la firma, tenendo le dita incrociate e sperando che passasse.

“dispenso mia figlia dall’ora di ginnastica per problemi personali”.

Ma che problemi…ma che personali…

Torno. Tornerò. Se vi và.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

La Sciura

Ho ritrovato una vecchia foto. Mi è arrivata in mano mentre stavo facendo ordine nel mio passato.

Che bella che era.

Nel suo vestito bianco, ci avevo messo una vita ad indovinarla. E forse mi piaceva anche per quello. Per tutto il mistero che celava.

Imperiosa, regale, sempre splendente. Ci ho posato il culo per un momento, quasi inconsapevolmente.

E poi è scomparsa. Ita. Senza una parola.

Non importa. Come la foto, anche lei è passata.

Ma era speciale. Peccato.

Ortioca

brododigallina.home.blog

Salviamo le bocce

Funziona così.

Prendi appuntamento e, da brava Svizzera, dieci minuti prima ti presenti alla ricezione del reparto radiologia.

Mani disinfettate, mascherina, distanza di sicurezza.

La signorina verifica per la terza volta i tuoi dati. Ormai la tua data di nascita la sanno tutti, nel reparto. Anche i muri.

Fa niente, non dobbiamo nascondere nulla. E poi ci sta anche un “e chissene..”

Ti fa accomodare sulla poltroncina arancione in attesa di chiamata.

“Ecco, Signora X, si accomodi.

Si spogli, solo il sopra”.

Poi ti fa mettere pari pari davanti alla macchina radiologica. Ovviamente la stessa è posizionata ad altezza media e per me non va bene. Alziamo un po’.

Ci siamo.

E ora viene il bello.

La gentile signorina ti fa appoggiare mezza storta, abbracciata al macchinario come un koala al suo tronco di eucalipto.

Bello freddo. Sopportiamo.

“Un po’ indietro, troppo. Meno. Testa leggermente di lato, guardi verso l’armadio, resti ferma. Sposti i piedi un po’ avanti. Non così tanto. Giri leggermente il busto, ancora.

Sposti i capelli. Stia ferma cosi. (Posso respirare? )

Ora chiudo e schiaccio un po’. (Cazzo…aveva detto UN PO’!)

Ferma, ferma…ecco così va bene.

“tuuu….tuuu…tuuu…”

“Perfetto, ora ripetiamo il tutto ma di lato.”

Riabbracci il macchinario, e si ricomincia con la strizzata.

La stessa operazione va ovviamente rifatta per la “compagna” di viaggio.

Esci che sei praticamente pronta per essere ingaggiata dal circo Knie, come contorsionista.

E ora si passa all’attesa. Del risultato.

Diciamolo, non è come aspettare i numeri del lotto. E soprattutto non vinci nulla. (Se non una boccata d’aria fino alla prossima visita)

I prossimi 7/10 giorni sono di:

Agonia / euforia / ansia / sollievo / pensieri brutti / pensieri belli / pensieri.

Non necessariamente in questo ordine.

Se non vieni chiamata in questo lasso di tempo, vuol dire che tutto è in ordine ( alles in ordnung !) Se invece ti chiamano…. sei spacciata. ( Es tut mir leid !)

E li passi, questi infiniti giorni, sgranando il rosario, non pensandoci ma pensandoci, controllando il telefono costantemente.

Che poi non è che a guardarlo suona. O non suona. ( Magari fosse cosi facile ! )

E ti chiedi com’è che ai maschi non tocchi questa sorte, e che palle essere nata donna, e tanto non c’è nulla, vedrai che andrà tutto bene,

non ti preoccupare per niente,

non ti preoccupare prima di sapere,

…non ti preoccupare troppo,

non ti preoccupare che non chiamano,

NON TI PREOCCUPARE !!

seee.. ciaone.

Per chi non ha ancora provato l’esperienza, la consiglio vivamente.

Sono 10 minuti, massimo 15 del vostro tempo che a fine corsa valgono la spesa.

Per chi invece ha già avuto l’onore, ho solo un motto di plauso.

Difendo a spada tratta qualsiasi tipo di prevenzione. (In qualsiasi ambito medico)

Quindi forza donne, uno screening in più è una terapia in meno.

E volete mettere il privilegio di non dover mettere una parrucca e il poter mangiare senza dover vomitare due minuti dopo?  

E cosa sono 7 giorni di dubbi contro una vita di schifosa certezza?

Mentre aspetto la chiamata – ma sarebbe meglio la “non” chiamata, ….

( https://www.eoc.ch/senologia/Screening-mammografico.html )

Ortioca – Brododigallina.home.blog

Tappami Levante…

A volte bisogna mordersi la lingua, cosi forte da farla sanguinare.

A volte bisogna contare…e contare…e contare…come se si giocasse a un “nascondino” infinito.

A volte bisogna ricevere un calcio sotto il tavolo, e sorridere, far finta di niente e, mentalmente, riprendere a contare da dove si era smesso.

Perché a volte basta una parola, una frase che scatena lo stupore per l’ignoranza umana.

Non che io mi possa elevare a giudice, o vantare una qual certa superiorità.

Eppure…a mazzi, come un bouquet.

E pensi che non devi più stupirti, che ormai ci hai fatto il callo. Eppure ti stupisci ancora. Tutte le volte, come se fosse la prima.

Tappami Levante, tappami.

Ecco, tappatemi. Che se apro bocca, scateno l’inferno.

ortioca – brododigallina.home.blog

C’è posta per me ?

Il postino suona sempre…

Seeeee…Nà volta.

Ora invece il postino si dà alla macchia. Non si sa nemmeno più che faccia ha. Se è un uomo o una donna, se è giovane, belloccio,

Se è “buono da darci una botta e via”, come l’idraulico. ( dicerie…)

Macché. Chi lo vede più ormai ?

Ora il postino si fa prezioso. Trovarlo è pressoché impossibile. Merce rara, i postini.

Una volta era diverso. Una volta mi ricordo che con il postino del paese ci si scambiava due chiacchere, a volte anche tre.

Il postino conosceva a memoria tutti gli indirizzi. Chi stava dove. Chi era in vacanza, chi in ospedale, chi traslocava per una nuova e conosciuta destinazione. Insomma il postino era un po’ la comare del paese. Conoscevi il suo nome, gli davi del tu e lui uguale. Se ti trovava in giro per il paese, si fermava a consegnarti la posta “in mano”.

Era come il dottore, il prete, il sindaco. Un istituzione.

Se volevi notizie di qualcosa o di qualcuno, il postino sapeva. E alla faccia del segreto professionale, lo stesso ti raccontava il pettegolezzo che, passando di casa in casa, si arricchiva di particolari come una palla di neve che diventa valanga man mano che scende a valle.

Il postino era sempre in ordine, divisa, rasato, consegnava la posta con garbo e gentilezza. Era un piacere insomma.

Ora è tutta un’altra storia. Ora li vedi con occhialini da sole, capello rasta, orecchini nel naso. Che guidano il furgoncino giallo come fossero Hamilton a Maranello.

Negli uffici postali si vende cioccolata, il pane, i gratta e vinci, ci sono anche romanzi, soprattutto in lingua tedesca, ovvio.

Si sono inventati anche il ritiro della spazzatura, ti lasciano la spesa fuori casa. E chissà che altro.

Devi prendere il bigliettino con il numerino, e metterti in filina come al supermercatino per avere un ettino di pancettina.

E il postino, quello che ti porta le buste a casa, morde e fugge. E ogni giorno è un postino diverso.

Ma oltre al fatto che non hai più notizie “di prima mano”, capita pure che tu stesso diventi postino a tua volta.

Perché quasi giornalmente ti ritrovi nella buca delle lettere posta non destinata a te, che involontariamente apri, perché non guardi mai, e poi vai di imprecazione.

E capita altresì che, malgrado tu sia in trepidante attesa del pacco ordinato su Amazon, il postino arrivi quatto quatto, mimetizzandosi come un camaleonte con il colore della facciata di casa, strisciando come un geco lungo il muro, quasi fosse un ladro, lasciandoti l’avviso di ritiro senza nemmeno curarsi di verificare la tua presenza, e corre via, com’è arrivato.

E tu che aspetti la suonata di campanello per finalmente goderti l’apertura del pacco, rimani con l’ “avviso di ritiro a partire da domani” e il naso in mezzo alla faccia, stupito e rassegnato. E pure un po’ incazzato !

Ma come ? Avevi anche preparato il caffè.. o il bianchino e quello ti dà buca ?

E no ! non si fa cosi !

Il lavoro si fa bene, e non “ad minchiam”, con quello che costate, care Poste ! (va precisato che il “care” non è da usarsi come aggettivo affettuoso !)

Il caffè dovreste portarmelo voi ! nella solita tazza grande, con la solita abbondanza di latte freddo !

E con ancora il foglietto in mano, ti sovvieni di quel magnifico film dove il postino si fermava a casa del poeta, e gli raccontava le sue pene d’amore, si confessava. 

Me li ricordo i due, che si sedevano al tavolo, chiacchierando amabilmente, in quel magnifico casale da dove si vede il mare.

“La poesia non è di chi la scrive….è di chi gli serve”  

Un capolavoro.

E con ancora quella bellissima immagine in mente, metto la giacca e infilo le scarpe.

Devo andare a ritirare la posta.

Porcaccialadralamaialaimpestata….

Ortioca

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Lüf

Sono andata nel bosco, per cercare il lupo.

“lupo… lupo…” chiamo.

Niente. Solo foglie, ghiande.

“lupo…dove sei ?”

Nulla. Nessun lupo.

Solo alberi che fanno ombra, funghi matti.

Eppure mi hanno detto che era qui. Forse ho sbagliato bosco.

“lupo…?”

La mia voce chiama a vuoto.

Sento il cinguettio di uccelli, di foglie che scricchiolano sotto le mie scarpe. Accarezzo il morbido muschio. Mi lascia il palmo della mano umido che mi asciugo nei pantaloni.

Provo ad alzare il tono. “LUPOOOOOO ?”

Macché.

Peccato non trovarlo. Avevo da dirgli un paio di cosine. Cose tra me e lui.

Nulla di importante, ma ci tenevo.

Sarà uscito a far la spesa. Sarà andato a tagliarsi il pelo. Ci tiene il lupo, ad essere sempre presentabile.

E’ un lupo vanitoso. Un po’ narciso.

So che ha incontrato Cappuccetto Rosso, e con il cacciatore non gli è andata un granché bene.

E che nella sua bocca finiscono quasi tutti quelli che gli augurano poi di crepare. ( incongruenza massima )

Provo ancora…”lupoooooooo???” 

Figuriamoci. Spavento solo due scoiattoli che mollano le noci e scappano via. Scusate, non volevo.

Dicevo, pure con i tre maiali gli è toccato il picche. (con due se la poteva pure giocare ma il terzo…)

E nemmeno con la volpe è andata meglio. Ma si sa che con lei è difficile averla vinta.

Ma dove si sarà cacciato…

Va beh, sosto un attimo su questo sasso. Che ultimamente il fiato si fa grosso subito e ho bisogno di riposo.

Devo riguardarmi di più. Devo prendermi cura. Finito il tempo dei bagordi.

Che sia in vacanza ? Che me l’abbia detto e mi sia dimenticata ?

E a vaccino come siamo messi lupo ?

Da che mi sovvengo sei uno di quelli che “io non sono “no vax” ma per ora non mi vaccino”.(quindi, in realtà, PER ORA sei un no vax.. o no?)

Ma che giorno è ? e siamo già in estate ? ma da quando ?

E che ci faccio seduta su questo sasso in mezzo al bosco ?

Devo essermi persa gli ultimi mesi di vita…Devo essermi persa.

Lupo?.. torna. 

Ortioca – Brododigallina.home.blog

Bagno Maria

La Sciura Olga.

Proprietaria insieme al figlio Alfio del Bagno Maria a Riccione da una vita. Sempre abbronzata, e ingioiellata. Capelli bianchi in piega perfetta ( va dai cinesi, due volte la settimana, a 12 euro shampoo e piega). Avrà una settantina d’anni e da ottanta si occupa della gestione della spiaggia.

Comanda a bacchetta il bagnino e quei due “aiuti” stagionali che son sempre quelli.

8 file di sdraio e ombrelloni, 16 per fila, in linea precisa, divise a metà dalla passerella in plastica che mena al mare. Non si scappa. Ormai c’ha l’occhio. Sa esattamente dove sono i clienti stagionali. Chi arriva, quando e quando se ne va.

Ci gioca, perché affitta a giugno due o tre volte lo stesso l’ombrellone nr. 12 della famiglia Bianchi che tanto arriva a metà agosto anche se l’ha prenotato per tutta l’estate.

Businnes is businnes, dice. Il soldo comanda. E di sti tempi ancora di più. Deve recuperare la stagione andata a puttane a causa del Covid e tutto fa buono.

Cosi dopo contrattazione ci mette in 3° fila, ombrelloni 5 e 6, vista mare.

Lei se ne sta nella sua casettina di legno, proprio in fondo alla scaletta che porta al ristorante. Di vedetta. Scarabocchia fogli con numeri, file, e date di arrivo e di partenza. Segna ombrelloni, sdraio, sedie.

Meglio vicino alla passerella, meglio lontano dalla passerella, vicino ai giochi per i bambini, lontani da famiglie con bambini, meglio in riva al mare, più vicino alla doccia. Insomma, un gran da fare accontentare tutti. Ma lei, La Sciura Olga, disfa e briga. Sposta, cambia, toglie e aggiunge. Tutto sotto controllo.

La Sciura Olga sa tutto dei suoi ospiti “fissi”. Conosce le storie, quelle da spiaggia, da Novella 2000.

Vede bambini che diventano ragazzi e poi uomini. E donne che da madri passano a nonne in un amen. Accoglie i nuovi e i vecchi, padrona del territorio.

E cosi, anno dopo anno, si rinsaldano le amicizie, tra un “cocco bello” e una granita al limone.

E aspetta con ansia di dare l’annuncio:

 “il bambino Kevin aspetta la mamma vicino al bancone del bar” e di seguito un “ Kinder Kevin wartet an der bar auf seine mutter”

Un vanto la frase in tedesco, che si è fatta tradurre da un ospite e che poi ha scritto su un biglietto che tiene davanti al microfono.

E anche se l’infante è decisamente un indigeno, se ne fa un baffo e sciorina la versione in lingua straniera per darsi un “punto in più”. (per l’inglese deve ancora attrezzarsi, ma già così il suo bagno è un passo avanti agli altri …)

La spiaggia è un mondo a sé.

Il pettegolezzo sotto l’ombrellone diventa il fulcro dell’estate. Fa dimenticare il caldo, la sabbia che scotta, le urla dei neonati. E si fa a gara a chi ne sa di più.

L’attività si sa, è prettamente femminile, ma quest’anno anche i lor signori ci si mettono.

Complice la pandemia, quest’ultimi si proclamano virologhi, dottori, specialisti in vaccinazioni. Alcuni si improvvisano anche visionari, luminari.

In una parola il laureato magna cum laude in tuttologia, detto anche Homo Sapiens…

Così si sentono pezzi di conversazioni che “fedelmente” riporto…

“..conosco il figlio del primario del San Carlo e mi ha confermato che a novembre ci sarà una terza ondata, poi non dite che non vi ho avvisato…, “

 “…la mia vicina di casa ha visto il cugino del padre portato via dall’ambulanza, non è più tornato …”

“Venerdì si aprono le gabbie. Vedrete che orda che arriva. Uomo avvisato…”

“Pensa che la figlia del collega di mio fratello ha fatto il primo vaccino, si è riempita di bolle, …perché ha avuto una reazione al SM-102.

Come si dice, tutti allenatori al bar. (che è la traduzione del più scurrile  “ tutti gay con il culo degli altri”)

La Sciura Olga dirige anche questo traffico di informazioni…

Gestisce la “bisca” dietro il bar, dove le “signore bene” giocano a burraco ogni pomeriggio alle 15.30, già divise in coppie, truccate e con l’ultimo modello di prendisole.

Non manca nemmeno l’arrivo della moglie dell’architetto che passa l’estate ad aspettare il marito che “scende” solo per i week end, e nemmeno tutti. Rigorosamente in prima fila, sfoggia un bikini da 20enne e sandalo-zeppa tacco 8. Arriva già abbronzata di lampada e riparte, a fine stagione, della stessa tonalità.

Passa davanti alla casetta della Sciura Olga, prende la chiave della sua cabina, e scambia due chiacchiere di cortesia.

Il tempo, il marito che arriva venerdì, i figli…. Da qualche anno a questa parte, l’ospite in questione vanta un “davanzale” artificiale che fa a pugni con il resto del corpo. Pelle, cadente come stelle, rughe sempre più marcate, e la vista che necessita di occhiali che non sono più solo da lettura.

Dopo i saluti e i convenevoli, scende verso il mare, leggermente titubante sulle zeppe.

E la Sciura Olga la guarda allontanarsi e non si risparmia, scrolla la testa e con una smorfia di disgusto sussurra al figlio…“certo che il tempo passa proprio per tutti….”

Stessa spiaggia, stesso mare.

Ortioca – brododigallina.home.blog

Basta il pensiero ?

No!

Non è vero che basta il pensiero.

Io voglio i fatti. Voglio i fiori, le mani che si accarezzano, voglio sentire il respiro sul collo.

Voglio un invito a cena, solo per godersi la compagnia. Senza che poi devi “darla” per ripagare il gesto. Che poi magari la dai comunque. Ma non è la regola.

Non basta il pensiero, quasi mai.  Troppo facile.

Voglio il toccare, il mordere, il giocare. Anche a carte. A scarabeo. Che poi tanto vinco io.

Non basta il pensiero. Quasi mai.

Voglio un messaggio su telefono, che sia per me, non una catena di quelle che s’inoltrano a tutti i contatti. Voglio un bacio della buona notte. Per tutte le notti a venire.

Voglio una sorpresa, in un pacchettino con il fiocco rosso.

E una passeggiata lungo il fiume. Al tramonto. E una canzone. Che quando l’ascolto so che è la mia.

Il pensiero non basta. Son buoni tutti a pensare.

Voglio trovare un post-it quando apro il frigo, con scritto “vai piano”, una poesia ricopiata, una coperta quando mi addormento sul divano.

Voglio mani nelle mani. Cuore nel cuore. E piedi intrecciati nel letto, che mi scaldano.

Il pensiero non è sufficiente. Non basta. Troppo facile.

Voglio poter dire “2 orizzontale: Ha scritto “La buona terra”, e ricevere la risposta.

E poi voglio ridere. Fino a che mi manca il fiato.

E piangere. Soffiare il naso, e tirare un sospiro di sollievo.

Voglio mangiare una fetta di foresta nera, con la panna che mi sporca il naso.

Il pensiero non vale. Non basta.

Voglio rispondere al telefono e sentire un “mi manchi” e poter chiamare e dire un “mi manchi”. Due parole.

E fare un picnic sulla spiaggia, in mezzo al nulla, con l’odore del mare che pizzica le narici. E raccontarsi la vita. E le barzellette.

E poi voglio un abbraccio. Due, mille.

Non voglio i “forse”, voglio i “certo”.

Il pensiero non vale.

Voglio mettermi un bel vestito, e le scarpe con il tacco. Senza sentirmi sempre in difetto. E ballare un lento con gli occhi chiusi.

E guardare un quadro, bere negroni fino ad ubriacarmi, riempire la casa di candele per fare l’amore dolce.

E che qualcuno mi spieghi cosa cazzo è il fuorigioco, voglio una baita in montagna con il camino acceso e un tappeto di pelle d’orso.

Voglio dormire fino a tardi, tagliarmi i capelli cortissimi, mangiare gli spaghetti alle vongole senza sentirmi in colpa, cantare sotto la pioggia d’estate.

Il pensiero è troppo poco. Non basta.

Voglio scrivere un libro, vincere all’Euromillions  con la mia amica, fare un fuoco in mezzo al bosco e arrostirci un bratwürst come facevo da scout.

Voglio una crema che mi faccia sparire le rughe, baciare senza fiato in mezzo alla strada, prendere un treno senza sapere dove va.  Parlare correttamente tre lingue. Ma già due sarebbero abbastanza.

E poi voglio sapere cosa ci sarà dopo la morte, fare un giro in motorino con gli amici di scuola, passare dal via senza andare in prigione comprando Parco della Vittoria e Viale dei Giardini.

Il pensiero non basta, è sopravvalutato.

Voglio una mela al giorno, e la gallina oggi e anche l’uovo domani. Voglio un “ciao, hai passato una buona giornata ?” quando rientro a casa.

Voglio stare bene.

Voglio una spalla per appoggiarci la testa quando sono stanca, una mano che mi sfiori la guancia senza un motivo, due occhi che mi guardano come se fossi l’unico essere sulla terra, voglio incontrare Ibrahimovic e vedere chi dei due è più alto.

Voglio, voglio, voglio!

Forse dovrei dire “vorrei”.

Perché l’erba voglio, non cresce nemmeno nel giardino del Re !

Ortioca – brododigallina.home.blog

mani fredde

Vomito.

Non per i postumi di una sbornia.

Vomito perché il cibo che ho ingurgitato mi urta.

E mentre rigurgito, penso a cosa potrei concedermi di mangiare appena finito.

Torta con panna o hamburgher.

NO. Torta con panna E hamburger.

Invece credo che prenderò due fettine di sedano.

Tiro lo sciacquone e mi fermo a guardare lo spreco che se ne và dritto dritto nello scarico. Addio cibo grasso. Addio calorie, addio. Fate buon viaggio.

Mi guardo e mi vedo grassa, proprio lì, tra un osso e l’altro.

Proprio sotto la pelle trasparente.

Vedo cuscinetti di ciccia inesistenti. Ma io li vedo. Pesantemente evidenti.

Salgo sulla bilancia. Non mi dà vincente. Scendo e risalgo per avere conferma della sconfitta.

Prendo il telefono e con l’App che ho scaricato faccio il rapido calcolo che mi dice quanto è il mio peso ideale.

Calcolatore del BMI (indice di massa corporea) si chiama.

Devo mettere l’altezza, il peso, l’età. Con quest’ultima baro un po’. Il telefono fa la sua “pensata/pesata” e dopo poco arriva il numero.

Sono 18.5

La formula mi dice che risulto sotto peso. Bene ma non benissimo, penso.

Ho visto che posso arrivare fino a 16 ed è lì che devo arrivare. 16, numero fortunato.

Dopo aver vomitato, prendo un lassativo. Facciamo due, anzi tre. Un goccio d’acqua del rubinetto. Non troppa penso, perché anche l’acqua ha il suo peso.

Mi lavo i denti per togliermi il sapore acido del vomito. Dopo aver sputato il dentifricio, alzo la testa e mi guardo allo specchio.

Vedo zigomi pronunciati, un mento aguzzo.  Occhi infossati, leggermente rossi per lo sforzo causato dal rigetto. 

Ho attaccato una mia foto di 3 anni fa sullo specchio in basso a destra, e non riconosco la persona che vedo.

Non sono più io, mi dico. Quella persona non esiste più. Ma la tengo lì, la foto, appesa con lo scotch di carta agli angoli, per ricordami.

E ogni volta che mi specchio, io e lei ci guardiamo quasi a sfidarci. Quasi a dire “prendimi adesso, se sei capace!”

Sono quella persona grassa, vestita perennemente di nero, sempre in lotta con il proprio corpo e con il mondo.

Non grassa, ma paffuta. Così dicono le amiche. Sono gentili le mie amiche. E mi vogliono bene. Si preoccupano per questa magrezza che comincia a diventare ossessione.

Ci fanno cenno “en passant”. “Adesso basta”, mi dicono.

E io, che mi sto prendendo la rivincita sul grasso, sul mondo, su quel peso che non mi da pace, dico “ si si..tranquille. Ho tutto sotto controllo”.

Sto attenta. A non farmi scoprire. A non mettere vestiti troppo attillati. A volte declino inviti a cena o agli aperitivi per non dover per forza mangiare. Che poi ci si accorge se dopo aver mangiato un pochino, si va puntualmente in bagno.

A casa invece posso restare in mutande e reggiseno, e mi serve. Per scrutare minuziosamente il mio corpo. Per tenere d’occhio qualsiasi piccola variazione, qualsiasi mutamento.

Vedo i gomiti spigolosi, le anche sporgenti, le spalle che sembrano una gruccia.

Mi guardo le mani. Le vene blu in rilievo sotto la pelle smorta. Ho le unghie corte, perché si sfaldano. Mancanza di ferro e di calcio. Anche i denti non hanno un bell’aspetto.

Sento che il lassativo sta per fare il suo dovere.

Salgo ancora sulla bilancia, rifaccio il calcolo del BMI. 17.00

Bene, ma non benissimo.

16 è il numero fortunato, perfetto.

e poi magari arrivo a 15…12..

E poi va a finire che mi vesto di nuovo di nero. Perché ho un appuntamento. Tra i capelli ho una rosa bianca.

E la mia foto, quella che era sullo specchio. Qualcuno l’ha staccata e l’ha messa tra le mie mani giunte. Fredde.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

SMS

( B = lui     S = lei)

“Conversazione” tra due “ex qualcosa” che non si sa più bene cosa sono, cosa sono stati, cosa saranno.

B: Cicci?

S: (Cicci tua sorella!– cancellato)

S: Niente Cicci. Per te sono S. E da parecchio ormai. Che vuoi?

B: Ah.

S: Ti aspettavi il comitato di benvenuto, il festone di “bentornato a casa” appeso sopra la porta?

B: No.

S: Quindi?

B: Boh, volevo sentirti

S: Dopo anni? ANNI!  dopo 8 mesi, 21 giorni e 6 ore dal tuo ultimo “menavia” ?

B: Ah. Ok

S: Ecco. Gira alla larga.

B: Sei diventata stronza

S: Non è che sono diventata stronza, lo sono sempre stata. Tu sei riuscito ad andare “oltre”. Per un momento. Ora quel momento è passato. Ho abbassato di nuovo la serranda. Hai presente il lookdown ? Ecco. siamo ancora in piena pandemia qui !

B: Mi manchi.

S: (cazzo, mi manchi anche tu – cancellato) (ce ne faremo una ragione – cancellato) (tardi, il treno è passato – cancellato)

S: Balle. Piantala.

B: E’ cosi.

S: A si ? ma quando mai….ti ho scritto parecchie volte, non mi hai nemmeno cagata. Niente. E il bello è che non so nemmeno perché. Quindi ripeto, CHE CAZZO VUOI ANCORA?

B: Io.. avevo voglia di te. Ho voglia di te.

S: (bastardo. Non ci casco – cancellato) (bastardo, non ci ricasco – cancellato)

(si, anche io avevo voglia di te. Ancora, in realtà – cancellato)

S: Perché ora? passato un bel po’ eh?

B: Ho avuto le mie cose da sistemare

S: Ah ecco. Mo’ ti vengo comoda per una scopata? Adesso sono io che devo sistemare delle cose. Aria.   

B: Sei dura. Mi ricordi il nostro inizio. Non nascondo che ne avrei voglia.

S: (vaffanculo – cancellato ) ( vaffanculo due volte – cancellato)

S: No, è MOOOLTO peggio dell’inizio.

B: Ah.

S: Sai com’è, dopo un paio di fregature.. una si rimette al riparo. Quindi…sciò.

B: Sono sempre stato sincero

S: (balle – cancellato) (uhm… – cancellato) ( uhm….balle – cancellato)

S: Non credo proprio

B: Come no. Su cosa ti avrei mentito?

S: (su tutto – cancellato)

S: Il tempo delle mele è passato da mò. Diciamo solo che non ci credo più. Mi pare sufficiente.

B: Ah.

S: (vfc – cancellato )

B: Sicura che non ne vuoi più sapere?

S: (no! – cancellato) ( si, sicurissima! – cancellato ) ( ma che cazzo vuoi ? – cancellato) ( no… ancora – cancellato )

S: Non c’è più nulla di sicuro.

B: Quindi se ti propongo di vederci mi dici di no?

S: (si – cancellato) (VFC – cancellato) (si, ti dico di no! – cancellato) ( vediamoci ! – cancellato)

S: Piantala.

B: Mi dici di no? sicura?

S: Non ci casco più. Mi pare di essere stata “brava”. Non ti ho rotto le palle. Non ti ho più cercato. Che vuoi ancora? farti una scopata e poi altri “anni” di silenzio? Per questo “servizio” puoi andare a puttane.

B: Si, potrei. Ci vieni?

S: (no – cancellato)

S: No.

B: Mi pareva che ai tempi ti attirasse l’esperienza.

S: (anche adesso – cancellato)

S: Hai detto bene, ai tempi. Ora i tempi sono cambiati. O sono cambiata io. O forse sei cambiato tu ai miei occhi.

B: Ah.

S: (stronzo – cancellato) (bastardo – cancellato)

S: Sai, avevi ragione tu. Siamo stati una bella scopata. Alla fine, vedremo chi ha perso chi. E su questo, un pronostico potrei avanzarlo. Tschüss.

B: Ok

S: (ecco… me la sono giocata – cancellato) (già detto VFC ? – cancellato) (addio – cancellato) ( B… – cancellato) ( ce la posso fare… – cancellato) ( non ce la farò mai – cancellato) ( si possono scrivere le lacrime ? – cancellato)

ortioca – brododigallina.home.blog

-2

Un altro se n’è andato. Senza nemmeno salutare, senza neanche berci insieme un’ultima birra. Cosi, sparito.

E non era tempo, non ancora.

Troppo presto, troppo in fretta.

Troppo assurdo il modo. Che poi non c’è mai un modo buono per andarsene. Non a questa età. C’era ancora tanto da fare.

E mi viene da dire, urlare, alla vita “NON E’ VALIDO ! IO CON TE NON CI GIOCO PIU’ !”

Ciao C.

Sono sicura che troverai compagnia anche dove sei ora, da farci due chiacchiere, insieme a un bicer da quel bün !

Con il tuo sorriso screpolato dal sole, le tue mani grandi e callose, da uomo della terra.

Fai buon viaggio.

Ortioca

Pas si vite !

Sono intontita, con un piede ancora dentro un limbo di sonno chimico.

Ho come compagna di stanza, una signora Svizzero-Tedesca.

Capelli bianchi, sulla 70ina. Chiacchiera troppo.

E’ caduta e le hanno tolto la milza, mi racconta. Spappolata. Sbriciolata come una fetta di zwieback quando ti cade sul piano della cucina.

Un personaggio alternativo, di quelle tutte “tisane e meditazione”.

Mi vede sofferente e insiste nel suo chiacchiericcio. Credendo forse di alleviare la mia dolenza. Erra.

“Fai respirazione, entra da naso, esce da bocca. Conta fino a “drai”, poi lascia. Ripete fino a 8”

Chiudo gli occhi e penso “A’ maga… lasciami in pace”.

Niente, insiste nel suo emettere suoni, che mi urtano per il tono e la cadenza.

Mi salva un infermiera che passa per l’ora della pressione e della temperatura.

Una costante che si ripete a cadenza regolare. Sembrano falchi. Appena stai per assopirti, zac, entrano felici come bambini a Natale.

E tu ti presti al gioco, porgi il braccio, e poi la fronte. Certa che ormai il momento del sonno è svanito per sempre. C’è anche il cambio della medicazione e scendono i santi.

Provo a girarmi nel letto. Troppo ottimista. Resto inchiodata e guardo il soffitto bianco.

Di nascosto sperimento la respirazione che la sciamana qui al mio fianco mi ha suggerito, non funziona.

E questa continua. “ Ha parlato prima. Durante sonno”

Mi scappa un “che ho detto ?”

“Bah.. pareva qualcosa di pane. Brot.. qualcosa.

Poi parla anche di faro. Io no capito molto bene, forse ha fame. Dice anche di gelato al pistacchio. Io ho provato una volta, ero a Magghia Tall. Bel posto e schöne panorama.

Gente contadina ma simpatisch. Buono anche formagghio di valle.  Tu già provato formagghio ? schön con le kartoffeln.

Macché fame. Ho dolori dappertutto e questa pensa al cibo.

Ecco, brava, torna in Val Maggia và…

Di nuovo un camice verde. Sto giro è un francese – parliamo nella sua lingua, sperando che la vicina non capisca e magari si zittisca per un attimo.

Che, mi racconta, si è trasferito qui da La Chaux-de-Fonds. Per amore. Che pirla, penso.

Và te se uno deve farsi tutto sto giro per una scopata. Ma evito accuratamente di farglielo notare. In fondo ha forbici e cerotti in mano…e sono pur sempre in sua balia.

E poi sono cavoli suoi. Io ho i miei fastidi a cui pensare e non mi sembra il caso di fare un simposio Platoniano sull’argomento. E in questo preciso momento sono troppo stordita per sortire discorsi filosofici.

Cosi sposto l’argomento a “quando me ne posso andare?”

“Il faut demander au médecin ma belle, mais pas si vite…”

Giusto. Pas si vite.

Non che io possa scalpitare. Ma tra la Frau qui di fianco e l’andirivieni di camici bianchi o verdi a seconda dello status professionale, le giornate sono dolorosamente infinite.

Mi svago un attimo quando portano la “maga” a lavarsi e a fare una visita.

Un ragazzo brufoloso arriva per tentare di rifarle il letto.

Tempo calcolato per il cambio del lenzuolo al materasso. 17 minuti.

Seguono poi il cambio di fodere, più impegnative, di cuscino e piumone. 24 minuti e 8 secondi.

Non pago, gira intorno al letto come una biglia per lisciare le pieghe. Getta occhiate quasi imbarazzato dalla sua poca manualità, come se cercasse la mia approvazione.

E’ un ragazzo e lo guardo con compassionevole solidarietà. Ti farai, penso. L’importante è perseverare.

Entra di nuovo il neocastellano e lo ruzza su. Troppo tempo dietro a due lenzuola. Su su.. allez !

Il brufoloso se ne va, salutando. L’altro tira fuori il termometro e poi va con la pompetta della pressione. Oggi ho vinto anche tre pastiglie.

Quelle chance!

Ortioca

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206 bis

Ci risiamo.

Ritorno nella 206. Stessa camera con vista. Stesso parco, stesse piante. Sempre lo stesso omino che rastrella le foglie morte.

Un po’ meno morte perché ormai è quasi primavera inoltrata e più che raccogliere foglie, taglia l’erba. Con il suo trattorino, si fa i giretti nel grande giardino.

Sempre all inclusive.

Sempre lo stesso odore di disinfettante.  

Il soggiorno sarà di più lunga durata e non risparmierà tribolazioni.

Perché noi, le cose le facciamo per bene. Altrimenti non vale la pena perder tempo.

Mi aspetta una prolungata separazione da questo blog che ormai è diventato come un mio bambino. Che coccolo e che, a sua volta, mi coccola.

Non importa, porteremo a casa anche questo trofeo e lo appenderemo al muro insieme alla testa di cervo e al quadro che mi ha regalato la mia amica B.

(Quando le mani sono occupate, il cuore è sereno – Akira Yoshizawa )

E sentirò di nuovo le voci in corridoio.

“hai visto ? è tornata.”

“chi?”

“quella della 206…”

Questo déjà vu non mi piace.

206 bis. Sperando non ci sia un tris.

A presto. Tornerò.

Forse. Boh. Mah.

Ortioca – Brododigallina.home.blog

2 x 2

Famoso teorema.

E tutti pensano a Pitagora.

A quel geniaccio che quasi tutti abbiamo maledetto e che ci ha fatto penare a scuola.

La matematica con tutte le sue formule, le ipotenuse, le somme dei quadrati e i mal di testa…

Ma sto Pitagora, non poteva andare a prendersi un hamburger, farsi un giro in centro per guardare le vetrine e poi magari entrare in un negozio, comprarsi un paio di scarpe pitonate che quest’anno il pitone ha il suo perché …??

In realtà mi riferivo all’altro di teorema, famoso più o meno tanto quanto il sopra citato (?) ma di tutt’altra origine.

Il teorema che ha reso celebre un certo Marco Ferradini, che ha spopolato con questo brano, anni fa, e che poi ha vissuto di rendita.

Ha fatto il botto con questa canzone ma poi, diciamolo, malgrado ci abbia provato, non è più riuscito a brillare. Peccato, perché secondo me c’era del potenziale. Marco, dovevi insistere !

Credo non esista nessuno, su questa triste terra, che non abbia sentito, almeno una volta nella vita, questa canzone. (Parlo della mia generazione)

Quel testo che recita tutta una serie di spassionati consigli su come comportarsi con una donna in modo vincente.

Un vademecum che indica la via per poter conquistare la preda e, nello stesso tempo, pararsi il culo.

Ho sentito di gente che osannava (e osanna ancora oggi) l’autore, paragonandolo a Eros (Dio dell’amore – no il Ramazzotti neh) per quanto avesse azzeccato l’equazione.

Come se fosse facile.

Come se seguire alla lettera un semplice elenco, una lista tipo spesa di atteggiamenti, possa portarti alla vittoria sicura.

Ora, mi permetto una personale considerazione per quanto riguarda il passaggio che recita “fuori da letto, nessuna pietà”

Ecco, avrei da disquisire, caro Marco. Vorrei dire la mia, perlomeno.

Ma come, fuori dal letto? Io ho sempre pensato il contrario!

E’ proprio nel letto che non ci deve essere pietà.

Ma proprio per nulla. Tutto è concesso, nessun limite, nessun paletto, in quel quadrato di 2 metri per 2 non ci devono essere pudori ma totale spregiudicatezza. Evviva la libertà!

La famosa fame atavica, animalesca, e si spera anche insaziabile, di un unione genuinamente fisica che non concede misericordia, nessuna clemenza.

(Per quanto età e forma fisica dei soggetti possa consentirne l’applicazione – ovviamente!)

L’assoluto libero arbitrio. Da una parte come dall’altra.  

Ho sempre concordato con Giacomo che al supermercato, davanti al bancone frigo, rivendicava il suo “fuori dal letto, nessuno è perfetto!”

E il poverello si beccava pure il cazziatone dall’altissimo Aldo, tra gli sguardi disgustati delle varie signore che, yogurt alla mano, lanciavano occhiate pietose al poveraccio che non l’aveva azzeccata neanche stavolta, come a dire:

“Ma come si fa a non saperla questa famosa teoria, questo famoso TEOREMA !! ? pure i sassi lo sanno…pure i vecchi… pure le lumache !!”

 “Giacomino io sono con te, non te la prendere,…. E chiedimi se sono felice”

Ortioca

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scala reale

Rientro da una serata.

Di quelle che ti lasciano un sorriso ebete sul viso, che sei un po’ tra le nuvole e un po’ negli abissi. Con pensieri che si alternano tra il “bella serata” e “peccato sia durata così poco” e altri che meglio non siano menzionati…

Sono in auto, musica a palla anche se sono le 10 di sera.

(Mi pare che l’ordinanza municipale permetta “rumori molesti e fastidiosi” fino alle 23.00 per cui ho calcolato che ci sto dentro largamente)

Canto a squarciagola, come mio solito, quando sono sola e nessuno mi sgama.

Percorro le solite strade per tornare a casa che sono solitarie già a quest’ora.

Non trovo nemmeno il classico cane. Il deserto.

Passo davanti alla chiesa e comincia la piazza del mio paese, sono quasi a casa, manca poco.

Ma proprio sotto l’obelisco, vedo un certo movimento.

Strano per l’ora, strano per il periodo, strano per il paese che conta una trentina di gatti e un centinaio di cani, un po’ randagi e un po’ no.

Curiosa. Ovviamente.

Abbasso la musica, che non è consono per una ragazza “matura” farsi vedere come una teenager invasata.

Ed eccoli. 4 ragazzotti che se la sono inventata.

Tavolino da campeggio, 4 sedie pieghevoli, qualche bottiglia di birra e, appoggiate sul tavolo di fortuna, un mazzo di carte.

Si stanno facendo una partita a briscola o a poker (credo più quest’ultimo), con la piazza a loro completa disposizione. Spettacolo.

La luce di un lampione che insieme alla luna piena, crea un ambiente da bisca nel periodo del proibizionismo.

Noto qualche sigaretta dal dubbio contenuto. (Fortunati)

Avrei voglia di fermarmi. Magari posteggiare e fare una bevuta con loro, sperando sia gentilmente offerta perché di mio non ho nulla in auto…(ricordarsi: scorta di birrette in macchina per eventuale fermata bucolica d’emergenza…)

Vorrei abbassare il finestrino per dire:

“Chi la vince? vi serve un quinto?”

Li trovo genialmente fenomenali.

Rallento, mi guardano. Sorrido dell’idea che trovo semplicemente ingegnosa. Di quelle trovate che sono talmente genuine da risultare originali.

Sorridono anche loro, consci di suscitare un certo ilare stupore.

Rimetto la musica a palla, ricomincio a cantare. Riparto.

A volte un mazzo di carte ti salva la serata.

A volte riesci ancora a trovare un momento di spensieratezza invidiando 4 ragazzi che se la ridono in mezzo ad una piazza vuota, alle dieci di sera, con un mazzo di carte e due birrette.

Amiche…mi sta venendo l’idea…

ortioca

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nr. 2

E’ dura. Essere una seconda.

Una seconda scelta. Quella che arriva sempre dopo. La ruota di scorta. Fin che non ti serve è lì, giacente nel baule. Inutile.

La mela che resta nel cesto.

Sei il numero dispari, quella che sfalsa il tavolo di coppie a cena. Quella che, anche se chiami all’ultimo, “tanto c’è sempre perché non ha altri impegni”.

Si, sei tu. Presente.

L’intruso nei giochini. La differenza tra le due immagini identiche.

Quel flacone di ammorbidente che apri per sentirne l’odore e che poi rimetti sullo scaffale per prendere quello che sta dietro. Si, ti annusano e poi prendono quello con l’aroma alla lavanda.

Il vestito usato, che non hai il coraggio di buttar via ma che sai che non indosserai mai più.

La coppa d’argento. Che diciamolo… non vale una cicca bucata. Si punta tutti all’oro o niente.

E pensi che certi pesi non si digeriscono mai facilmente. Nemmeno con una buona dose di Brioschi e neanche due pastiglie di Dulcolax li fai evacuare dal tuo corpo.

Essere la seconda pesa un miliardo di quintali.

Hai tolto il nome dal campanello, perché tu stai nell’appartamento di mezzo. E tanto non suona mai nessuno.

Sopra di te hai un attico con il panorama da togliere il fiato e un terrazzone dove si fanno feste estive fino a tarda notte, musica e balli. E fiumi di vino.

Quello sotto invece, al piano “uno”, ha il parco, la piscina e due schnauzer giganti, con il pelo così lucido che ti ci puoi specchiare. E grigliate d’estate e pupazzi di neve d’inverno.

Tu hai a mala pena uno sputo di balconcino, che ti vergogni anche solo a metterci un vaso di fiori.

Non sei nemmeno a metà di una scala ma solo il secondo insignificante gradino. 

E quante volte hai sentito dare appuntamento tipo “ci vediamo ai piedi della scala all’entrata del museo”. O ancora “ti aspetto alle otto, in cima alle scale…”

E niente. Sei la seconda, la medaglia di mezzo, il podio che non è né sopra né sotto. L’oggetto smarrito che mai nessuno reclama, che rimane giacente, come un guanto spaiato che da solo risulta ovviamente inutile.

La sorella di mezzo che passa inosservata. La mediocre.

E malgrado tutti i tuoi sforzi, i tentativi di primeggiare, di tener la testa fuori dall’acqua, ti accorgi che nessun impegno, nessun sacrificio potrà mai farti arrivare sul piedistallo dei vincitori.

Non solleverai mai la coppa del trionfo, nessun pubblico applaudirà la tua esemplare esibizione.

Eppure, ti dici, verrà il giorno del riscatto. Ci speri, in quel giorno in cui tutte le seconde del mondo si riuniranno.  

Che non c’è attico senza un secondo piano. Non c’è scala che non abbia due gradini.

E non potrai essere sempre un solo calzino, un guanto, un orecchio, un occhio solo. No, ci sarà il tempo in cui, finalmente, anche una seconda brillerà.

Seconda stella a destra, questo è il cammino.

Che fatica però.

Ortioca

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Muuuhh.

Come promesso.

La mucca, animale fisicamente imponente, parrebbe di scarso acume.

Poco güzza, come si dice.

L’unica rappresentazione artistica di rilievo che rimembro, (e qui scatta l’inevitabile “Silvia, rimembri ancora…” ricordi adolescenziali con l’amica E.) è l’opera creata per una pubblicità, da un agenzia Americana nel 1977, che ha brillantemente suscitato l’interesse della massa realizzando un manichino a grandezza naturale e pitturato di viola. Ai più conosciuta come la mucca Milka.

Dopodiché, non mi pare ci siano altre menzioni degne di nota se non qualche ruolo, per altro marginale, una comparsata in qualche film.

La si vede nei campi che bruca poco composta e con decisamente poca eleganza. Diciamolo, la stazza non favorisce le movenze.

Dopo aver ingurgitato una decina di kg d’erba, la stessa viene praticamente vomitata per poter essere di nuovo ri-ruminata e consentire la deglutizione definitiva. Se questo vi sembra un gesto raffinato…

Eppure il toro non se ne cura, di questa mancanza di stile, di questa totale assenza di educazione. A dispetto del “a tavola si mangia con la bocca chiusa!” egli non si scompone davanti a questa pecca. Anzi.

Oserei dire che forse ne apprezza il gesto. Probabilmente un po’ volgare, ma sicuramente indice di un’apertura mascellare che può dar adito a qualche sconcio pensiero. (e da buon toro…)

Ella passeggia, con passo lento ma calcolato, nei prati fioriti, cercando di suscitare l’interesse del maschio, inventandosi i più disparati espedienti.

Lascia tracce sparse sul terreno come fossero le briciole di Pollicino sperando che il maschio trovi la strada che lo conduca alla meta.

Attira l’attenzione con scampanate, cercando di eguagliare la famosa Novena di Natale che si svolge in quel di Morcote, e malgrado la sua vista sia limitata si ostina caparbiamente a non voler mettere gli occhiali per paura che la sua bellezza venga meno, che si denoti un inizio di invecchiamento e che il toro rivolga poi la sua concentrazione a ben più giovani e allettanti manze.

Fa credere al maschio che una delle sue poche armi vincenti per raggiungere lo “scopo” (inteso come obbiettivo finale e non come declinazione verbale di tutt’altro significato) è quella che si trova tra le gambe posteriori.

 Attrae il maschio con semplici mosse da seduttrice. In realtà il toro sta già “prendendo le misure” e mentalmente scerne con un “tu no…tu no… tu si…”

E per un attimo, la mucca, si crede il “tu si”. E potrebbe anche essere così.

Povera mucca stolta, direte voi.

In realtà, checché se ne dica della mucca, ella ha il pieno governo della situazione. Non lasciatevi ingannare quindi dalle sue movenze e moine. Questo è solo un teatrino montato ad hoc.

A dispetto del toro che parrebbe detenere lo scettro, la corona del dominio, la monarchia del potere, egli non è altro che lui stesso un articolo di breve assaggio, un panino da mangiarsi sul marciapiede, un “take away” di veloce consumazione.

Perché alla fine, è la mucca che sceglie. Forse il toro non lo sa ancora ma ella ha potere decisionale.

La mucca ha la facoltà di dire di no. E si sa…se la mucca dice no, è no!

A prescindere.

Ortioca

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Nel segno del…

Toro.

E’ uno di quegli animali che appartengono alla categoria dei “mammiferi felici”. Ma secondo me leggermente sottovalutati. O comunque non valorizzati a dovere.

Per menzionarne alcuni, il celebre toro di bronzo posato nel famoso quartiere di Wall Street, meta di numerosi visitatori, che ha visto la recente dipartita del suo creatore.

Per non tralasciare quello sito nella famosa galleria di Milano, dove ormai è consumato nelle sue parti più intime dagli innumerevoli giri di tacco di passanti che, ingannevolmente, cedono alla credenza popolare che porti fortuna e si ostinano a volerlo inspiegabilmente calpestare.

Non cito la corrida. Spettacolo macabro.

Ma il toro ha ben altra funzione che quella di sollevar la sorte. Egli infatti non ha nessun potere magico, nessuna funzione miracolosa. (O forse un po’?)

Il toro, come il coniglio o lo stallone, è apprezzato e menzionato meramente per la sua possente facoltà riproduttiva. E volete mettere quando vi chiedono di che segno siete e voi gonfiate il petto dicendo “sono un Toro”.

Si dice “sei un toro – stallone – coniglio” qualora la prestazione di accoppiamento superi abbondantemente le più rosee aspettative.

A volte, con sorpresa, si scopre che malgrado la presenza fisica del animale non sia così degna di nota, esso si riveli sorprendentemente prestante.

L’animale in questione inoltre, ha dalla sua l’abbondanza della scelta.

Egli infatti beneficia di un numero elevato di sue “pari”, di passaggio o meno, che si contendono le suddette prestazioni.

Sollecitando, più o meno palesemente, la sua di lui funzione, cercano di attirare l’attenzione nei più disparati modi.

Si agghindano in modo vistoso, con l’ultimo modello di campanaccio appeso al collo, qualche ghirlanda di fiori tra le corna, ruminando ostentatamente per suscitarne l’interesse.

Passeggiano lentamente per i campi, con tacchi vertiginosi e vistosi rossetti, cercano di carpire l’attenzione del maschio che apparentemente resta composto.

In realtà il toro sta già facendo, più o meno silenziosamente, la sua scrematura.

Egli infatti osserva attentamente la vasta galleria di articoli, soppesando accuratamente i prodotti, selezionando la merce a disposizione.

Le più ardite ma meno vistose, sperano segretamente che egli – il toro – non si fermi ad una volgare apparenza. Auspicano un approfondimento che vada al di là della banale esteriorità, dell’ingannevole prima impressione.

Esse si illudono che, nell’enorme giostra di prodotti a disposizione, l’animale conteso focalizzi l’attenzione proprio su una di loro.

Sperano che non si lasci sedurre da volgari profumi, da ordinari ammennicoli, da dettagli di poco conto.

Ambiscono, segretamente, al podio destinato alla prescelta. L’olimpo.

Non sanno però, le poverine, che il toro facente parte della categoria maschile, valuta la sua scelta in base ad unico criterio che reputa fondamentale.

Egli infatti prende in considerazione esclusivamente la misura di quella parte che si trova “appesa” tra le loro gambe posteriori, atta ad elargire sostegno e garantire sopravvivenza per la continuazione della specie.

Cosi, lemme lemme, passa in rassegna la categoria e con un “ tu no.. tu no, tu no, tu si.. ” decreta la vincitrice, ovviamente temporanea, che potrà beneficiare delle sue grazie.

Le “squalificate” non si sentano eliminate per sempre. C’è sempre un toro, meno toro ma più torello, magari meno poderoso o meno giovane e aitante, che non farà discriminazione di sorta. C’è speranza anche per loro.

Perché come si dice in gergo, alla fine, ogni buca è tana.

Per par condicio, a breve seguirà la versione contrapposta della rappresentazione al femminile.

Ortioca

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un triangolo di felicità

E proprio lui, che avrebbe dovuto chiederle come sta, resta in silenzio.

Si corregge, non “avrebbe dovuto”, ma… avrebbe potuto.

Lui, che non crede in nessun Dio, sto giro se ne sta religiosamente muto. O forse sordo. O forse muto e sordo.

Ostinatamente cocciuto. Tenacemente zuccone. Un crapone.

Lei ha aspettato con impazienza, caparbiamente speranzosa. Crapona, pure lei. Invano.

Proprio lui che la legge di nascosto, cercando dettagli tra le sue parole. Che la spia attraverso la finestra, che la segue quando va a far la spesa.

Che controlla se ha inserito l’allarme quando rientra a casa, se è abbastanza coperta quando esce al mattino. Se ha il telefonino carico.

Se ha mangiato a sufficienza. Se ha mangiato.

Niente. Il silenzio dell’inferno.

Perché lei l’ha visto l’inferno e, assicura, non ci sono fiamme, niente fuoco. Nessun personaggio con corna e forcone.

No. L’inferno è un silenzio che buca i timpani.

Che trapana il cervello come un martello penumatico. E lei lo sa come ci si sta, all’inferno. Non fa caldo. Non fa freddo. Non fa niente.

Non c’è da far due chiacchere, o programmare una vacanza, o decidere cosa preparare per cena.

L’inferno lei ce l’ha dentro. Piena di un vuoto che non può rendere, che non si ricicla come il Pet. Pieno di buio.

E si aspettava.

Che lui chiedesse. Un cenno, un “uè”.

Per uscire da questi inferi che l’avvolgono. Per avere una boccata d’aria.

Per assaggiare una fetta di Sacher al cioccolato e marmellata di albicocche e concedersi un attimo di prelibato piacere.

Un istante che avrebbe dato un sapore meno amaro al solito pasto d’aria. Perché una fetta di Sacher è cosi, un triangolo di felicità. Una concessione peccaminosa. 

Un pezzetto di dolcezza.

E si concede di immaginare.

Di chiudere gli occhi e aprire la bocca. Assaggiare con avida bramosia.

E assaporare lo zucchero, il cioccolato. E quella sensazione di viscido che è la marmellata, che le inonda la cavità orale impastandola.

Con la salivazione, che aumenta di pari passo con il piacere.

Come un premio che, pensa, le spetti di diritto, dopo la fatica. Non una medaglia, o una coppa da sollevare al cielo.

Solo un boccone o due o tre, che concedono un attimo di pausa. Un respiro d’aria a pieni polmoni prima di ritornare negli abissi, in apnea.

Un morso che scaccia quel senso di colpa che fa capolino. Perché si dice che se lo deve, questo attimo di paradiso. Se lo è guadagnato, dopo la salita, dopo tutti i chilometri che ha macinato. Se lo merita.

E allora forse si ritaglierà questo triangolo di gradevolezza effimera e passeggera. Questo paradisiaco momento calorico.

Da gustare, in un silenzio infernale.

Ortioca

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Ancora

Non sono più l’animale notturno che ero un tempo. Sono diventato vecchio.

Non sono più quello che ti svegliava alle due di notte per farti sentire “Singin’ in the Rain”.

Che ti raccontava i segreti dei maschi, quelli che non si dicono mai a nessuno, ma io sì, te li dicevo. Senza peli sulla lingua, senza imbarazzo. Ti ho svelato il mio, di segreto, perché solo a te potevo raccontarlo. E non mi hai mai giudicato.

Ero quello che non ti lasciava dormire e ti diceva “non te ne andare, resta qui con me, rimani ancora un poco”.

E per farti restare ti passavo canzoni antiche, belle, dicendo “shhhh… ascolta”. E tu dicevi “ancora”. Era bello quando lo dicevi.

Quel “ancora” aveva il sapore di infinito.

No, non sono più quello. Che a volte ti faceva piangere, a volte ridere. Spesso incazzare.

A volte ti chiedevo “dai, vieni per un abbraccio. Solo un abbraccio, veloce, poi vai via”. Ma le nostre “strette” non sono mai state veloci. Lo sapevamo.

E tu arrivavi, con ancora il sonno addosso, per un abbraccio agognato.

E si facevano le 5, le 6 le 7 di mattina in un attimo. E mi chiedevo dove fosse andato a finire tutto quel tempo passato in un secondo.

No, non sono più l’animale notturno che ero. Sono solo un uomo anonimo.

Che nessuno riconosce per strada, che esce sempre più raramente.

Che fa fatica anche ad alzarsi dal letto. Anche a farsi la barba al mattino. 

Sono invecchiato, sono stanco. Non cerco più nulla e nessuno, e nulla e nessuno mi interessa più. Tutto mi scivola addosso, nulla desta più la mia attenzione. Nemmeno le mie grandi passioni riescono a risvegliare un barlume di svagatezza. Automobili e musica. Una volta.

A tratti anche il sesso mi coinvolgeva, ma è passata anche quella, di voglia. Il desiderio ha abbandonato la mente e il corpo ha seguito di pari passo. Ho smesso anche di darmi pace in modo autonomo. Perché faccio fatica anche a masturbarmi.

Mi sono tuffato nel lavoro. Con un triplo carpiato. Per dimenticare, per non pensare. Serve a poco.

Eri un pelo sopra la media, anche se non ho mai voluto darti soddisfazione. Ti facevo rosicare. Era un modo come un altro di giocare al gioco delle parti.

Perché alla fine sono un maschio definito “superior” . Si paga un po’ di più ma …vuoi mettere il lusso, il privilegio di avere a che fare con uno come me?

Immagino che tu non pianga più, non rida più. Ma di sicuro ti incazzi ancora. 

Però mi ricordo, che a volte facevi ridere anche me. Mi davi un attimo di serenità, mi piaceva giocare con te.

Ma non te l’ho mai detto, che a tratti mi facevi stare bene.

Non ti ho mai detto molte cose.

Forse avrei dovuto. Forse avrei potuto.

E ti ricordo tutti i giorni. Mio malgrado.

Non bella, ma bella per me. Non stupida, non convenzionale, non banale.

Eri un sacco di “non”.  

Probabilmente lo sei ancora.

Eri. Mi accorgo che ti metto al passato ed è brutto. E non so spiegarmi perché sei diventata un “eri”.

Mi accorgo che non hai mai smesso di mancarmi, ho solo smesso di dirtelo.

Scusami.

Per quelle poche volte che te l’ho detto.

Per quelle poche volte che sei riuscita ad estorcermelo quasi con forza.

Si, te l’ho detto troppe poche volte. Cazzo. Peccato.

Ortioca

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Camera con vista

Sono sdraiata su un lettino freddo. Ho giusto un telo che mi copre.

No, non sono ancora morta. Ma sento freddo. E l’unica cosa che conservo nella mente è:

  • Conti all’indietro partendo da dieci –

 Obbedisco. Dieci…nove…ott…

E il fantastico mondo del niente arriva. Dormo il sonno chimico, senza sogni, senza pensieri. Solo il buio. Potesse durare all’infinito. Magari.

Invece arriva il conto da pagare al risveglio. Risorgo dalla nebbia come un Cristo dal sepolcro.

Una stanza con due letti, ma uno è vuoto, e penso “che culo” per una volta la pagliuzza corta l’ha pescata un altro. Per fortuna. Nessun obbligo di conversazione forzata e sono padrona incontestabile del telecomando per tutta la durata del mio soggiorno.

Finestra-balcone con vista sul parco. Ogni mattina un ometto con il rastrello ci fà un giro. Lo vedo che raccoglie a volte qualche cartaccia a volte un paio di mozziconi.

Guardo le cannette. Una nel braccio l’altra da qualche parte più sotto, una che entra e una che esce.

Possiamo chiamarlo un “do ut des”.

Ripercorro all’indietro quel filo sottile che entra, poco sotto il gomito sinistro, e resto ipnotizzata dalla gocciolina che scende con un ritmo regolare, sopra di me, da un sacchetto trasparente con qualcosa dentro che non so cosa sia, ma nemmeno mi importa.

Tic…Tic…Tic.

Faccio un sospiro e guardo fuori dalla finestra. C’è un enorme quercia, ormai spoglia di foglie che tra poco scomparirà nel buio della sera.

A breve so che arriva la cena.  Forse chiamarla “cena” è da ottimisti e io non lo sono più da tempo.

Trattasi di una tazza di brodo (di origine non ben definita) con una pastina che mi ricorda quella dell’infanzia e che ho sempre odiato.

Seguono due fette di prosciutto o tacchino, non si capisce. Le guardo e provo pena per loro. Sono cosi smorte che nemmeno il ciuffetto di prezzemolo appoggiato sopra le può salvare.

Una michetta stantia. Un vasetto di vetro con un etichetta che spaccia il contenuto per budino al cioccolato. Del cioccolato ha solo il colore.

Faccio spazio nello stomaco con un po’ di acqua, rigorosamente piatta. La bocca mi rimanda un gusto ferroso e penso che ci vuole coraggio per affrontare anche questa prova.

Accantono la cena e accendo la televisione. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dalle voci di “Scandal”. Una serie, il cui titolo ha già dato tutti gli indizi di come si evolve la storia.

Conosco i personaggi. Il presidente, la moglie, l’amante di lui… Un filone che non tramonterà mai.

Vengono a “sparecchiare” la cena, poi misurano la temperatura e mi danno una “pompata” per la pressione. Controllano il sacchetto appeso al trespolo. Abbastanza pieno da passarci la notte, dicono, e se ne vanno.

Sento che in corridoio parlano di me. Qui nessuno ha un nome.

Io sono la 206. 

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Ortioca

Eden

Oggi è una di quelle giornate che ti fa male tutto. Anche i capelli.

Sono nel letto in una posizione che non mi appartiene. Già non dormo di mio, ora più che mai.

Chiudo solo gli occhi, abbasso il sipario, ma dietro la tenda tutto si muove con febbrile agitazione.

Penso. A che posizione posso adottare.

Nessuna.

Penso. A cosa posso prendere per allietare la nottata.

Ho una vasta scelta.

Voltaren, Novalgin, Dafalgan, Tramadol…  Ho prenotato un “all inclusive” e ho il cocktail di medicinali compresi nel “soggiorno”, senza pagare extra. Non si bada a spese.

Il farmacista (che Siri confonde con  “far la lista”) mi ha consigliato di aggiungere anche la pastiglia per proteggere lo stomaco. Non sa che uso altri metodi.

Il Tramadol è il mio preferito. Da prendere prima, durante e dopo i pasti. A mio piacere, alla bisogna.

Una pastiglietta che sbriciolo sul tavolino, con l’aiuto del bicchiere. Ne faccio polverina e la divido in strisce. E poi via, una bella sniffata. Prima una narice, poi l’altra. Un bel respiro. Ahhh.

Tempo qualche secondo, comincia la festa. Rilassamento del corpo, e a seguire della mente.

Non mi dispiace nemmeno il Voltaren e la combinazione dei due è stratosferica. Viaggio garantito.

Destinazione… Paradiso (per essere banale)

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1000 tks

Poche righe. Quello che riesco.

Ma due o tremila grazie devo dirli.

Grazie, alla persona che mi ha riportato di qua. Costi quel che costi, non ti mollo. Con non pochi imprevisti e difficoltà.

E che mi chiede, da uno a dieci, quanto hai male? io dico 4, ma penso 20. Che poi quanto è 10 ? che paragone ho ? nessuno. Dico 4 per tranquillizzarci, ma penso sempre a 20.

A chi poi mi ha messo un camice, di quelli che si allacciano da dietro, più grande di me di 8 taglie almeno. Mi ha sorriso, stanco, da dietro la sua mascherina, oltre la mia.

Mi ha chiamato per nome e mi ha detto “non piangere, andrà tutto bene”. E io ho pianto anche per questo. Per la stanchezza, per il freddo. Per il male. E per quel calore che, malgrado tutto, ho sentito nella sua voce che ha il suono di un turno che non finisce mai.

Alla persona che mi ha riportato a casa. Che è bastata una telefonata di due minuti ed è arrivata. E che poi è ritornata per rimettermi a letto. Mi ha rimboccato le coperte e raccontato la storia della buona notte. Che poi proprio “buona” non è stata. Ma grazie.

Grazie anche a chi mi ha allacciato le scarpe, un’impresa. E mi ha aiutata a vestirmi. A chi mi ha lavato i capelli, e mi ha messo anche il balsamo. Che tanto non li pettino ugualmente, ma li lascia morbidi e ha un buon profumo. E mi ha fatto una piega strana che non ho potuto protestare. Erano anche messi bene alla fine.

E il dentifricio sullo spazzolino, chiudere la moca del caffè, una doccia, schiacciare un brufolo. Anche mettersi l’orologio. Che poi manco mi serve sapere che ora è. Sono tutti gesti sottovalutati.

Grazie a chi ha cucinato. Che io riesco appena appena a mettere una zuppa di Anna’s Best nel microonde. E mi ha tagliato le verdure. A pezzi piccoli.

Grazie a quelli che si sono offerti. Per tutto, e comunque tanto.

Spesa, libri, decorezze di Natale. Quest’anno l’albero sarà “minimal”, che poi fa anche chic.

A chi guida per me, chi mi cambia le lenzuola del letto e poi mi ci mette dentro.

Potrei andare avanti parecchio. E sicuramente tralascerei qualcuno o qualcosa. L’acrobata è caduta, ma la rete di protezione ha funzionato. Per ora, tiene.

GRAZIE.

Ortioca

brododigallina.home.blog

Lo spettacolo è finito.

Molla l’osso, vai per la tua strada, enfin! – ha detto.

Come se fosse una cagna. Come se non meritasse un ultima carezza tra collo e orecchie, una passata sulla coda liscia, prima di essere abbandonata, neanche in un canile ma direttamente sul bordo della strada.

E così sia.

Il sipario si è abbassato, nessun appaluso del pubblico, il bis non è richiesto.

Lo sapeva già di non avere il ruolo principale nello spettacolo.

Peccato. Perché lei era pronta , sapeva il copione, aveva studiato.  Ma non è bastato.

Sangue del tuo stesso sangue batte A positivo. Uno a zero. Mille a zero.

In verità per un certo momento ci ha sperato, per un attimo si è sentita un po’ personaggio principale. Ma in realtà è sempre stata una comparsa. Il regista l’ha avvisata più e più volte, “meno auto-centrismo, resta al tuo posto, meno smania di prevalsa”.

(Per dovere di cronaca: la parte l’ha poi presa la solita raccomandata. Figlia della figlia della cugina della madre del regista. Ovviamente.)

Ha alzato le mani in segno di resa. Ha gettato la spugna e tutti gli stracci che aveva in giro. Si è accasciata, come se avesse preso un proiettile, una pallottola in pieno petto. Era già successo, era già stata colpita. A volte di striscio, a volte in punti più vitali. Ma aveva sempre medicato, un po’ alla buona, e piano piano si era ripresa.

Lui ha un ottima mira, eccellente. Un cecchino professionista.

Colpisce il bersaglio a occhi chiusi. Sa esattamente come colpire. Sa esattamente dove.  E stavolta, come a battaglia navale, ha affondato. C4.

Nel momento esatto in cui ha deciso la sua fine, con una precisione chirurgica, ha sganciato la bomba. Hiroshima.

Una fitta lancinante ha invaso il suo corpo. Un ultimo respiro prima del buio.

Non ha nemmeno potuto esprimere il suo ultimo desiderio. L’ultima sigaretta che si offre al condannato prima di metterlo contro il muro, con le mani legate dietro la schiena. Quella sigaretta che la tieni lunga, che la fai durare il più possibile. Che fai piccoli tiri per non consumarla troppo in fretta.

Non ha neanche avuto il privilegio della benda sugli occhi, prima dello sparo. No, non c’è stato tempo. Bang !

Un esecuzione in piena regola, senza diritto di replica. Insindacabile, ha detto.

Ed è stato proprio come dicono, in quel secondo di viaggio, che ci mette la pallottola ad uscire dalla canna della pistola e arrivare al cuore, ti ci rivedi la vita. Un secondo lungo un’eternità, un film che scorre le immagini rallentate alla massima velocità.

Lo sa che non deve più credere a niente e a nessuno. Ma un conto è saperlo, un conto è farlo. 

Chi ha detto che “la speranza è l’ultima a morire” è un impostore.

La speranza non esiste.

E’ già morta ancora prima di nascere. Ecco la forma corretta.

Sarebbe stata più veritiera come espressione. D’altra parte anche la storia lo insegna. “Lasciate ogni speranza, voi che entrate…”

Ma lei non ha ascoltato l’avvertimento. E’ stata sorda. E’ stata stupida.

E’ entrata con tutta l’anima, il corpo, il cuore. Dentro con la mente. Che è la cosa peggiore. Con le mani, gli occhi. Ci si è impantanata proprio.

E ha perso, perde sempre. La lotta è impari. E’ stata impari.

Perché ora ha alzato le mani. Si è arresa. Il sipario si è abbassato, lo spettacolo è finito.

Ha mollato l’osso. L’ha lasciato lì per terra. Per la prossima cagna che passerà.

Ortioca

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Cin.

Il bicchiere è sempre pieno. Neanche a metà.

E’ una sicurezza vedere il liquido, spesso rosso a volte bianco, a portata di mano. Bottiglia e bicchiere sempre appoggiati sul tavolo.

E un approvvigionamento nella madia. Almeno un cartone da sei.

Controllo ogni giorno che ce ne sia una bella scorta. Perché non mi ricordo mai quante ne bevo. Non è importante di che marca, non conta la qualità.

Mi basta sapere che sono li, come un tesoretto. Una piccola fortuna che costudisco gelosamente, che curo, coccolo.

Non lo degusto. Lo tracanno.

Quando vado in negozio, per il rifornimento, compero quelle in azione. Ormai esco di casa solo per quello. Un tragitto che conosco a memoria, che potrei fare ad occhi chiusi.

So dove pisciano i cani, dove finisce il marciapiedi, quanti gradini per entrare in bottega. Conosco il viso della commessa, che ormai si è abituata alla mia presenza, quasi quotidiana, e alle mie bottiglie.  Mi fa solo un cenno con la testa senza nemmeno dirmi buongiorno, e so quanto devo pagare dal display della cassa. Questa è la mia vita sociale.

Rosso o bianco non guardo tanto per il sottile, anche se il mio palato predilige il rosso, come se fossi un sommelier. Perché è più corposo e ancora riesco a sentirne il gusto in bocca. Al primo bicchiere almeno.  

Poi via via il sapore si perde, e diventa quasi acqua. Ma il rosso mi annebbia prima la mente, per quello mi piace di più. Mi stupisco del fatto che ancora uso i bicchieri. Tra poco sento che passerò direttamente alla bottiglia. Meno sforzo, più resa.

Non mi curo nemmeno più di nasconderle, le bottiglie. Ormai non c’è più nessuno che fruga in giro per casa, per scovarle e buttare tutto nel cesso o nel lavello in cucina e portare i vuoti in discarica. Non c’è più nessuno che gioca a “acqua…acqua…fuochino… fuoco.. trovata !”

E passo le mie giornate sul divano, contornata da porta-cenere pieni di mozziconi che spesso restano fumanti, bicchieri sporchi, polvere che si accumula sui lampadari, con la televisione accesa sempre sullo stesso canale, giorno e notte. Non la guardo, sento a volte solo il suono, quando non sono cosi stordita.

A tratti mi scopro a pensare da quanto tempo ho questa voglia di bere, che poi è diventata un esigenza, una droga. Una dipendenza. Non mi ricordo molto. Ho solo dei flash, ricordi vaghi che cancello bevendo. Entro in un circolo vizioso:

ricordo-bevo-dimentico.

La casa è sporca, puzza. Non so quando ho fatto l’ultimo bucato o lavato i piatti che si accumulano nel lavello, ormai saturo. Ma mangio sempre meno, bevo sempre di più.

Non apro più le finestre, le piante in giardino sono morte, i muri gialli di nicotina.

Il letto non viene cambiato da mesi ormai. Non faccio una doccia da un eternità. E i vestiti che ho addosso sono, allo stesso tempo, il mio pigiama, la mia tenuta da casa, la mia tenuta da uscita. La mia seconda pelle.

Se ne sono andati tutti. Tutti tranne le mie amate bottiglie, che accarezzo come si fa con un gatto, come fossero un amante voglioso, che cantano il richiamo delle sirene. Ma io non sono Ulisse, non resisto. E manco ci provo.

Non mi importa più di nulla e non mi oppongo alla tentazione. Mi lascio cullare nell’oblio dell’alcool, in attesa.

Hanno provato a raddrizzarmi. Pianti, bei discorsi, tentativi di farmi sentire in colpa, rimorsi.

Vani tentativi di ricoveri in strutture adeguate. Per il recupero, per il mio bene. Bla.. Bla..Bla..

La bottiglia batte l’avversario KO a tutti i match, e dopo poco nessuno vuole più mettersi in competizione con un litro di Merlot.

Non so dove sono finiti. Ho semplicemente preso atto, una mattina, dell’essere rimasta da sola.

Amen, di qualcosa si deve pur morire. Basta che sia presto. Veloce e indolore. Il fine è quello. Il mezzo che ho scelto per la mia auto-distruzione è fin piacevole.

Eccole, sento le voci suadenti che hanno iniziato il loro cantico. E rispondo al richiamo aprendo un Cabernet, che ho tenuto per un’occasione speciale. Non so quale possa essere, ma se ci penso un attimo la trovo.

Per festeggiare la mia vita sconfitta, la solitudine. Non mi depilo, ho i capelli unti, il fiato è rancido.

Con il bicchiere in mano vado in bagno per urinare,  guardo allo specchio una figura che piange.

Alzo il bicchiere e brindo insieme a me.

Ortioca

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Ho caldo…

Arriva così, all’improvviso. Anche in pieno inverno, anche quando c’è quella coperta di brina sopra il prato, al mattino presto. Anche quando ci sono 2 gradi sotto lo zero e hai il camino acceso.

Dura due minuti, secondo più, secondo meno. E come arriva, va.

Ma in quei due minuti scendi negli inferi.

Vorresti toglierti la pelle di dosso. Entrare nel congelatore insieme ai piselli e allo sminuzzato di pollo pronto per un salva-cena.

Andresti a farti un giro nel paese di Babbo Natale, sogni di arenarti come una balena spiaggiata delle isole Falkland insieme ai pinguini, passare quei due minuti, massimo tre, in cima al Monte Denali (in Alaska) con un Mojito ghiacciato.

E invece niente. Sopporti, sudi e aspetti. Che passi, il più in fretta possibile, e che arrivi finalmente la tregua.

Ti documenti su internet dove i consigli e i suggerimenti variano dal ridicolo all’utopico. Ti confronti con chi ha già dato, chi sta dando, chi è in attesa da dare.

E ne senti di ogni colore e per ogni gusto. Ti si apre un mondo che mai avresti immaginato.

Dai bagni alla “salvia del diavolo”, alle tisane con la polvere di pelle di rana essiccata, passando poi per la posizione del lottatore di sumo dalle 21.04 alle 21.07 (l’orario è imprescindibile) tutte le sere.

Cosi cominci a sperimentare, provi le pozioni, ti divincoli alla bell’e meglio tra gambe larghe, culo in fuori e mani sulle ginocchia. Ti immergi per ore, come se entrassi nella vasca di Lourdes in attesa di vedere la Madonna, pregando per un sollievo.

In realtà scopri – dopo parecchi giorni – che non cambia nulla. Il sonno è sempre più irregolare, la pelle secca, l’umore pessimo. E il caldo ad intervalli più o meno regolari non ti abbandona…

Lo senti che arriva, più o meno sempre alle stesse ore, perché passi da una temperatura corporea accettabile al fuoco dell’inferno di Dante.

Ti si formano quelle goccioline di sudore sopra il labbro superiore, il tuo colore passa dal naturale al peperoncino della Sicilia essiccato al sole, e con nonchalance cominci ad abbassare gli occhi verso le ascelle per controllare che la camicia non diventi pezzata.

Guardi in giro in cerca di solidarietà e sintomi affini tra le compagne, che inevitabilmente sorridono e dicono – vampata? –  e tu confermi, mesta, che è giunto il momento, sei entrata ufficialmente di diritto nella categoria delle babbione.

E non ti resta altro che aprire la borsetta e tirare fuori il tuo compagno di viaggio che sventoli come una furia davanti al viso e pensi – il tempo della spensieratezza è finito –

In realtà non è che lasci la spensieratezza, diciamolo. Perché prima delle caldane c’erano altri mille fastidi che costellavano la tua esistenza. 

Sei passata dall’acne giovanile al ciclo, con un salto a piè pari.

Ovviamente ciclo non regolare e ovviamente non in quantità accettabile. No, tu sei di quelle che appartengono, in modo altamente imbarazzante, alla categoria “a cascata e senza interruzioni” e che si presenta, felice come il giorno del tuo compleanno gridando: “ SORPRESA !!!”

Poi hai cominciato ad usare un contraccettivo, onde evitare spiacevoli imprevisti e dare una parvenza di regolarità. E via di gonfiore, conseguente fame da orco e, va da sé, aumento del peso. 

Quando pensavi poi di averle portate fuori tutte, che ti fosse concessa una pausa dalle tribolazioni, ecco che arriva la vampata assassina!

E si ricomincia ! malumore, fame, aumento del peso, e… e vaffanculo va !

Ortioca

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biancoblù-bianconero

Tempo fa, ho avuto una discussione con mio “fratello” sulle due squadre che animano il Cantone.

Parliamo di hockey ovviamente. E della rivalità che c’è, da sempre, tra i Luganesi e gli Ambripiottesi.

O sei biancoblù o sei bianconero. Io trovo che il nero slancia, e con il bianco non si sbaglia mai. Il blu può essere politicamente tendenzioso.

Ma con ordine, partiamo dalla situazione geografica delle due squadre.

. Ambrì –  nota località di montagna ( ok..”nota” solo perché c’è la squadra di hockey, altrimenti non se la fila nessuno….)

. Lugano –  la città per eccellenza (conosciuta praticamente a livello MONDIALE)

. Ambrì – paese di contadinotti, formaggio e mucche.

. Lugano – città frequentata da gente con una certa “eleganza”.

(Via Nassa, il Lac, chiese e cattedrali, piazza finanziaria ticinese, il lago, i ristoranti …mi fermo per non inveire troppo…)

E già qui scattano le prime diatribe.

Voi montanari, noi sboroni (ah sì, io tengo al Lugano !)

Quando le due squadre s’incontrano, è l’apoteosi. I pronostici si sprecano, si rasentano gli insulti. Gli animi si scaldano.

Voi contadini, noi “puzza sotto il naso”.

Voi giocate e vincete perché avete i soldi (Lugano), noi giochiamo e vinciamo perché abbiamo il cuore (Ambrì) argomenta lui.

E’ noto che il Ticino si divide in queste due fazioni. O sei biancoblù o sei bianconero.

Non esiste il compromesso, l’indeciso, il tentennamento. NO. Niente zona grigia.

Da noi, o sei di qua o sei di là. O non sei nessuno!

E come si dice, tutti allenatori al bar.

Ognuno schiera il giocatore migliore, la miglior tattica di gioco, la strategia vincente.

E di come l’ambiente di una o dell’altra squadra è impagabile, della pista sempre piena,( ok, non negli ultimi tempi, ma per motivi indipendenti dalle squadre) del sostegno della tifoseria ai giocatori, dei cori e degli striscioni, che si fa a gara a quello più originale.

E l’inno cantato a squarciagola anche se si sta perdendo, fino all’ultimo! I propri hockeisti non si abbandonano! Supporto fino alla fine, oltre la morte.

Insomma, io e questo mio “avversario”, ogni volta che capita un derby, ci punzecchiamo.  

Lui dice che io non ho argomenti, o meglio, ho argomenti del cazzo! e che tengo al Lugano solo per essere un “bastian contrario”, che sono una “radical-chic”. Che la squadra va avanti solo perché può permettersi di spendere, acquistando giocatori stranieri, ma che non ha cuore, non gioca per il suo pubblico.

Io gli rimprovero che per la sua squadra, un laghetto ghiacciato basta e avanza per il gioco che hanno. Che giocano ancora con i pattini con due lame, allacciati con le stringhe agli scarponi da montanari quali sono, che i loro bastoni da hockey sono fatti con il legno di betulla…

E per tutta la serata andiamo avanti così. Finché uno dei due prevale sull’altro perché la “sua” squadra ha finalmente vinto il derby.

Sta di fatto che l’altro ieri c’è stato il derby. Il primo di questa stagione. Giocato in montagna. E hanno perso. Malgrado si dica che giocare fuori casa è come giocare con un uomo in meno, abbiamo vinto. Noi, gli sboroni, ce li siamo mangiati in un sol boccone senza neanche fare il ruttino e io ho avuto il mio orgasmo. (anzi…3)

In realtà mi arrabatto nel cercare di contrastarlo. Perché diciamocelo, io di hockey non ci capisco una fava. Non so nemmeno i nomi dei giocatori, chi gioca dove, quanti tempi si gioca , e quasi sempre so oche vinciamo/perdiamo dal tabellone in cima alla pista…

Possiamo parlare di sci, di coniglio al forno, di fatturazione, di discesa a corda doppia o del colore must che quest’anno va per la maggiore per quanto riguarda le scarpe.

Ma di hockey…. Ma vi pare ??  

Comunque io tengo al Lugano, bianconera fino al midollo!

E sto giro…rosica !

Ortioca

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pistacchio e cioccolato

Vieni con me.

Dove mi porti – chiede lei.

Non importa dove – risponde lui.

Ovunque. Da nessuna parte.

Dammi la mano, stringila se hai paura. Non mi fai male, anzi, quasi quasi ci spero, che tu me la stringa.

Ti porto in paradiso, passando per l’inferno.  Perché le cose, prima di essere belle, hanno bisogno di dolore e sofferenza.

Tulle le grandi storie d’amore partono da grandi tragedie. Lo insegna la storia. E la storia non mente. Quasi mai. A volte.

Vieni, fidati. Credimi. Lo so che è difficile. Lo so che non credi più a niente e a nessuno, ma prova.

Ancora una volta. L’ultima, te lo prometto.

Passiamo per campi fioriti. Senti il profumo di lavanda, che ti ricorda quando aprivi i cassetti nella camera di tua nonna e ci trovavi i sacchettini di fiori viola, seccati.

Ti porto sulla giostra di cavalli. E diventi bambina. E sei bella quando ridi, ma lo sei anche quando piangi.

E ti porto a cena. Con le candele, come piace a te. E magari un po’ di musica in sottofondo. E sì, ci facciamo portare due cucchiaini e puoi mangiare un po’ del mio dolce. Anche se io scelgo sempre qualcosa con il cioccolato e tu preferisci la frutta…

Guarda il cielo, e le nuvole. Sali in cima al tetto. Non cadi. Ti tengo. Stretta da dietro, non ti lascio. E contiamo le stelle.

Andiamo in fondo al mare, tra gli abissi, dentro il nero. Fa paura. Manca il fiato. Ma respira da me. Ti dò la mia aria.

E a rubar ciliegie, di notte. E a fare il bagno nudi. Ti porto sulla luna, solitarissima luna.

Andiamo a ballare, in una balera con coppie di anziani, belli da guardare, felici. Ringiovaniti, che si muovono nostalgici al ritmo di vecchie canzoni.

Non sei capace e mi pesti i piedi. Guido io, non contare i passi, non guardare i piedi. Guarda i miei occhi. Let’s dance.

Ti insegno a barare a poker. Fondamentale.

Ti insegno il latino. Può servire.

Ti insegno a pescare. So che i vermi non ti fanno schifo. Neanche i ragni. Solo i serpenti, le bisce. Ma qui non ce ne sono, stai tranquilla.

Vieni con me, nel nostro faro in Irlanda. Dormiamo con le finestre aperte, cosi sentiamo il vento e l’odore di salsedine. E il rumore del mare.

E mangiamo nel letto. Gelato al cioccolato per me, per te pistacchio. Che ormai è un gusto fuori moda, ma io l’ho trovato e ne ho fatto scorta. Per quando ne avrai voglia.

Per quando lo vorrai mangiare dopo aver fatto l’amore. Perché dopo, vien sempre fame.

Ortioca

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Prugne secche

Mi stanno già preparando la camera. Tutto è pronto per accogliermi.

Manco solo io. Ma sono pronta. Quasi.

NO, in realtà non lo sono. Non si è mai pronti per andare in questi posti.

Ma ho prenotato e mi tocca, altrimenti perdo il turno.

Tra qualche giorno ci sarà il trasloco. L’ultimo. Quello definitivo. Forse chiamarlo trasloco non risulta corretto. Direi più “destinazione finale”.

Due valigie. Più che altro piene di pigiami, qualche scialle, due paia di ciabatte. Porto qualche fotografia e il mio profumo. I ricordi li ho in testa, non servono bagagli per quelli.

Nelle borse ho messo anche qualche libro nuovo.

Ho una stanzetta, 5 x 4. Una finestra che guarda su un parcheggio, quasi sempre vuoto. Niente balcone. Un letto medicale, modello elettrico, che con il telecomando ci fai un giro, come sulle giostre.

Su, giù. Puoi alzare solo la parte della testa, o solo quella delle gambe, o entrambe. Da restarci dentro in mezzo, schiacciata come la bologna dentro la rosetta. L’unico rischio è confondere il telecomando del letto con quello della televisione.

E ho i pasti in camera, se lo voglio. Consegnati su un vassoio di formica marrone, a volte scheggiato. Ora che arriva, il cibo è già tutto tiepido che non devo nemmeno soffiare sul cucchiaio della minestrina.

Servizio in camera, lo chiamano. In realtà un tavolo in meno da pulire in mensa.

Devo bere di più. Ma ad una certa età si fa fatica. Si fa fatica a fare tutto.

I giorni della settimana sono tutti uguali. Tanto che non si sa mai se è lunedì o giovedì. Se è festa, se è primavera.

So solo quando è sabato perché di pomeriggio c’è la tombola. Due cartelle per ogni ospite. I numeri li ripetono 3 volte e spesso non è abbastanza. Si vince una scatola di biscotti con la quintina. Se fai la tombola invece ricevi un paio di calze di lana, lavorate a mano. Fatte con i resti di gomitoli, di colori improponibili, dagli stessi utenti. Meglio la quintina, anche se spesso i biscotti sono possi. Ma tanto non vinco mai. E in caso, la tombola la lascio andare. Ne ho già di mie, di calze di lana.

C’è un bel giardino, curato, con delle panchine.  Ci portano fuori quando è bel tempo. Alcuni con il deambulatore, altri in sedia a rotelle. Alcuni riescono a camminare da soli.

Io sono una di queste. Ancora le gambe mi reggono, non so fino a quando. Ho solo un po’ di tremolio alle mani. Non sempre, ma sempre più spesso. Per questo motivo voglio mangiare in camera. Nessuno mi vede se spando il cibo in giro, se non centro sempre la bocca.

A volte non mi ricordo i nomi. Le infermiere mi sembrano tutte uguali, tutte con la coda di cavallo, con le scarpe da ginnastica, e due o tre penne nel taschino. Sarà perché sono vestite di bianco. Sarà perché hanno tutte lo stesso colore di capelli.

C’è anche un dottore, vecchio pure lui, che se non fosse per il camice, potrebbe confondersi con gli ospiti.

Le mie giornate cominciano con la sveglia alle 08.00 ma in realtà sono già desta da almeno un paio d’ore. Anche se mi danno una pastiglia bianca, per dormire dicono. Ma mi stordisce, cosi, di nascosto la sputo nella mano e poi la butto dalla finestra. Resto nel letto e magari leggo un po’, in attesa. Oppure penso.

Mi portano la colazione. Un thè e due fette biscottate. Un po’ di prugne secche – sappiamo tutti a cosa servono –  che diligentemente mangio, ma a volte mi devo sforzare.

Poi mi lavo, mi aiutano. Di solito mi mettono un paio di pantaloni di quelli con l’elastico in vita, larghi. E un maglione. Anche d’estate.  Ho spesso freddo.

Quando sono pronta scendo nella parte comune e leggo il giornale. Prediligo il Corriere del Ticino, se invece è già occupato, prendo La Regione. Comincio sempre dall’ultima pagina. Spesso ci trovo qualcuno che conosco. Qualche compagna di scuola, qualche amico che pensavo sparito. Gente del mio villaggio.

Alla fine ci si incontra tutti lì, come a una sagra di paese. Aspetto di leggere il mio nome, prima o poi ci sarà.

Dopo pranzo si va tutti in salone. Alcuni giocano a briscola, altre fanno la maglia, si portano avanti con i premi della tombola.

Un paio restano seduti e guardano il vuoto. Oltre il giardino. Li vedo, con gli occhi pieni d’acqua e la pelle macchiata. Restano in silenzio e immobili. In attesa di essere spostati di qualche metro.

Io metto una sedia vicino alla finestra che dà sul parco e leggo qualche pagina del mio libro.

Poi salgo in camera. Sulla poltrona guardo la puntata della mia telenovela preferita.  “Il paradiso delle Signore”. C’è quel bell’ attore, che fa sempre la parte del cattivo, ma mi piace.

A volte mi capita di addormentarmi. Mi svegliano per la merenda. Sempre le solite prugne, sempre il solito thè.

La domenica, in genere, arrivano i parenti e gli amici. Sono sempre meno, sono sempre più vecchi. Ho sentito alcuni chiedere se c’erano camere libere. Qui il turnover è veloce. Uno o due posti ci sono sempre.

Poi arriva la sera. Porta con sé un senso di malinconia. Il sole scende e si fa via via più fresco. Che sembra entrarti nelle ossa. Per quello ho portato qualche scialle.

Ma più del freddo, è la consapevolezza della solitudine che mi gela il sangue.

Tra queste 4 mura bianche, che sono solo in prestito, anzi in affitto, in un letto che è stato di qualcun altro prima di me e lo sarà dopo che l’avrò lasciato io.

E non ci sono scialli di lana, o calze, o thè che possano scaldare. Perché questo non è il freddo dell’inverno. Quello che ti fa fare quel fumetto quando parli. Che ti fa soffiare l’alito caldo sulle mani e strofinarle.

No. Questo è il freddo della vita. Che se ne va.

Domani mattina leggerò il giornale. Parto sempre dall’ultima pagina.

Magari ci trovo il mio nome. E un po’ di tepore.

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Ortioca

20 minuti

E’ più o meno il tempo di cottura di una torta. In forno a 180° per 20 minuti.

Ma 20 minuti sono anche il tempo che ti serve per decidere se ne vale la pena.

Non per cucinare, non per un colloquio di lavoro. Anche. Ma no. Non in questo caso.

Sono i primi venti minuti dove ti fai un idea di chi hai davanti, di come parla, di cosa dice. Di COME lo dice. Insomma, la prima impressione, il famoso “abito del monaco”.

20 minuti che servono per osservare, scrutare, fotografare dettagli. Annusare, come un animale. E in caso, captare il pericolo.

Che ti servono per capire se chi hai davanti spara cazzate, se la coniugazione verbale è degna della lingua italiana o lascia il tempo che trova, se siete calibrati sulle stesse lunghezze oppure siete a due estremità. (Ma in questo caso sono sufficienti anche solo 10 minuti, e di questi 10 ne avanzano 5)

I primi 20 minuti che ti bastano per capire se possono diventare altri 20, e poi 40.. un’ora. Una vita.

Che sono sufficienti a raccontarti, quel tanto che basta. Non tutto subito, non troppo. Il minimo sindacale. Ma abbastanza.

Sufficienti per comprendere se chi hai davanti ti piace, se tu piaci. Se vuoi andare avanti o se dopo poco si passa al “Ops, come si è fatto tardi, devo andare. Ti chiamo io” (Seeeee… ciaone)

Si potrebbe dire che sono l’unità di misura – minuto più, minuto meno – della prima conoscenza. Come il famoso “q.b.” della cucina. (“quanto basta” per i meno avvezzi)

E in questi 1200 secondi, che possono essere interminabili ed eterni, o volanti e serrati, tu soppesi. Ti fai un idea, un piccolo trailer, un viaggio nell’aldilà.

E nell’immediato futuro – che può essere la stessa sera e/o dopo qualche ora dall’incontro – ti immagini nel letto con un completino intimo da panterona, guepiere pizzata, e tacco a spillo.

Si signore e signori, il tacco si tiene anche nel letto in certi casi (Oh.., per sentito dire eh !!) Che fai movenze da tigre-micia vogliosa, e tenti dei mugolii tipo GRRRR…. GRRRR…

E sempre in quei 20 minuti, ma dopo qualche anno, tu in cucina con il grembiule, le mani nel lavello pieno di piatti sporchi e due mocciosi a cui cola il naso e che ti rognano intorno per avere la merenda. E ti vedi poi, che porti fuori la spazzatura e il cane – senza più sapere chi va dove – in ciabatte, alle 2 di notte, dopo aver steso il bucato della 3° lavatrice.

Insomma, in questi 20 minuti spazi da attrice porno, fintamente insicura e timida, che tenti un’aria da “femme fatale” con il rossetto un po’ sbavato, che hai arditamente acquistato in internet 480 franchi di biancheria intima “Agent Provocateur”…( per le più curiose ma anche per lor signori, il sito merita una visitina, giusto per ampliare gli orizzonti)

a Cenerentola, ma senza la fata madrina che sto giro non si è presentata, per impegni imprevisti, senza manco la giustificazione dei genitori (dicasi : non pervenuta ). E ti vedi bloccata sul pavimento con secchio e straccio e il conseguente colpo della strega.

Vi siete viste come in quelle palle di cristallo.  Non di quelle che girate sottosopra e scende la neve sulla torre Eiffel, no. Quelle che ci guardi dentro e vedi il futuro.

Anche io ho avuto i miei 20 minuti.

Al 21esimo minuto è scattato l’allarme. Uno strano “bip…bip”..

Era quello del forno che avvisava. Torta pronta. Perfetta.

Brododigallina.home.blog Ortioca

AAA…

“Cercasi coinquilino/a – appartamento di 4 camere, 2 bagni, cucina e salone – Via Giudici 6 – Milano – libero dal 03.09.2020 – Euro 300.- + spese Euro 50.- no animali – Claudia 0039.02.5849788”

Ha letto l’annuncio sulla bacheca dell’Università. Olivia, studentessa al 2° anno di medicina, si è trovata senza un tetto e accetterebbe anche una topaia.

Anche se ha un micio da portare con se, ha chiamato. Il gatto lo lascia poi  dalla sorella, in caso.

Ha così urgenza di trovare un tetto, che staccarsi da Bruto (il gatto) è il male minore, anche se fa male.

Fissa un appuntamento per una prima visione della casa e dei suoi abitanti, e rimane piacevolmente sorpresa. Sul pianerottolo, al sesto piano del palazzo (senza ascensore) ad accoglierla insieme a Claudia, ci sono Luca e Pia.

Tutti studenti di medicina, come lei, cercano qualcuno per dividere affitto e spese.

La sommergono di domande: da dove vieni, parenti, reddito, fidanzati/e, animali?

Lei risponde tutto giusto: Milano, una sorella che non vedo quasi mai, una piccola eredità e rendita per orfani, nessuno, nessuno. (Mente sapendo di mentire..)

Lei è la candidata ideale. Fanno un giro e l’appartamento le piace subito. E’ luminoso, pulito e quella che dovrebbe essere la sua camera, si presenta grande con un piccolo balconcino. La sente già un pò sua.

Affare fatto. Bruto traslocherà da una parte e lei dall’altra. Entrambi hanno pochi bagagli.

Dopo diversi traslochi, qualche permanenza in centri sociali e alcune occupazioni abusive, lasciano una catapecchia umida e indegna di essere chiamata casa, ma già ammobiliata, che è stata il loro rifugio per qualche anno. Il padrone di casa li ha sbattuti sulla strada per scadenza contrattuale e malgrado le proteste, non c’è stato verso di prolungare la locazione.

Due valigie per lei, una borsa e la gabbietta per Bruto è tutto il bagaglio che possiedono. La sorella ha accolto il felino di buon grado, per la gioia delle figlie che hanno trovato un nuovo compagno di giochi, finché dura.

Per lei non c’è posto. Lo sa e nemmeno ci ha provato. E poi detesta cordialmente il cognato e la cosa sembra essere reciproca.

Due giorni dopo si presenta nella nuova casa. Ad accoglierla c’è Pia che le consegna copia delle chiavi, lista dei compiti da fare quali pulizie, spesa, chi bagna le piante, chi porta via la spazzatura.

Gli altri due sono in facoltà.

Cambiano il nome sulla porta. Claudia, Pia, Luca, Olivia.

Sabato – dice Pia – non prendere impegni. Festa per il tuo arrivo con alcuni amici della facoltà, musica, pizza, birra. Porta chi vuoi.

Chi porto? pensa…

Gli manca Bruto. Quel gatto è il suo compagno da una vita. E’ la sua coperta di Linus. E ora sarebbe diventato lo straccetto di due mocciose, povero micio. Ma meglio lì che in mezzo alla strada.

Scende nel negozio sotto casa, prende un pacco di assorbenti perché sente che sta per arrivarle il ciclo, due confezioni da 8 di birra per la serata, e una tavoletta di cioccolato. Questa se la mangerà da sola in camera sua. Come consolazione.

Disfa le due borse, il totale della sua vita, prepara il letto e attacca un poster dei Rolling Stones sul muro.

Gli altri due sono rientrati.

Pia è in cucina e parla al telefono. Sta radunando la compagnia per la festa.

Gira per casa nuda, Pia, senza nessun pudore. La cosa non la scandalizza e dice che i vestiti sono accessori da usare solo in caso di emergenza. Porta lunghi capelli, quasi sempre intrecciati, un piercing al naso e ha un corpo da fare invidia a una modella.

Claudia pare essere la più pratica. E’ lei che tiene la contabilità della casa, programma i turni per le faccende di casa e la spesa, segue regolarmente le lezioni in facoltà e va alle riunioni di condominio.

Luca è un satellite, è capitato lì per caso, ad una delle tante feste organizzate dalle ragazze e non se n’è più andato. Ha preso possesso di una camera, paga regolarmente la sua quota e di tanto in tanto rolla qualche canna, che poi fa girare. Da due anni frequenta il primo anno di medicina.

Sembrano quattro moschettieri senza nulla in comune se non una vita da randagi. Ma Olivia si sente a casa più della casa dove stava da piccola con i genitori e la sorella.

Ha imparato che la vita non regala nulla, anzi a volte chiede il conto senza contropartite. Sua madre è morta di tumore quando aveva 12 anni.

Medicina sarebbe stata la sua strada anche per questo. Per vendicarsi di un cancro che l’ha privata di affetto e famiglia.

Suo padre è in prigione. Ma è come se fosse morto anche lui. Non ha mai sposato sua madre e mai riconosciuto le figlie. Va a trovarlo un paio di volte all’anno.

Quando succede, lui non parla quasi mai. Non le chiede dove vive. Come vive. Lei quasi sempre lo imita stando zitta. Nel silenzio, un ora passa meno in fretta, ma passa comunque.

Sabato spostano i mobili contro le pareti del grande salone. Stasera si balla.

Luca è l’addetto alla musica e alle canne. Ha tutto quello che occorre. Gli ultimi brani scaricati sul suo Iphone e una scorta generosa di marijuana e cartine pronte all’uso. La birra già in frigo.

Pia si è decisa ed indossa un pareo con un top talmente stretto e corto che pare un reggiseno. Stasera non andrà a dormire presto, e nemmeno sola.

Claudia è in cucina che scalda la pizza e canta a squarcia gola l’ultimo singolo dei Black Eyed Peas che Luca ha messo per lei.

Olivia li guarda. Non dice nulla ma fa un bel respiro e sente un buon profumo. Odore di casa.

Forse, finalmente, ha trovato la sua.

Ortioca

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Giorno uno

Oggi è il mio primo giorno di scuola.

Mi sono preparata. Già da qualche giorno la cartella è pronta. Ci sono dentro cose inutili, che non userò. Ma la voglia è tanta che, anche solo per far massa, ci ho infilato di tutto. L’ho aperta e richiusa almeno un centinaio di volte. Controllo e ricontrollo il contenuto. La svuoto e poi la riempio, sempre con le stesse cose.

Ho un astuccio nuovo. L’ho scelto di un bel rosso forte. Con tutte le penne e le matite colorate disposte in ordine cromatico.

Ho fatto scorta di bombolette di inchiostro per la penna a stilo. E il cancellino, quello che da una parte cancelli e dall’altra ci scrivi sopra.

Un blocco, A4, con i quadretti. Due gomme e un temperino. Righello e goniometro. Il compasso mia madre non me l’ha fatto prendere. Dice che è presto e se del caso lo compreremo più in là.

Peccato. Mi piaceva quel “coso” che serve a fare i cerchi precisi, che lascia sempre il foglio con un buco proprio al centro.

So già chi sarà la mia maestra. E’ la stessa che aveva mia cugina l’anno scorso e mi dice che è brava. Si chiama Valeria e fa fare tanti lavoretti. Mi piace l’idea di fare le cose. Più dei calcoli. E poi racconta sempre delle storie, ma di solito, verso la fine del pomeriggio. Storie che ti incantano.

Mi piace anche disegnare. Di quei disegni che devi solo colorare. Non devi pensare… solo riempire gli spazzi. E io ho il mio bel astuccio con le matite colorate nuove. Che mi dispiace quasi usarle.

Sono pronta. Anche se stanotte ho dormito male. E’ l’agitazione, ha detto la mamma.

Forse perché non ho ancora scelto con chi stare di banco. E’ una scelta importante. Una compagna con cui passi quasi un anno, con cui ti scambi la gomma, che ti presta il viola perché nel tuo astuccio non c’è. Che se chiede un fazzoletto tu ce l’hai. (Ecco, un pacchetto di fazzolettini, devo metterlo in cartella !)

Me l’hanno già chiesto in due ma io non mi so decidere. Vorrei stare davanti. Vicino alla lavagna. Vicino al banco della maestra. Che se non capisco posso chiedere, a bassa voce, se può ripetere.

Ho un po’ paura per matematica. I numeri mi confondono sempre. E più che i calcoli, vorrei imparare a scrivere e di conseguenza a leggere. O vice-versa.

Mi sono vestita bene stamattina. Le scarpe sono quelle da ginnastica, un po’ vecchiotte ma tanto comode. Cosi a ricreazione posso giocare a pallone e correre.

Ho messo una gonna ma ho detto a mia mamma che la maglia con i fiori rosa non l’avrei messa, nemmeno sotto tortura. Mai più .

Ormai sono grande. Niente più rosa.

Davanti al cancello la saluto distratta. Entro con quelli che saranno i miei futuri colleghi, ammassati nel cortile.

C’è l’appello. Il direttore chiama tutti i bambini della 1°. La mia maestra sorride di questa nuova cucciolata che si porterà fino alla quinta.

Sento che sarà bello andare a scuola. Sento che questa maestra mi piace già. Anche se mi capiterà di tornare a casa con le ginocchia sbucciate e magari qualche compito difficile.

Salgo i gradini che mi portano in aula. Entro e mi siedo nella prima fila. Di fianco a me c’è Anna.

Si comincia. Ho messo il mio astuccio rosso sul banco. Sono pronta, come una spugna, al sapere.

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Il Pippino moscio

.Titolo preso da un’esclamazione di S.

.Citazione presa da una “perla” di  L.  (quella mora !)

Ora, chi diavolo può essere mai questo “Pippino” moscio?

Altri non è che …un Pippino.

Da non confondersi con lo storico Pipino il Breve, (senza doppia P) padre del noto Carlo Magno, con ben più lunga storia e lungamente più famoso.

Il racconto del nostro “Pippino il moscio” (nostro in senso lato) invece, nasce da una serata tra amiche, un po’ ubriache ma non troppo, mescolata ad un’altra serata, sempre tra amiche, sempre un po’ ubriache ma non troppo, e che avrà vita breve. Il tempo di un racconto appunto.

(A tal proposito vorrei spezzare una lancia in favore del suddetto gruppo, per evitare fraintendimenti…

No, non siamo avvezze a serate alcoliche, rave, party, fumate di cose strane ecc. – non sempre almeno –  e non facciamo nemmeno parte di un gruppo di Alcolisti Anonimi  ( “ciao, sono Paola e non bevo da 20 giorni – ciao Paola, clap clap )

Del Pippino, nessuno lo ricorderà per questo o quell’ evento, non si leggerà di lui sui libri. Nessuno lo studierà. (correggo, qualcuno si, lo studierà) Nessuna tesi di laurea gli sarà dedicata.

Non sarà nemmeno citato nel dizionario. Egli, il Pippino, è l’anonimo protagonista di un’anonima storia.

“Pippino il moscio” è quello che si definisce un “ignorato”.

Per certi versi anomalo, non ha nulla da raccontare, anzi se ne guarda bene. Nessun solco da tracciare nella terra del mondo, e nemmeno qualche perla di saggezza da elargire. Nessunissima pubblicità.

Egli è stato preso in causa in una di quelle notti che si perdono nei tempi dei tempi. Un po’ per caso, tra il serio e il faceto, uscito dal cilindro come un coniglio bianco. Ha operato la sua magia, scomparendo subito dopo. Insomma, com’è venuto, è ito. In sordina, senza tanti clamori.

Un personaggio certo, ma non attore principale. Che ha avuto il suo breve momento di gloria e poi si è silenziosamente ritirato, dileguato dietro le quinte, senza raccogliere nemmeno gli applausi della platea. E se seguite, ne ha ben donde.

Nessuno saprà mai di lui, anche se sicuramente vi sarà capitato di incontrarlo, almeno una volta, nella vita.

Pippino, è stato citato come esempio non tanto per quello che potremmo chiamare “nome proprio”, quanto più per l’aggettivo che lo segue.

Menzionato per la sua caratteristica di scarsa vitalità, la sua pochezza di forza, la sua “molle” consistenza, la sua mancanza di brio, egli si è distinto per queste sue doti nulle, per queste sue tare.

In realtà il “Pippino” è tra gli attributi umani forse più potenti. Da lui dipende il destino dell’umanità. La continuità della specie. La sopravvivenza.

E la nomea di “moscio” non gli fa il dovuto onore.

Ma egli si è guadagnato il titolo, entrando prepotentemente nel disegno del racconto in questione, grazie alla sagace acutezza di L. (quella mora ) che, con una leggerezza spensierata, se ne esce tranquillamente con il detto, sconosciuto ai più, che recita:

 “Quando la sacca è più lunga del fucile, vuol dire che la guerra è finita!”

Quindi, a dispetto del nome poco comune di Pippino, se venite citati con tale nomea, (ndr – quello è un “Pippino moscio”) fossi in voi non mi vanterei troppo, piuttosto batterei in mesta ritirata, mi farei qualche domanda ma soprattutto…farei una visitina da un andrologo.

Uno di quelli bravi.

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Stelle bugiarde

Qualche sera fa, qualche notte fa in verità, c’è stato l’evento che quasi tutti aspettano da un anno con l’altro.

C’è chi punta la sveglia verso le 23.00 e si presenta sul terrazzo, ancora in pigiama e ciabatte, magari con i bigodini in testa e la retina, con una lista lunga più di un tomo, e la legge ad alta voce. Che le stelle sappiano, che abbiano ben in chiaro la desiderata, che nulla sfugga.

Chi invece sa tutto a memoria, non si alza nemmeno dal letto. Fa il suo elenco con gli occhi ben chiusi, recitandolo come fosse una preghiera, un mantra.  

Lo ripete mentalmente, due o tre volte, per sicurezza. Poi si gira dall’altra parte e riprende il sonno, o il sogno. Proprio dove l’aveva lasciato, due minuti prima.

Di quelli che si preparano e leggono lo stesso foglio degli scorsi anni, che conservano tra le pagine del libro The Illusionist. E magari aggiornano la “scaletta” di tanto in tanto. Cancellando, aggiungendo.

So anche di gente che organizza trasferte in luoghi atti allo scopo.

Deserti, cime di montagna. Anche il tetto di qualche grattacielo sta riscuotendo un discreto successo. Magari con una birra fresca, e due olive per ingannare l’attesa.

E’ la notte delle stelle cadenti.

Avanti, chi non ci ha mai fatto un pensierino.. anche solo di sfuggita.

La lista dei desideri. Manco fosse Natale. Manco fossimo bambini.

La notte in questione è anche il preludio al giorno del mio compleanno. Casca a fagiolo.

Cosi, un po’ perché ormai il sonno non mi prende, un po’ perché è quasi una tradizione che inganna la mente, mi metto in fila, composta, aspettando il mio turno.

Cinque/dieci minuti di assurda attesa, vana per altro.

Il desiderio è sempre lo stesso. Da anni ormai. Illusa e delusa, ogni 10 agosto ci riprovo. Non ho bisogno di scritti, non servono.

E’ proprio vero che quando si è disperati, ci si aggrappa a tutto.

In realtà non è una questione di sconforto. Non sono all’ultima spiaggia invero. E’ più una necessità di conferma di quanto le speranze non esistono. E puntualmente trovo la convalida.

Armata di binocolo, gentile lascito in eredità dal nonno, mi presento all’appuntamento. Ci vorrebbe un telescopio, un osservatorio, dell’ attrezzatura professionale. Potrei indossare anche la tuta spaziale, modello “Nasa”.

Quasi come se, con un armamentario di ultima generazione, le probabilità di riuscita potessero aumentare.

Scruto l’Universo sopra di me, come un cercatore d’oro, un cacciatore di funghi, un segugio che aspetta paziente il passaggio della preda ignara.

Alla bramosa ricerca di un luccichio, un bagliore. Il famoso “segnale dal cielo”.

Lo sento, eccolo che arriva.

Una goccia, poi un’altra… e si scatena il finimondo. Tuoni e lampi, scrosci d’acqua come fossero le cascate del Niagara.

Bagnata e infreddolita come un pulcino, mi ritiro di gran carriera. Di stelle cadenti manco l’ombra, in compenso si preannuncia l’arrivo di un bel raffreddore !

E anche per quest’anno abbiamo dato.

Non era questo il desiderio. Ma almeno domani non devo bagnare l’orto.

Ci si rivede il prossimo anno. Binocolo pronto. E ombrello !

sogno ? no, son desta !

Mi sveglio sempre a quell’ora.

Tutto è buono tra la una e le due..  Minuto più, minuto meno.

Non ho nemmeno bisogno di guardare l’orologio, ma lo guardo comunque. Giusto per avere conferma che è la mia ora.

Si, è la mia ora. E anche per stanotte, siamo nella norma. Tutto regolare. Preciso come un ordine militaresco.

Come se avessi puntato la sveglia. Da qualche anno a questa parte (ormai più di un decennio) ho il bioritmo impostato cosi, e non c’è verso di cambiare! Non c’è il reset, il delete. No.

Capita a volte – raramente – che mi riaddormenti (ed è un festone), spesso invece comincia il rito.

Vado in bagno, poi torno a letto. Ottimista. O illusa.

E ci riprovo con tutte le mie forze, intensamente. Strizzo gli occhi e mi concentro. Sulle pecore. Poi provo con i cavalli, le galline, qualche cane, il bue e l’asinello…ci metto pure Alì Babà e i 40 ladroni e, per non farci mancar nulla, conto anche i trenta denari di Giuda.

Macchè.

Mi alzo ancora e stavolta punto alla cucina. No, non per fame compulsiva. (Quasi mai, via…)

Frigo, bicchiere, acqua. (Confesso, bicchiere non sempre, a volte anche direttamente a “canna”)

Il tutto un po’ a tentoni, visto che paleso una certa cecità senza occhiali.

Non li metto. Resisto stoicamente. Perché questo significherebbe vedere chiaramente il mondo e cominciare la giornata, ed è troppo presto per affrontare il quotidiano.

Quindi opto per il vagare a casaccio per casa, orientandomi con l’abitudine e la familiarità della “caverna” per non urtare il tavolo, schivare il divano e arrivare sana e salva alla meta con un “touch down”.

Resto avvolta nella nebbia del fosco, nel limbo delle oscurità.

In quel sottobosco di tenebre che non ha ancora deciso se è ancora piena notte o quasi l’alba.

Torno di nuovo a letto. Speranzosa di rientrare nelle grazie di un Ipno che si stufa di me sempre troppo presto.

Non ambisco al figlio, Morfeo, i sogni sono di contorno. Mi basterebbe la pace del sonno. Potrei accontentarmi, in questo caso.

Mi giro sul lato destro. Braccio sotto il cuscino e posizione fetale. Tempo due minuti comincio ad aver caldo, scalcio il piumone, quindi stessa posizione ma versione sinistra. Niente, provo a pancia in giù e poi, ovviamente, in su.

Dopo aver provato tutte le versioni della ginnastica artistica, degna della grande Nadia Comaneci sto seriamente pensando di piazzare delle parallele sopra il letto.

Mi arrendo all’evidenza. Anche stanotte, siamo nei premi.

Sento il campanile del paese. E son le tre… le tre e mezza…le quattro…

Abbandono le giravolte e partono i pensieri.  In ordine sparso ma sempre quelli.

Lavoro, soldi, famiglia, soldi, salute, lavoro, vecchiaia, soldi, lavoro, mancanza di sesso, mancanza di sonno, soldi, mancanza di sesso di nuovo…

Si, un paio sono appuntamenti notturni abbastanza fissi, gli altri – a rotazione – in versione abbastanza “variegata”.

Nel frattempo si saran fatte le cinque. Controllo l’ora sul telefono. Già che ci sono faccio una partita a scarabeo. Magari due.

Di solito vinco.

Verso le sei meno un quarto.. mi abbandono alla stanchezza di esercizi, fisici e mentali.

Poco dopo suona la sveglia. E ogni mattina mi dico che dovrei decidermi a prendere un sonnifero, farmi avvolgere nel oblio del sonno e chiudere il cinema.

E fanculo Morfeo…

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Quante cose.

Se bastasse uno sguardo, quante cose.

Vedresti, sapresti.

Gli occhi parlano più delle parole.

Più delle mani, che pure tengono conversazioni.

Quante cose potresti conoscere. Del mondo. Del mio.

Ortioca

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Ho visto cose…

Ho visto gente che si stordisce di droga, vecchi di appena 20 anni, che vagano strascicando passi e parole.

E di quelli che hanno tutto il cibo che vogliono ma non mangiano. E muoiono, obesi di fame.

Persone che non sono in grado di coniugare un verbo correttamente. Che perdono le “acca” in giro, e confondo c con q. Di gente che “a me mi…”

Che hanno le unghie pitturate di rosso con lo smalto che ormai è un ricordo sbiadito e smangiucchiato, ma l’importante è che siano pittate.

Gente che non si lava per giorni. Si mette il completo Prada di 2 stagioni addietro e un quintale di deodorante dozzinale. Che se ti capita di annusarlo, a stento trattieni un conato di vomito e rimpiangi l’odore di sudorazione “nature”…

La stessa gente che poi è sempre l’ultima a tirar fuori il borsellino al momento del conto. Che per una fortunata combinazione di eventi, quando si decide di chiedere il conto, ha un bisogno impellente di andare in bagno. E mai al riva.. mai al riva…

Di quelli che sono perennemente alla ricerca dell’anima gemella. E ancora non hanno capito che, fortunatamente, non esiste. Ma insistono imperterriti nel loro vagare da un “gemello” all’ altro come fossero api in un campo di fiori, e poi prendono mazzate.

Persone che vanno al supermercato, nel reparto frutta e verdura, e rubano le ciliegie dai cestini pensando che nessuno se ne accorga. E con la bocca ancora piena e un po’ di succo rosso che sbava, hanno dipinto sul viso l’aria del “anche sta volta t’ho fregato…”

Conosco anche di vecchie coppie che si guardano negli occhi e non vedono rughe e acciacchi.

Ma affetto e tenerezza coltivati per anni. Che si stringono ancora le mani, ormai fredde, e senza parlare fanno discorsi lunghi una vita. Che si scambiano segreti, come bambini, sussurrandoseli all’ orecchio.

Di gente che paga per una scopata triste, con una triste persona, che si vende tristemente a buon mercato, e torna a casa, dalla moglie o dal marito, credendo di aver fatto un orgasmico affarone.

Che non salda le fatture, ma va in vacanza tre settimane con la famiglia e fa lo sborone al mare, con il costumino all’ultimo grido e il fritto misto a cena, innaffiato dal miglior bianco della casa.

Poi comperano la camicia taroccata “Arnani” dal marocchino che passa, sudato, sulla spiaggia.

Ho visto di quelli che si mettono le dita nel naso, e poi ti stringono la mano con enfasi, gli stessi che quando dormono sbavano sul cuscino lasciando la pozza di saliva che la mattina è tutta seccata.

Conosco di quelli che mentre guidano scrivono messaggi al telefono. Che li vedi che sbandano di qua e di là. Incuranti. Fallacemente immortali.

E di quelle ragazze che si fanno il tatuaggio con il nome del moroso sulla schiena, a caratteri cubitali, e dopo qualche mese vengono lasciate.

E via, di corsa dal chirurgo per farselo rimuovere con il laser.

E, ironia del destino, il compagno successivo ha lo stesso nome del primo…

Gente che dice le preghiere tutte le sere, prima di addormentarsi. E la mattina dopo, se non hanno il caffè pronto, richiamano all’ordine i santi e i superiori di questi ultimi.

Ho sentito di gente che si alza all’alba, per vedere un tramonto da togliere il fiato, in cima ad una montagna, con una persona che crede di essere quella giusta. E invece no.

Ho visto di cicatrici sulla schiena. E di ferite mai guarite sul cuore, che ancora sanguinano. E non esiste cerotto.

Ho visto il mare. E le onde che sbattono contro gli scogli come se facessero l’amore, in cerca di un amplesso continuo. Instancabili.

Di persone che amano persone che non amano. E ci sbattono il naso e la testa. Ancora e ancora e ancora.

E ho sentito il profumo del pane. Di un fiore. Di un bambino appena nato, che ti vien voglia di dargli un morso.

E ho visto due amiche abbracciarsi, nei momenti di gioia.  E nei momenti tristi.

E ho visto piangere. E ridere.

E ridere per non piangere, mentre gli occhi mi guardano allo specchio.

Ho visto cose, che voi umani…

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Le parole giuste

La scelta delle parole è importante. E va di pari passo con l’importanza delle persone a cui le dici.  Fondamentale.

Bisogna conoscerne il significato. Altrimenti, cadi.

Se sei brava brava, riesci anche ad adeguarle, in base al tuo interlocutore. (Ovviamente se lo conosci bene)

Ho imparato a tenerne conto a mie spese.

Non tutti infatti potrebbero capire la frase che recita:

 “Questo è un fiore edibile” ( V. scusa ma mi è rimasta dentro sta cosa ) 

A volte si fa anche a gara. A trovare parole desuete.

La facevo una volta, la gara. Mi piaceva.  

Era una sfida, una competizione. E non nascondo, anche un vanto. Il fatto di essere in grado di padroneggiare la lingua, seppur madre, con una certa abilità era fonte di incoraggiamento.

Avere la capacità di distinguersi dal gregge è stimolante. Spronante, motivante, e altri “…ante”

Una volta è capitato che il mio interlocutore se ne uscisse con un “sgaiattolare”.

L’avevo preso in giro, non poco, per l’anagramma di sgattaiolare che gli era partito per sbaglio (cosi credevo) E mamma mia quanto gliela avevo menata.

Lui, signore, mi ha lasciata andare avanti per un bel po’. E io gongolante, reiteravo sul fatto che l’avevo colto in castagna. Che finalmente l’avevo “battuto”.

Che, “enfin”, portavo a casa un punto, conquista non così evidente visto l’avversario.

Assaporavo già il gusto succoso della “vincita”, il trionfo del podio, mi vedevo bere dalla coppa del vittorioso, dissetandomi con avidità.

Invece ho dovuto inchinarmi al sapere.

Dopo un po’, un bel po’ in verità, probabilmente stufo di sentirsi sbeffeggiare ( perché io, confesso, sono una che si bea e la mena fino a santa M…) se n’è uscito con un copia e incolla da non so più che sito dove si enunciava che la parola, non solo esisteva, ma aveva / ha anche un significato praticamente uguale al originale “sgattaiolare”.

Mesta e bellamente irretita, ho dovuto ripiegare in difesa.

Ho chinato il capo, preso una manciatina di cenere, che era lì, pronta di fianco a me, e dato il via al rito del pentimento.

Cosi, memore di questa figura barbina, e dopo aver ricevuto il benservito dal “supremo”, me ne guardo bene dal partire alla carica senza aver prima debitamente verificato – se ho qualche dubbio –  che sono nel giusto.

 L’Altissimo insegna. Chiedo venia e, afflitta, espio la mia imperizia.

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Alcova

Evento eccezionale! Ho comperato un letto.

Già. Mi sono decisa.

Non l’avevo. Cioè, non che dormissi in un fienile eh, ma per anni il giaciglio è sempre stato semplicemente: doghe sul pavimento – materasso sopra.

Spartano, essenziale, poco pretenzioso.

Si, ammetto, faceva tanto “alternativa”. Tanto radical-chic, e forse anche un po’ bohémienne .

Che ci volete fare. Sono di quelle “originali” – anti convenzionale – a volte anche un po’ estrema.

Ma… arrivata ad una certa età, ho dovuto piegarmi all’evidenza. O meglio, ai dolori.  

Alzarsi da terra era diventata un‘ impresa quasi titanica. La schiena urlava vendetta alternandosi allo scricchiolio di ginocchia e altri arti. E quando si trattava di cambiare lenzuola e biancheria… erano contorsioni e salti mortali.

Per un certo periodo ho pensato di sistemare vicino al “pagliericcio” un argano.

Una carrucola che agevolasse l’elevazione mattutina. Ho pensato anche all’opzione di un cric. Portatile, da nascondere e, al occasione, tirar fuori da sotto il letto nel momento utile. Peccato che non avevo un “sotto il letto”.

Tutte idee valide, ma che poi avrebbero fatto contrasto con l’arredamento. Capirai, manco fossi un “Interior designer” (che tradotto in italiano significa: “una che mette in ordine i mobili”)

Insomma, ho valutato diverse possibilità ma alla fine ho ceduto. Mi sono inchinata al convenzionale, al ordinario, alla tradizione.

Mano al portafoglio, vado in missione (non prima di aver passato ore e ore su siti internet per valutare cosa offrisse il mercato e quanto rene avrei dovuto donare).

Letto visto, letto preso, letto fatto consegnare direttamente a casa.

Nulla di straordinario, bianco, semplice, lineare. Poco costoso ma tutto sommato pratico.

L’unica concessione che ho fatto è stata quella di avere 4 bei cassettoni capienti (posti sotto le doghe e il materasso) che mi consentissero di stipare ogni ben di Dio. Che di spazio non ce n’è mai abbastanza, le donne lo sanno.

Il “volendo, montaggio incluso” da parte del negoziante non è stato per nulla incluso.

Subito scartato visto il costo supplementare dell’operazione (esorbitante) che superava abbondantemente il costo stesso del letto…e poi, da brava “fai da te”, ho pensato che ce la potevo fare.

Forte anche di un volontariato che si era reso disponibile nel condividere il procedimento.

Alla fine “la mano dal cielo” ha dato buca. Ma proprio all’ultimo eh. Che manco mi stupisco più di questi “due di picche” che mi prendo. E’ il quotidiano.

Anzi, se non arrivano quasi quasi mi offendo.

Così mi sono ritrovata con enormi scatoloni pieni di viti, brugole, dadi e bulloni. Assi di legno e cerniere. E un libretto delle istruzioni con semplicemente dei disegni. Che uno si dice: impossibile sbagliare.

In realtà la svista è dietro l’angolo. L’errore infame, ignobile come un amico che ti tradisce, ti sorprende quando ormai sei già due pagine avanti e credi di vedere la luce alla fine del tunnel.

Invece ti tocca retrocedere di almeno quattro disegni e, come nel gioco “trova  le differenze”, verificare dove cavolo hai sbagliato il passaggio…

Inizio lavori ore 16.05  – Fine lavori ore 20.17

Risultato : letto montato con avanzo di :

4 viti piccole e 2 grandi.

3 ranelle (che mi sono dimenticata io di mettere)

2 spine di legno – si, ho imparato che quei pezzettini di legno si chiamano

spine !  (non si smette proprio mai di apprendere…)

Talmente distrutta, mentalmente e fisicamente, che non ho nemmeno avuto la forza di cenare.

Come quando ti mettono in castigo e ti dicono:

“Stasera a letto senza cena, fila senza neanche fare un fiato!”

Ma che dormita ragazzi…. Letto collaudato. Tiene.

Per ora. Per uno.

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di numeri e di..segni

Sono una di quelle persone che, per ricordarsi le cose, ha inventato una metodologia tutta sua. ( in realtà non so se l’ho veramente inventata io,  non credo proprio, ma diciamo che ne faccio uso comune da anni e anni )

Mi scrivo un codice sulla mano sinistra. Come se fosse un tatuaggio, che non ha significato per chi lo vede, ma che per me è come un agenda, un post-it. 

A volte può essere un ‘ abbreviazione, un simbolo, un nome. Poi faccio un collegamento mentale e so esattamente cosa devo ricordarmi, cosa fare, dove andare. Pratico, perchè ce l’ho sotto’occhio praticamente sempre.

Ora, non è che scrivo la lista della spesa sulla mano eh? O gli appunti dell’ ultima riunione…

No. Piccoli segni. O disegni.

Può essere che mi vediate con il simbolo del dollaro, un fiore, un triangolo.

Può essere che ci scriva sopra una lettera, un piccolo codice. Un numero.

Stamattina ne ho due. Due numeri.

Ho scritto un 8.

So benissimo cosa vuol dire. Vuol dire che devo ricordarmi di fare la giocata al lotto. Sia mai che questa settimana sia quella buona, quella dei miei numeri e che, per una banale dimenticanza, mi sfugga la vincita. Ve lo perdonereste voi ?

8. Fatto. Giocato. Quindi ci passo sopra il dito bagnato di saliva e cancello la pendenza.

Ho scritto anche un 4.

Ecco….4….4….4..

Non c’è verso di ricordarmi cosa cavolo vuol dire. E’ tutta la mattina che lo guardo e niente… !

Non ho nessun indizio. Cosa avrò voluto dire con sto 4….

devo comprare qualcosa ? ma…4 ?

devo trovarmi da qualche parte alle 16.00 ?

Non è dato sapere. Non riesco a ricordarmi cosa mi rappresenta questo 4.

Niente. Il vuoto, l’amnesia completa. E più ci penso, più guardo questo 4, più mi innervosisco per non riuscire a ricordarmi ! Che rabbia !

Confido nell’illuminazione. Prima o poi.

Forse dovrò rivedere il mio codice mnemonico, e rassegnarmi al classico appunto sulla mia agenda, rigorosamente ancora in forma cartacea. E ovviamente scritto per intero con tutti gli indizi svelati.

Certo che è una beffa… mi vanto del mio metodo e poi non son buona ti tiramene a capo !

Nel frattempo mi tormento ancora con questo 4….che guardo scritto sulla mano sinistra e che mi perseguita.

Perché si sa che, più non si trova qualcosa, più si continua a cercarla. E più ci si pensa, più non si riesce a ricordarsela.

Per me è una tortura. Un segno di regressione. La memoria non è più quella di una volta. L’elasticità mentale scema… la vecchiaia avanza…

4 !

Eccolo ! la luce è arrivata ! so ESATTAMENTE cosa vuol dire. Finalmente il cielo si è aperto, le acque si sono spartite, la lampadina si è accesa !

E no !… Mò col quattro che ve lo dico !

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saluti dal mare..

Nessuno più scrive lettere. E sempre più rare sono le cartoline.

Io lo faccio ancora. Ogni tanto.

Una cartolina, con un saluto dal mare, come si faceva una volta. O semplicemente solo un saluto.

Mi ricordo di certe cartoline che si trovavano su quel trespolo che girava, fuori da “sali e tabacchi”, con la bella gnocca, le tette al vento, e la scritta glitterata “saluti da Jesolo”. Sporadiche invece erano quelle del bel “fustaccio” con la tartaruga addominale, girata dalla parte giusta, che invitava alla spiaggia.

Anche se non sono andata da nessuna parte, anche se scrivo da casa, ne ho sempre qualcuna di scorta, di cartoline con tramonti, viste di laghi e montagne. Di mucche. Sono belle quelle in bianco e nero, di mucche ma anche di cartoline.

Scrivo anche qualche lettera. A volte corta, a volte chilometrica.

Se mi capita di sentire la mancanza di qualcuno, magari.
Forse più per me che neanche per il destinatario ( o destinataria )

Le scrivo per immaginarmi l’effetto che fa aprire la buca delle lettere e trovarci qualcosa di diverso dalle solite fatture o dei giornaletti del Denner o della Coop con le pubblicità e le azioni della settimana. Che non li guardi nemmeno. Vanno dritti dritti nella raccolta carta per il macero.

Perché qui si fa la separazione differenziata e la carta ha il suo contenitore, come il vetro e la plastica, e quando è pieno si fa il viaggio giù vicino al cimitero che c`è la benna.

Dicevo, una busta, magari colorata, con la scritta a mano. Di bella calligrafia. Indirizzata a te, proprio a te. Personale.

Perché, confesso, a me fa ancora un certo effetto.

Con il francobollo dalla parte giusta, in alto a destra.

Non quelle buste bianche, anonime, scritte con il computer. Che tu o un altro è uguale. Sono tutte identiche. Asettiche.

Invece l’emozione di trovare uno scritto in buca, è ineguagliabile.

Che quando apri lo sportellino e la vedi li, come una pepita, ..una perla rara, quasi quasi ti emozioni come un bambino davanti a un pacco regalo.

Che ti dispiace quasi prenderla in mano, toglierla dallo sportellino. Ma non resisti e controlli subito se c’è il mittente. E la prendi in mano come se fosse un oggetto fragile. Magari l’annusi pure.

E un istante prima di scoprire chi ti scrive, scorri a mente tutte le persone che potrebbero averti fatto il dono.

In verità auspichi che sia lui. (o lei )

E’ il primo nome a cui pensi. Il primo, della corta lista, che hai in testa. Perché ahimè, la lista è veramente scarsa. Tristemente.

Chi ha pensato a te. Chi sa che sei antica e aspetti ancora il postino con trepidante attesa.

Che ti conosce. E che immagina il piacere, il sorriso che ti si dipinge sul viso quando vedi la busta e meglio ancora quando scopri lo speditore. (o speditrice)

Perché sa che trovare due righe, scritte a mano, magari in una busta colorata con il francobollo dalla parte giusta, in alto a destra, è un raro piacere.

Una traccia da conservare e da rileggere, a volte. Per ricordarti che ogni tanto, qualcuno ha pensato a te e ha voluto fartelo sapere.

Ne ho scritta una di recente. Ok, non troppo recentemente. Qualche mese fa. Una cartolina bella. Tutta bianca, con un pezzo di puzzle mancante al centro. Mi pareva carina, significativa. C’era il buco. Un assenza.

Era da un po’ che era lì, che mi girava tra le mani, in attesa di essere spedita.

“Ciao, ti penso”.

Bastano tre parole e un pezzo di carta, e magari, senza neanche saperlo, hai fatto il più bello dei regali.

Vuoi mettere?

Comunque, della menzionata cartolina spedita, non ho mai ricevuto risposta. Neanche un rutto. Va bene cosi.

Pausa caffè ?

Prendiamoci una pausa.

Che se a dirlo è il tuo capo, a metà di una riunione di lavoro, non ci pensi neanche mezzo nano secondo.  

“SI ! Prendiamocela !” dici quasi urlando.

Ti fiondi di corsa nella saletta-cucina, davanti al distributore automatico di ultima generazione, combattuta tra il cappuccino fatto con la miscela Arabica dal gusto robusto, o il latte macchiato con il cacao della Costa d’Avorio.

Vi sedete, tu colleghi e capo, al tavolo, e fate due chiacchiere informali. Una risata per smorzare un po’ di quella cappa nebulosa che si era creata nella sala conferenze. Eccola la pausa. Nel vero senso della parola.

Dal vocabolario – pausa : sospensione momentanea di un’ attività.

Se invece, a pronunciare la frase, è il/la compagno/a…Ahia…

Versione 1 –

Prendiamoci una pausa, dice lei. E tu, senza riflettere troppo, vai in cucina e metti su la moka, perché sei sempre stato un tipo da buon comando. Naif !

In realtà l’ultimo dei suoi pensieri (suoi di lei, la femmina) è sedersi e bere il caffè con te.

Il “prendiamoci una pausa” è da leggersi come:

Ti lascio.

Niente di momentaneo, come invece suggerisce la definizione da vocabolario. NO, definitivo!

Sentenza senza nessuna possibilità di appello. Non esiste obbiezione.

Perché, in caso, il “vostro onore” replica: respinta!

E non puoi nemmeno raggiungere un accordo con la controparte. No.

Ti tocca restare lì, seduto sul banco degli imputati, senza ben sapere di cosa sei accusato.

Già. Perché la controparte la prende alla larga. Infatti lei ha già avuto modo di elaborare tutto. Ha progettato l’attacco e eventuali vie di fuga.

Predisposto ogni possibile assalto, favorita dal “vantaggio sorpresa”. Ha valutato ogni mossa, come in una partita a scacchi, e ha già previsto lo scacco matto. A breve.

Ha avuto tutto il tempo di preparare la mannaia, lucidarla e affilarla per benino. Prima di calare il colpo mortale.

Insomma, ha già vinto la battaglia ancor prima di dichiarare la guerra.

Tu invece, che ancora stai litigando con la moka, incassi il colpo. Ti concedi un momento di trance, di smarrimento, tipico del maschio comune, appoggiato al piano cottura, e in due minuti passi in rassegna tutta la tua relazione e ti meravigli.

Come ..prendiamoci una pausa ? ma da quando ?

Ma se fino a ieri sera stavate programmando la vacanza di agosto a Riccione? la grigliata con gli amici di domenica ? La serata per festeggiare l’anniversario ?

Ma cosa vuol dire poi ?

La guardi, con dipinto sul viso un misto di incredulità e sconcerto. Ancora non te ne capaciti. Questo è il fulmine a ciel sereno di cui si parla tanto. E tu l’hai preso in pieno.

E ti maledici. Per aver ignorato il tuo radar, che aveva dato qualche segnale, ma che da buon “maschio comune” quale sei, hai ignorato.

Hai rimosso, accantonato. Idiota ! Mai sottovalutare i segnali d’allarme!

La donna non lo fa mai.  MAI ! Lei sa che il sonar che scandaglia il fondale mandando avvertimenti sul monitor va ascoltato! Sempre ! La donna ha le antenne sempre in allerta.

E la vedi che si è preparata con il vestito da Marry Poppins e cerca di addolcire la pillola. Perché ti conosce, e sa come sono fatti gli uomini.  

Hanno bisogno di sentirsi rassicurati, cullati. Presi per mano. E sa, lei, che la miglior tattica è l’attacco e non bisogna dar loro nessun tempo di reazione.

Mai. Sfiancarli, sfinirli.

Il tono della voce è basso, calmo. Pesa le parole come se le cercasse, mentre in realtà è come se leggesse il discorso del Re, studiato nei minimi dettagli, davanti a una platea. Lo sa a memoria. L’ha ripetuto almeno un centinaio di volte negli ultimi giorni. Forse già da qualche settimana. Ha fatto le prove prima della “prima”. Niente va lasciato al caso.

E parte il classico repertorio:

“Tu non hai nulla da rimproverarti. Sono io. Ho bisogno di spazio, mi serve tempo per ricentrare le mie priorità. E’ già da tempo che ci penso. Ho tenuto duro fino ad ora, ma adesso ho proprio bisogno di allontanarmi per un po’. Ma davvero, tu sei fantastico, e bla bla bla. Lasciami un po’ di tempo, poi vediamo…

Poi vediamo ???

Ma vediamo che? Che devi vedere di preciso? Si chiede lui.

E tu, il maschio comune, ti ritrovi seduto, anzi accasciato, al tavolo, bianco come un cencio, che la guardi. Muto come un pesce bollito.

Mentre lei continua a parlare in tono mesto, dispiaciuto, con misurato cordoglio.   

Una pausa…prendiamoci una pausa. Te lo ripete. Come una nenia. Una ninna nanna.

Una pausa. La guardi e accenni a un flebile “ma per quanto tempo ?”.

La peggio domanda che potevi farle. Perché ovviamente lei ha già pronta la risposta.

“Non so, guarda… non facciamo previsioni. Magari pochi giorni. Magari un po’ di più”.

In concreto la versione corretta è: per sempre!  FOREVER !  Für immer !

Lui si aggrappa come un edera a questi “due giorni”, mentre lei ha già preparato le valigie e chiamato il traslocatore.

Ha già preso in affitto un monolocale delizioso, classica tana da donna single, dall’altra parte della città, e con una tempistica di una precisione assoluta, firmato il contratto di locazione per una durata di un anno. Che parte da..oggi. Che, combinazione, è il primo del mese.

E senti in sottofondo un “non preoccuparti, ci vediamo, passo di qui per vedere come stai, è temporanea questa situazione, vedrai che risolviamo..”

Si tiene il doppio delle chiavi di casa che non è più la vostra, ma da qualche minuto a questa parte, è diventata solo la tua.

Ovvio, tornerà. Non è un addio definitivo. Solo una pausa. Passerà, a vedere come stai, dice. Magari per riprovarci, dopo questa parentesi.

In realtà passerà, certo. Ma non per riprovarci.

Tornerà, quando non ci sei. Sicura di non trovarti.

Per prendersi le cose che non riesce a portar via oggi. Perché col cavolo che ti lascia il tappeto persiano e la collezione di tazzine pregiate che avete raccolto durante i vostri viaggi.

E poi c’è anche quel bel vaso di ceramica, trovato in un mercatino, che avete fatto stimare, tempo fa, e scoperto che vale una fortuna…

E mentre tu ancora non ti capaciti di questa “pausa”, e cerchi di elaborare la notizia, sedimentarla, seduto sulla poltrona, con la bombola dell’ossigeno di fianco e la mascherina che alterni per il respiro, lei ha già arredato il suo nido, organizzato il festone per l’inaugurazione della nuova casa con le amiche per il prossimo sabato sera, e cambiato il numero del cellulare.

Versione 2 –

Prendiamoci una pausa, dice lei.

E tu, che ti sei appena accomodato a guardare la partita valida per lo scudetto che danno in diretta, la guardi con dipinto sul viso un punto interrogativo e pensi: “ma come nà pausa che non è nemmeno finito il primo tempo?”

Da noi – continua lei – da questo rapporto che mi sta soffocando. Non ho più motivazione, mi sento svuotata, ho bisogno di spazio…bla bla bla…non è colpa tua, non è colpa di nessuno. Capita. E’ capitato a noi….

Sei seduto sul divano, con il telecomando in mano. La vedi che parla a raffica, come solo le donne sono capaci di fare, vedi la bocca muoversi ma non senti il suono.

Sembri attento, concentrato sul significato delle parole che ti sta vomitando addosso, ma in realtà sbirci lo schermo per vedere a che punto sono. Mancano ancora una decina di minuti all’intervallo.

Dio quanto parlano le donne! Ti stordiscono. La lasci finire, nel suo monologo.

La guardi e ti esce un: “Oh, già che sei in piedi, mi prendi una birra dal frigo?”

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Era Dante.

Eccolo li. Piccolo come un fagiolo. Un pisello.

Lo vedeva sullo schermo mentre faceva l ‘ecografia.

Lo sapeva già ovviamente. Non era una cosa inaspettata. Aveva già fatto un test a casa e questa era solo un ulteriore conferma.

Dante, si disse. Se fosse stata femmina invece, non ne aveva idea.

Non ne avevano mai parlato seriamente. Solo per “ridere”.

Se.

Lui aveva abbozzato a un Caronte, come nome maschile. Ma dai!

Ovviamente era per ridere. Un “pour parler”.

Non avrebbe mai messo il nome del traghettatore di anime ad un bambino. A nessuno in verità. Forse a un cane poteva starci bene… “vieni qui, Caronte…”

A lei piacevano i nomi corti. Forti. Di un certo spessore ma poco comuni. O di quelli che portavano con se una storia. E Dante era un bel nome, per lei che amava scrivere.

Finita la visita, prese un altro appuntamento. Non nello studio medico, ma direttamente in ospedale. A breve, disse alla signorina. Non poteva permettersi lunghe attese, in questo caso.

Non avrebbe pianto. Non avrebbe detto niente. A nessuno.

Si accarezzò il ventre. Stupidamente si permise di sognare un secondo.

Ma non era tempo. Lei con le tempistiche ne usciva sempre perdente. Non ci azzeccava mai.  Era sempre stato così con lui. Troppo tardi, troppo presto. Non è il momento, il treno è passato e bla bla bla.

Per quel giorno prese congedo dal lavoro.

Per ragioni famigliari, disse al suo capo. Lui non fece storie ne domande. Anche se lei era già pronta a giustificare l’assenza con una balla. Meglio così. Meno diceva, meno era reale.

Era un venerdì e avrebbe poi avuto anche il week end per riprendersi.

Si presentò quella mattina alla reception del ospedale. Diede il suo nome e la signorina che le disse il piano e il numero della camera che le era stata assegnata.

Camera singola. Non voleva compagnia. Non voleva nessuno.

Aveva portato solamente un pigiama, dentifricio e spazzolino. Non serviva altro. Il soggiorno sarebbe stato breve. Brevissimo. Non era certo una vacanza. Gli avevano spiegato che sarebbe stato veloce e indolore.

Bastava una pastiglia e un paio d’ore di degenza, se tutto fosse andato come doveva. E tutto doveva andare come doveva!

Non c’erano alternative. Non si fanno prigionieri in certe battaglie.

Dopo una breve visita di controllo, un dottorino alle prime armi gli aveva dato una pillolina bianca e un bicchier d’acqua.

Disse che sarebbe passato dopo aver ultimato il giro delle visite – tra qualche ora – per vedere come “evolveva” la situazione.

Sarò qui, disse lei, accennando ad un sorriso un po’ forzato, e pensando che “evolvere” era un brutto verbo da usare in quel momento.

Restò sola, nella stanza bianca. Accese la televisione per non pensare. Anche se erano le 10 di mattina, qualsiasi programma andava bene. Non voleva il silenzio.

Dopo poco un infermiera passò per prenderle la temperatura e vedere se serviva qualcosa.

Voleva solo tornare a casa. Voleva cancellare quella giornata. Chiudere quella parentesi. Sarebbe stata una di quelle storie che non si raccontano mai. Un segreto, e tale sarebbe rimasto. Inconfessabile.

Dante però è un bel nome per un maschio. Per una femmina.. non ci aveva pensato.

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voglia di…

Di gelato

Di fragole.

Di gelato alle fragole.

Che ti viene improvvisamente, e non sai nemmeno tu come mai.

Di solito la domenica sera. Quando tutto è chiuso e non hai nessuna possibilità di trovarlo. Manco a ordinarlo su internet.

Non puoi neanche bussare alla vicina e chiedere “ scusa, hai mica un cestinello di fragole da prestarmi, che son rimasta senza ? Poi te le ricompro”

E più non ci sono speranze, più la voglia aumenta. Più ci pensi, più senti lo stomaco che ti schiaffeggia sulla guancia destra, il guanto di sfida, e chiede soddisfazione. Chiede di placare la voglia.

Non sei nemmeno incinta – e su questa certezza non ci stai neanche a riflettere tanto – da poter giustificare cotanta bramosia.

Che poi, Dio solo sa perché le fragole. Che non è neanche stagione.

E’ più tempo di fichi, cachi, castagne.

Ma no, niente di fare. Hai in testa le fragole e non c’è verso.

Spalanchi la porta del congelatore e ti ci tuffi dentro per vedere se, per un miracoloso caso, se per una sfacciata fortuna, ti è rimasto un barattolino di gelato, nascosto tra il pane e l’arrosto di vitello, residuo dell’estate.

Macché.

Cerchi di consolarti con uno yogurt. Magro lo yogurt e magra pure la consolazione.

Ti orienti verso una banana, che però non dà la gratificazione prevista – già lo sapevi – ma la mangi ugualmente.

E le fragole sono ancora lì. In testa, che pulsano, bussano con insistenza. In tutte le versioni possibili. Con la panna, marinate con un goccio di vino o di succo di limone. O meglio ancora con tutti e due. Ma anche “nature” con una spolverata di zucchero a velo.

O vogliamo immaginarcele sopra una bella crostata con la crema? Ne senti il profumo, il gusto. E ti vedi, seduta al tavolo, con l’Igino Massari che non si risparmia e te ne taglia una generosa fetta.

Provi a distrarti dalla voglia. Ti prepari una fetta di pane e burro, anzi due, e per placare la “sete” ci spargi sopra un abbondante pioggia di zucchero.

Come la merenda che ti preparava tua nonna, quando rientravi da scuola. Che tempo zero ingurgitavi come se non ci fosse stato un domani.

Praticamente le sbrani, ste due fette, e sei tentata di preparartene una terza.

L’espediente di obliare alla brama atavica però non funziona.

Tenti di fare un analisi accurata sul perché di questa voglia assurda. Ti scavi nel profondo, un introspezione del tuo “io” che riesca a determinare la causa scatenante.

Cerchi una mancanza da compensare. Questo vuoto che devi assolutamente colmare.

Una possibile ragione che abbia provocato, dando il “là , a questo meccanismo di scompenso.

Per far sì che la “seduta” sia più efficace, ti sdrai sul divano come se fossi nello studio di Freud, e ti rivolti come un calzino, tra te e te.

Pensi a un qualche tipo di trauma, magari infantile, di quelli che ti segnano la vita.  Come se, da tutto questo, dipendesse il tuo essere.

Mentre ti fai questa psicoanalisi – che sai essere spiccia – ti alzi dal divano e torni in cucina, spalanchi l’anta della dispensa e afferri una scatola di ananas sciroppate.

Te la rigiri tra le mani, combattuta. Senza nemmeno renderti conto hai in mano l’apri scatole, che usi per tagliare il bordo di alluminio, e versi il contenuto in una ciotola.

Sarà mica troppo una scatoletta intera? mah.. l’anans in fondo brucia i grassi. Dicono.

E mentre mastichi il frutto ti chiedi perché non fanno anche le fragole, in scatola. Ti rispondi da sola. Farebbero schifo.

Con ancora la bocca piena di ananas, prendi carta e penna e butti giù la lista della spesa.

Fragole – gelato

Yogurt

Burro

Pane

Zucchero

Ananas sciroppate.

Che per la voglia di due fragole, hai saccheggiato il frigo, svuotato la dispensa e sicuramente hai preso almeno 1 kg.

Merda !

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shhh…

Un segreto è un segreto.

Non lo si dice a nessuno. 

C’è quel famoso detto che recita: due persone possono tenere un segreto, SOLO se una di loro è morta. E’ così che si dice. E’ cosi che funziona.

E allora tenetevi ben stretto il vostro.

Negare, negare, sempre negare. Nemmeno sotto tortura, nemmeno per la più nobile delle lusinghe va svelato. MAI.

Tutti abbiamo i nostri segreti. Se siete bravi, sono solo vostri.

Se invece vi lasciate tentare dal pettegolezzo, dal rumor, la confidenza diventa un indiscrezione che si propagherà a macchia d’olio. E voi sarete citati come “la  fonte” che non è più tanto anonima.

E sarete tacciati come quelli a cui non si può dir nulla. Inaffidabili.

Dunque, serbate il vostro segreto, custodito .

Io sono custode. Ho le chiavi. La combinazione, il codice.

Eppure so di gente che neanche dietro compenso riesce a tenerne uno. Nulla da fare, è più forte di loro.

Per un attimo di gloria, sputtanano il mondo. Il famoso “per un secondo di celebrità”, che alla fine, non paga mai.

Ci hanno costruito intorno una soap opera, miliardi di film hanno preso spunto, e c’è gente che è perennemente a caccia tanto da farne una professione.

Cacciatore di segreti. Cercatore d’oro.

Eppure, essere depositari di un segreto è un privilegio. Un onore.

E, nello stesso tempo, un peso. Un fardello che non hai chiesto di portare. E che, tuo malgrado, ti coinvolge.

Uno dono e una maledizione.

Involontariamente ti ritrovi incastrato in un ménage che magari non avresti mai voluto. E manco hai chiesto.

Guardiano di fatti e pensieri non tuoi. Che preclude qualsiasi altra partecipazione di attori o comparse.

Siete tu, il segreto e l’altro.

Non puoi nemmeno rifiutarti.

Perché quando si arriva al  “ti svelo un segreto”, ormai è tardi.

E’ una curiosità a cui tutti, ma proprio tutti, non riescono a sottrarsi. Non c’è verso di resistere. Come alle ciliegie.

Nessuno mai dirà “ no, guarda… lascia perdere”

Tutti vogliono sapere, tutti vogliono sentire.

E poi ti si frega con il “non dirlo a nessuno”.

E qui viene il bello. Il difficile anzi. Mantenere. Serbare. Divieto assoluto di divulgazione.

Quindi, secondo me, hai due possibilità.

La prima – sei talmente ligio, affidabile e politicamente corretto che mai nessuno, e dico NESSUNO,  sarà in grado di estorcerti il “bottino”.

La seconda –  due persone possono mantenere un segreto, solo se una delle due è morta.

A voi la scelta.

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A te, che passi..

Che passi sotto casa mia tutte le mattine. Verso le 05.30.. 05.45 al più tardi.

Ti sento, che arrivi, già da lontano. Puntuale, come solo gli orologi svizzeri sanno essere.

Passi, sulla tua bella moto, presumibilmente nuova e di una certa potenza. E ti ascolto fino in fondo alla strada e oltre.

Ti immagino che giri sfoggiando il “ferro”, con la pezza di daino nel taschino, pronta a cancellare ogni ipotetica macchia, l’alone di una goccia d’acqua, un possibile granello di terra.

Che ti disturba come fosse un onta, ti urta.

Il casco all’ultimo grido, rigorosamente omologato, lucente e in tinta con il serbatoio. L’occhiale trendy.

Con la tua giacca di pelle nera, con l’imbottitura sui gomiti, che odora di nuovo come la moto. I guanti. E il portachiavi che ti ha regalato la tua ragazza, con la sua foto in miniatura e la scritta “vai piano, pensa a me”. Non ti piace e la trovi un’orribile “pacchianata” ma, gioco-forza ti tocca, per mantenere il quieto vivere.

A te, che ogni volta che dai una gasata è come se avessi un orgasmo.

E che mentre passi, per la mia via, sotto casa, programmi la gita con i soci da fare la prossima domenica, che ha dato bello.

Si parte la mattina, non prestissimo che almeno si dorme un po’. Si fa quel passo, che è da tanto che lo state organizzando. Ritrovo dal benzinaio per il pieno, dopo il confine, che in Svizzera la benza costa meno.

Solo uomini. Che le donne, da portare dietro sono un impiccio e dopo un pò si lamentano di aver male al culo e cominciano a spaccare i maroni… No, solo maschi.  Da veri duri.

E sarà come fare una sfilata. Una parata. Tutti in fila, ognuno con il suo mezzo, tronfi e consci di dare spettacolo per le strade.

Pregusti già la birra in cima al passo. Seduto fuori, sulla terrazza, con il viso rivolto al sole.

E quel gesto di saluto e rispetto, che si fa con la mano, appena accennato, a tutti i motociclisti – ma solo quelli con una moto da una certa cilindrata in su – che passano in contromano.

A te, che passi alle 05.30 sotto casa, e che ormai è come se avessimo un appuntamento fisso, quotidiano. Ti aspetto, in trepida attesa. Con l’orecchio teso e in allerta. E se non passi, se non ti sento, quasi quasi mi preoccupo.

Ecco, proprio a te, volevo dire un paio cose.

Non ci conosciamo ma mi permetto una confidenza. Anzi due.

La prima è che, malgrado siamo in periodo di pandemia, con tutti i cambiamenti che ne conseguono, lo stravolgimento sociale a cui siamo ahimè confrontati, ecco, volevo renderti attento sul fatto che, malgrado tutto, i limiti di velocità stradali non sono cambiati.

No. Sono sempre quelli. E se non te ne fossi accorto, la strada che fai, sotto casa mia, ogni giorno verso le 05.30…05.45, quella dove, dalla piazza, dopo due belle curve, ha un discreto rettilineo, invitante, e che prosegue di nuovo con una curva a destra e poi scende verso il paese successivo…

Ecco, quella strada ha ancora il limite di 30 km/h.

Non uno di più, in caso uno di meno.

La seconda cosa che volevo farti notare invece, è che, malgrado io sia un profano per quanto riguarda moto e motori, credo che tu debba portare il tuo mezzo a fare una revisione.

Fa un rumore strano, assordante.

Strano tu non te ne sia ancora accorto. Perché se ti sento io, dalla mia camera da letto, che arrivi dal paese e, passandomi davanti, prosegui fino in fondo alla via e oltre, dicevo, strano che tu non te ne sia ancora accorto.

Credo sia la marmitta. Non ci scommetto ma al 90% è quella.

Sperando di aver fatto cosa gradita…A domani, stessa ora, stessa strada.

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uno…due….tre…

Appoggia il braccio contro il muro. Appoggia la testa sopra il braccio.

Chiudi gli occhi e comincia a contare. Uno…due…

Lentamente, e tieni chiusi gli occhi.

Non barare! Altrimenti il gioco non vale !

Io mi nascondo, ma ti sento. Che sei arrivato a ventidue, ventitrè …

Mi nascondo bene, trattengo il respiro quando urli “Quarantaaa , ARRIVOOO !”

E adesso vieni a cercarmi. Sotto un sasso che si scalda al sole, vicino al fiume. O sopra un albero, che guardo il cielo imbronciato di nuvole.

Forse sono in un quadro. Scomposto, pasticciato. Di tanti colori, a volte. Ma spesso nero.

Sono in fila alla cassa, in cima alla montagna e dentro un bicchiere di vino. Rosso.

Sono il 3 orizzontale delle parole crociate che fai la domenica mattina, mentre bevi il caffè.

Nella scia di profumo di uno sconosciuto, che ti passa accanto, che per caso ti urta e ti chiede scusa, continuando il suo andare veloce. Si, perché uso un profumo da uomo, io.

Nella penna che usi per scrivere la lista della spesa. A volte matita, a volte biro.

Mi trovi seduta nella sala d’aspetto del dentista. Che ti tengo la mano per scacciare la paura. Che poi è solo un controllo. Stai tranquillo.

Sono nelle stringhe delle scarpe, che allacci per andare al lavoro, e nel vento che ti scompiglia i capelli e preannuncia acqua.

Sono il cuscino che hai sul divano, che usi per appoggiare la testa mentre guardi un film. E un granello di sabbia, un filo d’erba, una briciola di pane.

Il latte che metti in frigo, la neve che scende. Sono la bambina che ride e il vecchio che fuma la pipa seduto sulla panchina.

Che guarda il cantiere in costruzione e gli operai che lavorano. E fa “no” con la testa. Non si gettava cosi, ai suoi tempi.

Guarda bene, sono dietro l’angolo.

Cercami. Nella pozzanghera d’acqua, che ci salti sopra a piè pari e fai schizzare tutto, come quando eri bambino.

Sono lì, nel riflesso dello specchio in bagno, quando ti radi. Negli occhiali da vista, che usi per leggere e che forse dovrai cambiare, perché ultimamente ti accorgi che sei peggiorato, ma per ora te li fai andar bene.

Prova a vedere se sono nella goccia d’acqua che scende dal miscelatore in cucina, che perde, e che prima o poi dovrai chiamare l’idraulico per farlo riparare.

Nel codice che sblocca il telefono.  

Cercami. Non correre. Non c`è fretta. Da qui non mi muovo. Mi sono messa comoda e ti aspetto. Ma non farmi attendere troppo.

Poi tocca a me contare.

Ma io ti trovo subito. So benissimo dove sei.

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L..otto

Ho giocato.

Di quel gioco che devi azzeccare 6 numeri su 42.

Con anche l’aggiunta del numero “jocker”.

Ora non mi resta che aspettare l’estrazione. In trepidante attesa.

Non sono una persona che gioca regolarmente. Non sono neanche una di quelle che gioca i “numeri” fortunati. Nessuna data di nascita, anniversari, numeri scaramantici. Naaaa. Io sono impulsiva. Mi butto.

Quando mi va, compero una schedina e segno i numeri senza nemmeno pensarci troppo.

A caso. A random.

Subito dopo aver fatto la giocata però, parte il sogno. Anzi, i sogni ! A tratti mi sovvengo che tra poco, FORSE, la sorte si ricorderà dei miei numeri. Sei piccoli e insignificanti numeri che hanno il potere di cambiare una vita.

E se…

Se vinco, compero una casa. No, non una. Due. Forse tre.

No, non una casa. Un castello. Con giardino. Macchè giardino, parco.

E poi..beh, se oggi la frase principe è “mi piace, ma in realtà non è necessario” poi la stessa  sarà “mi piace, la compro !”

I soldi, se ci sono, vanno usati.

Il giorno dell’estrazione l’adrenalina sale. Una leggera sudorazione mi accompagna fin dal primo mattino. Cerco di distrarmi ma spesso mi ritrovo in uno stato di trance.

Chiudo gli occhi un istante e parte il flash. Mi ritrovo sulla spiaggia e respiro aria di salsedine. Il profumo di menta del mio Mojito, appoggiato sul tavolino di fianco alla mia sdraio, sento l’odore di cocco della crema solare, che mi hanno appena spalmato, dopo il massaggio rilassante al olio di jojoba.

Il sole che mi abbronza senza la classica scottatura, la brezza che mi scompiglia i capelli e un materassino che mi attende a “bordo” mare. Acqua rigorosamente limpida e poco salata, che il sale secca la pelle.

E il profumo di fritto misto che mi stuzzica l’appetito con un buon bicchiere di vino bianco ghiacciato.

Due secondi dopo sono in un campo di margherite, con salici piangenti che in barba al nome, sorridono. E uccellini che cinguettano allegri ma senza disturbare troppo. Al giusto volume.

Sono in mezzo al prato verde e fiorito, su una coperta, ad oziare in compagnia di un buon libro. Sotto un gazebo di tulle bianco che mi ripara. Cuscini che mi circondano.

Mi godo il tramonto tra le montagne in compagnia di candele che risplendono di luce calda, una buona tazza di thè che ho fatto arrivare espressamente dalla Cina. Una miscela rara e preziosa che si accompagna magnificamente con la crostata di ciliegie nere appena sfornata.

Appena uscita dal “campo”, sono seduta su una di quelle poltrone alte, con il poggia-piedi, con il mio completo da casa di Yves Saint Laurent, una coperta calda di pelliccia, davanti al camino acceso. E un buon bicchiere di scotch che mi scalda la gola. Che chiacchiero amabilmente con qualcuno. In sottofondo l’ultimo disco, rigorosamente in vinile, di Bruce Springsteen. E fuori dalla finestra vedo la neve scendere, di quella con i fiocchi grandi, spessi, che tempo zero ha già ricoperto tutto. E speriamo di restare bloccati per un bel po.

Zitti, zitti,…Ecco che danno i numeri. Sono pronta. Tra poco conoscerò il mio destino.

Che bello, sognare ad occhi aperti. Dalla mia scrivania, il lunedì mattina, con la solita tazza di caffè !!

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specchio delle mie brame…

Ho rotto uno specchio.

Di quelli grandi, che ti ci vedi in tutta la tua figura. Di quelli che prima di uscire ci fai sempre un giro davanti, per vedere se tutto è “accettabile”.

E’ appoggiato al muro della camera. Lo specchio è attaccato, avvitato, ad un pannello di legno che serve da supporto. In un impeto di creatività ho deciso che era ora di rifargli la cornice.

Aiutata dall’amica R. l’abbiamo posato in tutta la sua interezza sul tavolo da pranzo. Pesa. Cazzo se pesa.

Da sola non ce l’avrei fatta. ( grazie R. !!)

Svito lo specchio dalla tavola di legno, lo tolgo, con non poca fatica.

Con degli scampoli di stoffa, ricopro il pannello di legno dove c’era avvitato lo specchio. Dai, mica male. Un tocco di colore.

Fisso la stoffa con delle puntine, e qualche chiodino.

Riposizioniamo lo specchio sopra e ricomincio ad avvitarlo. Una, due, tre viti..fatte. Sorrido per la mia idea geniale…

Arrivo alla quarta, spavalda. Troppo.

Avvito, avvito, avvito…. Spack !!

Tiro troppo la vite e lo specchio cede. Frantumato. Piccole schegge invadono lo spazio.

Resto ferma immobile a guardarlo. Nella testa mi passano immagini contrastanti.

Gatti neri, scale, la figura di un cazzo da toccare per una scaramantica salvaguardia della mia persona.

Alzo gli occhi al cielo.

Parte una raffica alternata  di “cazzo” e “merda”. Alternati. Ci scappa anche un “porca putt….”

Faccio una smorfia indescrivibile. Appoggio il cacciavite a stella sul tavolo, guardo R.

Ho bisogno di un attimo di pausa. Un momento di riflessione.  Una boccata d’aria.

Esco in terrazza.

E mo’?

Sento che lei se la ride di gusto.. e, confesso,  un po’ rido anch’io. Contagiata.

Rientro. Guardo il disastro. Nell’angolo, una parte di specchio è saltata.

Non mi perdo d’animo. Prendo la colla. Ci provo. Niente da fare. Non tiene.

Esco di nuovo. Altra boccata d’aria. Rientro. Intanto il cervello elenca numerose soluzioni possibili.

Non mi do per vinta. Prendo del nastro isolante. Nero. Faccio una cornice con questo scotch a banda larga.

Riesco a tamponare questa disgrazia alla bell’ e meglio.

Rimettiamo lo specchio nella sua posizione originale.

Ora attendo la catastrofe che sento si abbatterà su di me, a breve.

Il corvo nero, appoggiato sulla mia spalla destra, se la ride di gusto.

Non so se mettermi in tasca un peperoncino. Uno? facciamo un grappolo, una collana a doppio giro.

Oppure optare per il sacco da 10 kg di sale e buttarlo – a momenti alterni – dietro le spalle.

Prendo in considerazione anche la variante del salto in chiesa per fare un pediluvio nell’acquasantiera, previo appuntamento con la perpetua, compatibilmente con gli impegni in agenda del Don.

Al momento ci sono diverse opzioni aperte e le sto valutando.

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Notte in città

In passato ha frequentato spesso una grande città. Per lo più durante i week end.

Partiva il venerdì sera e rientrava la domenica. Un paio di giorni bastavano per cambiare l’orizzonte e procurarle un senso di evasione. Serviva per ricaricare le batterie.

All’inizio le piaceva. Era una scoperta di luoghi e piccoli angolini, pittoreschi, persi nelle viuzze.

Di ristorantini tipici, di negozi. Di strade pedonali dove puoi tranquillamente camminare in mezzo alla gente, indisturbata. C’è il lago e i dintorni, d’estate, si animano di saltimbanchi e bancarelle che ti vendono cianfrusaglie.

Aveva assistito ad un evento che aveva ribaltato la sua visione della città.

Una sera era uscita, crede per andare a cena. Non ricorda.

Ha preso il tram. Perché è più comodo, pratico, e non ha il fastidio di cercare un posteggio in centro, che è sempre un’impresa titanica. E le grandi città sono ben servite dai mezzi pubblici. Peccato non usufruirne. E sono economici. Dettaglio non trascurabile.

Seduta al suo posto, guarda fuori dal finestrino, scende il buio e la città comincia a brillare di luci. La gente che passeggia. Non fa neanche troppo freddo.

Ad una fermata, non la sua, nota un tipo seduto per terra. All’imbocco di una piccola via che non è tanto illuminata.

Mal vestito. Trasandato. Difficile dare un età, ma giovane. Un barbone, pensa. Ce ne sono, nelle grandi città. E’ praticamente inevitabile.

Lo vede che si tasta il collo con due dita, come fanno i medici per prenderti il battito cardiaco. Esce dalla tasca una siringa, appoggia l’ago vicino alle dita e si inietta una dose.

Resta impietrita. La scena la ipnotizza e la paralizza.

Trattiene a stento un conato di vomito.

Lo vede che si accascia. Gli occhi chiusi, perso in chissà che mondo. Se di mondo si può parlare.

Il tram riparte per la prossima destinazione. S’ impone dei lunghi respiri.

Ha la scena stampata in testa e non riesce a farla sparire.

Guarda i suoi compagni di viaggio, gli altri passeggeri, per vedere se hanno assistito anche loro alla sua stessa scena. Cerca tra di loro una reazione. Uno sguardo di comprensione o solidarietà.. o di qualsiasi cosa.

Sono tutti indaffarati a guardare il telefono, a parlare tra loro. Nessuno ha visto quello che ha visto lei ? possibile ?

Chiude gli occhi e la scena è ancora li.

Rivede quel ragazzo con la siringa in mano, incurante di tutta la vita che ha intorno. Che in un attimo passa da questo mondo ad un altro. Da questa vita a una “non vita”. Che sparisce.

Le viene un brivido, un senso di malessere e tristezza che cala sulla serata.

Non sopporta le siringhe. Non quelle che servono per salvarti la vita, ma te la tolgono.

 E’ tornata ancora in questa città. Ma gli occhi ora la vedono diversa. Non vede più le belle viuzze. Non riesce più a scoprire nuovi angoli. Si tiene lontana da stradine poco illuminate.

Si chiede spesso che ne è stato di quel ragazzo, che per qualche ragione irragionevole non è riuscito a trovare un motivo per alzarsi da quel pezzo di strada buia, che ha detto di no ad una vita magari miserabile.

Ma pur sempre vita.

Chissà se ha trovato pace, nella sua prigione.

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Ortioca

Nonu

Avevo già scritto di una nonna. Ma non la mia. Esseri preziosi, dolci e insostituibili. Che lasciano ricordi e un sapore di nostalgia quando non ci sono più. Quando ti sovvieni di momenti passati.

Si chiamava Pietro.

Ultimo di 9 fratelli e sorelle, era nato nel 1913. Aveva sentito l’eco della 1° guerra mondiale e visto un po’ più da vicino la 2°.

Cresciuto tra galline e patate aveva fatto fino alla 5° elementare. Poi si era infilato nella fornace del paese e da semplice vasaio ne era diventato il proprietario.

Mi ricordo quando, da piccola, andavo a trovarlo nel suo regno. Mi faceva sedere sulle sue ginocchia, e con una gamba girava il tornio. Metteva un blocco di terracotta sul “piatto” e io ci pasticciavo, per la mia e la sua gioia.

Facevo vasi improponibili, che lui poi cuoceva nel grande forno, insieme a suoi e a mille tegole per i tetti e centinaia di piastrelle per i pavimenti. Erano ricercate le sue opere.

Non c’era casa in paese che non avesse un qualcosa di suo.

Ci passavo le ore in quella fornace. Giocavo al negozio, con tutti quei vasi e vasetti, e quando apriva la porta del forno mi mettevo vicino a lui e mi scaldavo con il calore che ne usciva.

Guardavo i suoi operai, che plasmavano quella terra scura con un abilità che mi ha sempre incantato.

Dal nulla compariva un cavallo, una madonna, un otre. Sempre una sorpresa. Sempre una magia.

Ho voluto bene anche agli altri, ma lui è sempre stato il mio preferito. E io sono sempre stata la sua preferita.

Era mio nonno.

Ci ho passato la mia infanzia. Nel suo giardino a giocare con una bambina che abitava lì vicino. A nascondermi sotto il tavolo per non farmi trovare quando rientrava per il pranzo.

Gli pizzicavo le gambe e il copione era sempre uguale “ ma?? … c’è un topolino qui sotto ??” e io che gridavo “ Noooonnnooooo……ma sono ioooooo !!”.

E lui fingeva sorpresa. Tutti i giorni. Tutti i pranzi.

Era bello, mio nonno. Alto, con quella chioma che gli ho sempre visto bianca e che per gioco, gli pettinavo. E lui si lasciava fare.

Gli piaceva il bollito, pranzo rigorosamente delle feste. Andava a messa tutte le domeniche e mi portava con lui. Giocavo con la cera delle candele durante la funzione, cosi stavo tranquilla.

Sono poi cresciuta, ma siamo sempre stati “io e lui”.

Era cacciatore. Lepri. (Per i meno esperti la caccia si divide in “pelo” e piuma”)

Mi ha portato con lui una volta. Sveglia di buon mattino, e poi ore e ore di cammino. In silenzio. Con il cane a fianco.

L’abbiamo presa. E’ stato uno spettacolo.

E gli ho visto una soddisfazione in viso che ancora oggi, se ci ripenso, mi commuove. Non credo fosse tanto per la preda, ma per aver condiviso il momento con me.

E’ stato speciale mio nonno. Ha tenuto duro fino a 87 anni. Ha fatto in tempo a diventare bis e a godersi la sua unica pro-nipote per qualche anno.

Lo ricordo con celata nostalgia. Per tutto il bene che mi ha voluto, per tutto il bene che gli ho voluto io.

Di tutti i suoi nipoti, io ero io. Lui era lui.

Ero il suo “ranzai”. E una foto di me piccolina, fatta sulla sua terrazza un giorno d’estate, ha voluto portarla con se durante il suo ultimo viaggio.

Grazie.

Nonno Pierin. Questa è per te.

io canto…

Sono una di quelle persone che, in auto, canta.

Si, mi piace cantare. Non sotto la doccia, ma in auto, non so perché è come se mi facessi compagnia, io e me stessa. Ce la cantiamo tra di noi.

In realtà non mi faccio scrupoli nemmeno se c’è qualcuno a bordo con me! ( ok un pochino si..)

Non canto bene, probabilmente sono anche stonata, ma chissenefregaaaa…

Canto come se fossi a un concerto dei Depeche Mode allo stadio San Siro di Milano.

Ovvero.. a squarciagola.

Se poi c’è la canzone del momento, che mi piace particolarmente –  (e in questo periodo va molto “Memories – Maroon 5” imparata interamente a memoria !!! volete sentirla per caso ??

Here’s to the ones that we got
Cheers to the wish you were here, but you’re not
‘Cause the drinks bring back all the memories
Of everything we’ve been through
Toast to the ones here today
Toast to the ones that we lost on the way
‘Cause the drinks bring back all the memories
And the memories bring back, memories bring back you

dai, è una favola sta canzone…(siete autorizzati ad andare su google e guardare la traduzione, poi mi dite )

Ecco, dicevo se è la canzone “hit” alzo il volume come se fossi in discoteca, mi dimeno con le spalle, tengo il ritmo con la mano alzata (una è sul volante..) e muovo la testa dondolandola di qua e di là.
E per quelli che mi incrociano per strada, state tranquilli, non sto inveendo contro di voi…sto solo cantando !

Ma.

Se la canzone è in lingua madre, nessun problema. Si gioca in casa.

Se invece si varia su lingua straniera, beh… per un po’ ci sto dietro poi si va di “orecchio”.

Ovvero, INVENTO! Che sembra io abbia frequentato Oxford, Cambridge,… azzardo anche un Harvard.

In realtà trasformo il “ I’m alone” in “Ai melon”…Oppure posso vantare un “  We just don’t care“  cantato in “ uè jus Don Car”

Le uniche che mi salvano sono quelle di Natale. Jingle bells, e Merry Christmas… non le sbaglia nessuno! Anche se ho sentito un paio di volte un “ai lisciu la meri crisma” ma non ero io ….lo  giuro !

E ora, a grande richiesta, la canzone per eccellenza, la colonna sonora del “gruppo vergini” che non può mancare per nessuna ragione. Il Song che scandisce ogni festa, ogni Sagra dell’uva, ogni karaoke su questa terra. La canzone che io e le mie amicone non ci risparmiamo mai … E che quando una del gruppo la sente alla radio, la registra e la manda in chat a tutte le altre.

Signore e Signori….

Che resta di un sogno erotico se
Al risveglio è diventato un poema?
Se a mani vuote di te
Non so più fare
Come se non fosse amore
Se per errore
Chiudo gli occhi e penso a te

SEEEEEEEEEEEEE per innamorarmi ancorAAAAAAAAAAAAA
TorneraAAAAAIIIIIiii, maledetta primaveraAAAAAAAAAAA
Che imbroglio SEEEEEEEEEEEEEEE
Per innamorarmi basta un’ora?
Che fretta c’era
Maledetta primavera?
Che fretta c’era
Se fa male solo a me?

Dedicata con tanto affetto alle “ragazze” del gruppo “tanto per ridere”.

Ortioca

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ad ognuno la sua croce…

A Mendrisio, le processioni organizzate per il Giovedì e Venerdì Santo sono entrate di diritto nel patrimonio dell’UNESCO.

Grande orgoglio per la cittadina e per il Cantone tutto, che si è davvero impegnato per raggiungere questo traguardo di tutto rispetto.

Per una piccola cittadina, questo appuntamento rappresenta un fiore all’occhiello, di quelli da tirar fuori nelle occasioni buone. Come il vestito della festa.

Sono un vanto. Lo sono sempre state, quest’anno ancora di più proprio per la benedizione dell’UNESCO.

Luminari antichi e costumi che si tramandano di generazione in generazione.

Un po’ teatro, un po’ religioso misticismo, attirano pubblico anche da molto lontano.

La serata del giovedì poi, è davvero speciale. Tutti questi figuranti con abiti storici, che attraversano il magnifico borgo interpretando i vari personaggi della religione cristiana, fanno davvero uno spettacolo.

Con la mia amica-gemella V. è da qualche anno che ci diciamo… una volta nella vita dobbiamo partecipare! Dai…facciamolo.. Come cittadine della grande Mendrisio, ma soprattutto come due che non perdono occasione per divertirsi e combinarne una qualcuna…

Questo evento attira curiosi e devoti che già a fine pomeriggio, inizio serata, prendono posto lungo tutte le vie dove passa la processione. Aspettano pazienti che il corteo sfili. E quando passa, tutti in rigoroso-religioso silenzio.

Ci sono uomini a cavallo, uomini con i tamburi che scandiscono il tempo, Giovanni, Giuda che tradisce, quelli che giocano ai dadi, i ladroni, le Marie.

Ovviamente i ruoli sono ambiti, c’è una certa selezione da rispettare e una lista d’attesa non indifferente.

 Nessuno sa chi interpreterà Gesù.  E’ il ruolo per eccellenza, la parte “inarrivabile”, anni e anni di “fila” per potersela aggiudicare.

Pare, e dico pare, che ci sia stata gente che per avere il personaggio, abbia sgomitato e non poco.

Dicevo che il ruolo resta segreto. Solo chi seleziona e pochi altri conoscono chi lo interpreterà. E’ una tradizione. Fino alla fine della processione, e a volte anche oltre, nessuno conosce chi è il prescelto.

A parte un anno, involontariamente proprio quello dove cadevano le elezioni Comunali di Mendrisio dove…Ooopppssss… il nome è accidentalmente sfuggito.  

Non pago, il personaggio in questione è finito davanti alla telecamera della televisione locale proprio un attimo prima dello svolgersi della sfilata…, ma proprio per caso…

Ad un certo punto si è perfino gridato “al miracolo”.

Si è creato un gran polverone intorno a questo fatto, una nuvola di color azzurro si è alzata sopra il Borgo. Anzi, per dirla giusta, il colore non era proprio azzurro… era più un “blu Uregiatt”.

Va beh, pettegolezzi a parte ci siamo iscritte, io e la mia amica V. e un’altra conoscente.

Domenica mattina ore 09.00 appuntamento per la selezione.

Di ruoli femminili non ce ne sono molti. Anzi, direi che si possono contare su una mano.  

Arriviamo puntuali. C’è già parecchia gente, e tanti bambini per i ruoli minori.

Entriamo nella sala dove vengono assegnate “le cariche”. L’addetto all’audizione ci guarda.

Segretamente ambisco a Maddalena… non perché io mi senta particolarmente “peccatrice” (che poi un pò lo siamo tutti neh )…ma mi piace l’idea…

“La più alta farà la Madonna, via smalto e gioielli, niente occhiali, capelli sciolti. Ci sarà un sorteggio perché siete 3 gruppi che si sono iscritti per il trio “Madonna-Veronica-Maddalena”, vi faremo sapere !!”.

AH.

Come….la più alta farà la Madonna ?… io che vanto ben un metro e ottanta ho pescato la pagliuzza corta ?

Poi le processioni sono state annullate. Dovevano essere proprio per questa  stasera. Prendiamolo come un segno divino.

Ortioca

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c’era una volta…

Raccontami una bella storia, mi dice. Una storia divertente. Non triste.

Ne vuoi una di quelle che comincia con il “c’era una volta?”

Si, una di quelle.

Cosi attacco.

C’era una volta. Ecco. Poi ? come la impattiamo ? variamo sul solito principe azzurro, cavallo, mantello, ricco e bello?

Ormai sto principe è sopravvalutato e annoia.

Oppure ci focalizziamo sulla strega, sempre cattiva, (porella) che alla fine viene punita, e il bene trionfa sul male? 

Anche qui si rischia la noia e la banalità.

Se la storia deve essere bella poi, il lieto fine s’impone. Ed è sempre quello per tutte le storie no? Lui che sposa lei, con già il castello arredato, il mutuo pagato,  il sole che splende, e un giardino che fa invidia a quello di Versailles. E vissero felici e contenti.

e bla bla bla…

Ma quando mai !??!

Perché non si racconta che, in realtà, lei passa il resto della sua vita di coppia a lavare, stirare e far da mangiare?

E magari oltre a questo, fa pure la commessa alla Migros e torna a casa la sera con il suono del “tut tut” degli articoli che ha passato, per otto ore, davanti allo scanner della cassa, ancora nelle orecchie.

E che quando apre la porta di casa, al suo rientro, dice “Amò..ce l’hai la carta Cumulus?”

E che se suo marito chiede “cara, dove sono i cerali?” lei risponde “nel comparto dei biscotti per la colazione, nello scaffale sopra le marmellate, in fondo al corridoio a destra. Se non li trovi, chiedi pure alla collega del reparto.

Perché non si dice che lui, dopo otto ore in ufficio a contare i soldi degli altri sognando che siano suoi, torna a casa, si toglie il completo grigio, butta camicia e calzini per terra nel bagno, si mette la tenuta da “telecomando-birra -rutto libero” e si stravacca sul divano?

 E giusto il tempo di due sorsi, della birra sopracitata, perché appena sente la chiave nella toppa (e ho detto TOPPA ! non fatevi illusioni sul binomio “chiave-topa” perché quella è un’altra storia, che si svolge solo il sabato sera, due volte al mese ! durata massima un oretta, compreso i preliminari) ecco, dicevo, appena sente che si apre la porta, scatta sull’attenti ! “Cara! Stavo giusto andando a portar fuori la spazzatura”

E poi c’è il prato da tagliare, portar l’erba al Eco centro, riordinare il garage, e riparare l’anta dell’armadio che cigola da 6 mesi, organizzare la grigliata di domenica che arrivano i suoceri ( e che palle…)

Insomma…. Io ci provo a raccontare una bella storia, di quelle che finiscono bene… ci provo con tutta la mia buona volontà.

Va beh..non ce la faccio proprio… vado di copia e incolla, che salva sempre

“C’era una volta, tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un re e la sua graziosa regina. Per molti anni essi avevano atteso un figlio, e finalmente il loro desiderio fu esaudito. Nacque una bambina che chiamarono Aurora, perché riempiva di sole la loro vita.  Per festeggiare la sua nascita, diedero una grande festa: su invito del re, cavalieri e dame, cittadini e contadini, tutti vestiti degli abiti migliori e portando doni, andarono a palazzo per vedere la neonata e farle gli auguri……”

(la bella addormentata….non ti svegliare !..dormi…dormi ! che non sai cosa ti aspetta al risveglio…)

Ortioca

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Rosso ciliegia

Vivo in pigiama.

Da circa 3 settimane. Lo alterno con la tuta da ginnastica.  Il mio guardaroba, in questo periodo, è al passo con i tempi.

Non vorrei creare invidia ma… pure Sarah Jessica Parker esce con il pigiama. E se l’ha sdoganato lei, nota ai più come Carrie Bradswhaw regina della moda di Sex and the City, chi sono io per smentirla ??

Mi alzo e comincio la giornata così:

Tazza di caffè rigorosamente con abbondante latte. Se mi và può essere che affetti un kiwi. Non sempre..

Passo in bagno, doccia. Lavo il muso, i denti. Deodorante sotto le ascelle.

Rimetto il pigiama. Una maglietta, e se ho un po’ freddo una felpa.

Di quelle che ci navighi dentro.

Ai piedi ho quelle pantofole “pelose”.  La mia amica R. mi ha detto che devo buttarle al più presto. Sono tutte “consumate”. Ha ragione, ma ormai mi ci sono affezionata e non sono ancora pronta al distacco.

(probabilmente non credo si riferisse al fatto che sono consumate, quanto più perché sono davvero inguardabili !! ) Le butterò. Promesso.

Se proprio proprio devo uscire, abbandono il pigiama e metto la tuta. Il resto rimane uguale. Tranne le scarpe. Rigorosamente da ginnastica.

I capelli non hanno più praticamente una forma.

Hanno vita propria… vanno dove vogliono. Dell’aspetto cromatico non ne parliamo. Possiamo vantare una cartella colori che va dal grigio topo alla pantegana del Tevere.

E il taglio ormai non è più un taglio. E’ qualcosa. Non lo si può definire. Tipo scopa di saggina, modello spaventapasseri di 4 stagioni fa.

Ho le mani secche. A furia di lavarle con acqua e sapone, si stanno ribellando.

E allora metto la crema. Di quelle belle spesse, che ti ungono, e ti ritrovi le mani “oliate” per una buona mezz’ora. E tu massaggi, massaggi, massaggi. Per far penetrare bene, la crema.

Invece ti ritrovi con questa sensazione di “impattaccamento” e quindi le rilavi. E si ricomincia…

Di notte sogno la mia estetista. La vedo che mi fa sdraiare sul lettino, che scalda la cera e me la stende sulle gambe. E poi con uno strappo mi fa tornare “spelata”.

Prima che iniziasse tutta questa merda, la mia amica D. mi ha fatto conoscere quei rossetti che non sbavano e non lasciano tracce. Waterproof si chiamano. Ne ho comperato uno. Rosso ciliegia. Bellissimo.

Mangi e bevi senza doverti preoccupare di lasciare impronte labiali. Puoi anche baciare, senza lasciare traccia alcuna del passaggio. Una figata.

Avevo cominciato a metterlo, ogni tanto. Per dare un tocco di colore. Abbandonato tristemente nella borsa dei trucchi. Insieme al mascara e al fard.

Poi sfoglio il giornale, guardo le ultime notizie alla televisione. Mi dico che ora non è tempo per queste cose.

Tornerà la stagione per essere di nuovo “femminili”. Di mettermi una bella gonna colorata. Di uscire a festeggiare. Di truccarmi con il mio rossetto, rosso ciliegia, e di baciare.

Per ora, vivo in pigiama.

Ma almeno vivo.

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Ortioca

come stai ?

Stai bene?

In questi ultimi giorni sembra essere la domanda principe.

Sembra una frase banale, spesso sottovalutata. Detta quasi senza pensarci, e la risposta non si ascolta, quasi mai.

Come se fosse scontata. Come un “ciao”.

Eppure ultimamente – stai bene? –  si dice con un altro sentimento.

Almeno, io.

Sento i familiari, le amiche e gli amici, i colleghi. Tutti rigorosamente tenuti a distanza.

Tutti incollati al telefono, al computer. Con la televisione sempre accesa per essere aggiornati sulle ultime novità.

Che più che novità, sono bollettini di guerra. Si contano i morti, che cadono come mosche.

Di questo o quello, famoso o sconosciuto, che è stato contagiato, che non ce l’ha fatta.

Rifletto, in questi giorni, e onestamente, non m’importa se il calciatore di serie A è stato toccato dal virus, se l’attore e sua moglie, anche loro.

Questo virus non guarda in faccia a nessuno. Vip o Nip. Se sei ricco, famoso, conosciuto. Se sei un “nessuno”, un barbone.

Sto giro non ci sono distinzioni di classe. Il conto in banca non fa la differenza. Nemmeno se sei vestito firmato, o se guidi una Lamborghini. E neanche se hai un cappotto della stagione scorsa, o i buchi ai calzini.

Sto giro, abbiamo tutti lo stesso paio di scarpe. Lo stesso pigiama.

Sto giro, tutti siamo tutti.

Con il termometro appeso al collo come una collana, sempre pronto al uso, al primo brividino di freddo.

E il fazzoletto in tasca, in caso di starnuto.

Ho fatto più bucati in questi giorni che negli ultimi due mesi. Quasi che il lavare potesse cancellare ogni pericolo di contagio. So che non è così.

Ma lavo lo stesso.

Mi capita di piangere in questi giorni. Ci sono momenti di sconforto.

Di lutto, che passi forzatamente in solitudine, perché gli assembramenti sono banditi.

Momenti in cui guardi fuori dalla finestra e niente è più uguale a prima anche se vedi gli stessi alberi, le stesse strade.

E pensi che quando sarà tutto finito, tutto passato, riprenderai il tuo quotidiano.

Ma non sarà così. Lo sai.

Nulla sarà più come prima. I rapporti cambieranno, sarai più timorosa nel porgere la mano per un saluto. Farai un passo indietro quando qualcuno vicino a te starnuterà.

E forse non berrai più dallo stesso bicchiere in cui ha bevuto un attimo prima tua madre.

Oggi, tutti siamo tutti.

Anche domani. Per chi ci sarà.

Ortioca

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non si ricorda…

Non si ricorda.

Vede che cerca di arrabattarsi come può, che accampa scuse. Che si corregge.

Mette il caffè sul fuoco e poi va a rifare il letto, dimenticandosene.

Stende il bucato e poi non si ricorda più come mai non trova la tovaglia, quella verde, per il tavolo rotondo, che in realtà è ancora giù, stesa, in lavanderia.

Le spiega diverse volte come mai sul suo conto corrente non vede arrivare la pensione del marito.  “Ecco, non mi hanno versato i soldi!”.

No, dice lei, lui ha un altro conto bancario e la pensione gli arriva li. “Nessuno ti ruba nulla”.

Sostiene con insistenza che quel ristorante, prima non era lì! Era poco più avanti! (Mai stato) e che non è vero che sua madre è morta nel 1975. (Sulla tomba, per contro, c’è quella data)

E perché non prendi quella strada che è più corta e si arriva prima?

Perché non si arriva prima, e abbiamo sempre fatto questa, di strada.

Spesso l’accompagna a fare la spesa. E’ capitato che uscisse senza l’elenco della cose da comprare (e ci stà, capita anche a me) o che nella lista delle cose da comprare fosse segnato due volte lo stesso articolo. Patate, pane, sale, patate…

Si dimentica di portare gli occhiali da vista, e a volte, anche il borsellino.

E lei, paziente, fà finta di nulla. Lascia correre. Pago io – le dice –  non ti preoccupare, me li dai poi quando siamo a casa.

E la vede che si stanca a camminare. Che le gambe non sono più agili come un tempo. Che si alza con fatica dalla sedia. Che dorme poco, malgrado un leggero sonnifero che prende, quando si ricorda.

E le scale sono diventate l’arrampicata al K2. O la discesa nell’inferno di Dante, con tutti i suoi gironi e i suoi canti.

E’ capitato che cadesse. Cosi, senza motivo. In casa. Dice che inciampa nel tappeto, che scivola sul parquet, che può succedere a tutti.

Si. Ma capita sempre a lei. 

Giocano a carte. A soldi, perché così c’è più impegno e uno scopo. Dieci centesimi per ogni carta che ti rimane in mano e cinquanta per il jolly. Vince sempre meno. E ultimamente quando le parla, non la sente.

Guida ancora, ma se può evitare è meglio. L’auto è grande, non si sente più sicura, e poi i posteggi sono sempre più piccoli e le strade sempre più strette. E meno guida, meno vorrebbe guidare.

Le verrebbe da scuoterla, come se potesse svegliarla da questo torpore. E ci ha anche provato, qualche volta, a “ruzzarla” su.

Ma si è sentita in colpa poi, quando le ha detto: “Tu mi sgridi sempre !”.

No, non ti sgrido. Vorrei solo che tu fossi… come prima.

E vorrei essere capace di dirti che ti voglio bene, comunque.  

Lettera dal carcere

Sono in prigione. Eppure non ho ammazzato nessuno. Non ho neanche rubato. Non ho preso nessuna multa per eccesso di velocità.

Avrò fatto qualche torto, qualche marachella. Confesso, qualche bugia.

Ma non mi pare ci sia stato un evento così grave da giustificare una mia reclusione. Nulla di così esecrabile da dover essere punita con l’internamento.

Eppure sono in prigione.

Una prigione extra lusso intendiamoci. Con televisione, divano, frigo pieno, scorta di cibarie , birra e vino da bastare per almeno… un tot.

Ho anche l’ora d’aria, a mia scelta. La prigione è dotata di un piccolo giardino e me lo consente.

La cella è comoda. Letto con un buon materasso, finestra sul vigneto e il Magnifico Borgo, che quando cala il sole si bea di una luce da togliere il fiato.

Due bagni, in caso avessi ospiti. Una terrazza soleggiata con tavolo per le cene con gli amici nel dehors. (In realtà sono locali in più da tener puliti perché di ospiti non se ne vede manco mezzo..la prigione è pur sempre privazione. Ma nella prenotazione del soggiorno erano inclusi come optionals)

Posso vantare anche un piccolo orto. Il minimal-ort.

Qualche pianta da cucina, un pò di fiori che fanno colore, e quando è stagione, pomodori e zucchine.

Per ammazzare il tempo, mi invento.

Ho già sistemato la lavanderia, la cameraccia. Ho fatto tutte le pulizie che potevo fare. In attesa che si sporchi tutto di nuovo per ricominciare.

Sto facendo torte su torte, ho sistemato la cornice di uno specchio (che poi ho rotto e ho tirato giù tutti i santi). Ho svuotato il frigo e l’ho pulito. Con l’aceto.

Oggi attacco il forno. Per domani faccio ordine negli armadi. A seguire ci sarà la cantina.

Doso i lavori. Devo. Non tutto subito. Perché non sarà il carcere a vita, ma per ora non ho ancora la condizionale.

Perché qui in cella, tirar sera è lunga. Non ho diritto alle visite. Quelle sono sospese fino a nuovo ordine. Ma ho il cellulare… sono connessa con il resto del mondo.

Insomma, la prigionia è noiosa, ma tutto sommato comoda.

Il problema è che in questo tempo di reclusione forzata ti resta un tempo infinito per pensare. Che a volte è un bene. A volte invece…si va in “pappa”.

A volte vorresti scollegare il neurone perché quando ti imbarchi in certi pensieri e cominci a fare certe previsioni, che per lo più sono funeste, la prigione diventa insopportabile, più di quello che è già.

E il fatto che quasi tutti sono rinchiusi, non è consolatorio.

Quasi tutti. Non commento sul “quasi”.

Cosi passo le mie giornate, tra libri e serie tv. Guardo fuori dalla finestra e vedo il nulla.

Ed è proprio vero che quando ti manca qualcosa è proprio quella che vorresti.  Come quando hai la voglia di una sigaretta ma non puoi. Sai che ti fa male e malgrado tutto la brami come se fosse ossigeno. Come se fosse vitale.

Ti inventi aperitivi virtuali con le amiche in Whatsapp, sei in collegamento perenne con i siti di informazioni per sapere se la galera finirà. Quando.

E se tutti i tuoi cari stanno bene.

E hai voglia di shopping, di comperare quelle scarpe che hai visto 10 giorni fa in negozio e hai pensato “ripasso con calma”.

Hai voglia di una serata al ristorante con le amiche del cuore. E far tardi anche se non hai più l’età.

Ma più di tutte le scarpe, delle sigarette, e di quelle superficiali mancanze, hai voglia di un abbraccio. Di quelli che ti avvolgono e ti stringono.

Di quelli che un po’ ti tolgono il fiato e che ti scaldano. Di quelli che vorresti non finissero mai.

Hai voglia di appoggiare la testa su una spalla, mentre vieni avvolta da due braccia che ti accolgono e ti fanno sentire a casa. Di chiudere gli occhi e sentire il profumo di qualcuno che è lì per te.

E di quelle mani che ti accarezzano i capelli, piano. E tirare un sospiro di sollievo e fartelo rubare da un bacio.

Ma sono in carcere. E non ho ammazzato nessuno. Non ho preso neanche una multa.

gente-pecora

Siamo in guerra.

Non la guerra con i fucili, le bombe, i cannoni. Neanche la guerra dei bottoni.

No, questa è la guerra dei saggi contro gli idioti. 

Purtroppo i primi sono in minoranza. Gli avversarsi abbondano come il riso sulla bocca degli stolti.

Ma non dispero. So che ce la faremo. Abbiamo dalla nostra il vantaggio della sorpresa.

L’avversario ha solo il privilegio del numero. Un gregge di pecore, sebbene numeroso, manca di tattica e strategia.

Noi siamo la volpe, la faina. Noi non abbiamo paura della massa. Ci bastiamo.

Pianifichiamo l’attacco e affondiamo la spada come un coltello nel burro.

Il nemico spesso non si accorge nemmeno di essere stato ferito. Non ha coscienza della sua pochezza.

Avanza sanguinando, a tentoni. Si arrabatta. Prosegue con una parvenza di spavalderia.

Incosciente. Perché se fosse cosciente, se avesse un minimo di ratio, passerebbe immediatamente dalla parte dei dotti.

Invece no! Persiste nella sua idiozia. Si crogiola nella sua ottusità. Incurante del fatto che contribuisce ad insultare la categoria.

E’ cosi inetta, la gente-pecora, che farà fatica a leggere questo scritto. Che non è una storia. Non si ride qui.

Qui si parla di una cosa seria. Di come la gente-pecora, non si accorge che la spavalderia e la tracotanza sono controproducenti. Per tutti.

Di come non è in grado, la gente-pecora, di capire un semplice messaggio.

S T A T E   A   C A S A  !!

Evitate gli Happy Hour, il cinema, le discoteche (si, c’è gente-pecora che ancora va a fare lo sbruffone in pista…) evitate il contatto, lavatevi. Che comunque non è peccato!

Non c’è neanche bisogno di fare la corsa al supermercato come se non ci fosse il domani! Il domani ci sarà. Anche per voi, gente- pecora!

E una scatola di pelati e un pacchetto di pasta ce li avete tutti in dispensa. Quindi non siate ridicoli. Non fate scorte assurde, di prodotti assurdi. Di assalti ai negozi. State calmi. Godetevi la vostra casa. Annoiatevi davanti al televisore.

Lasciate lavorare chi deve lavorare. Per curare i malati, per vendere le medicine. Per riuscire a trovare un vaccino.

Che magari, nel mentre, ne trovano uno anche per voi, gente-pecora !

E vi rinsaviscono con una semplice pastiglia. Quanto sarebbe bello trovare una cura per gli imbecilli.

Perché il corona-virus passerà. Farà qualche danno, ma passerà.

Per la vostra buaggine purtroppo… ho forti dubbi.

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di palle e mazze…

Mi hanno chiesto di parlare del pacco.

Non di quello postale, né di quello che si regala. No.

Il pacco inteso come attributo maschile. Difficile trattare un argomento cosi, senza scadere nella volgarità. Ci provo.

Quindi… che ne diciamo di questo pacco? Non che sia un’esperta dell’articolo in questione, intendiamoci. Ma qualcuno l’ho visto pure io.

Alcuni di sfuggita, altri più da vicino.

Cominciamo con l’elencare le varie tipologie. Lungo, corto, piccolo, grosso…

Come il gelato, ce ne sono per tutti i gusti. Pare, e dico pare, che quello più quotato sia quello senza peli.

Si perché pare, e ridico pare, il pelo dà un certo fastidio. (Per sentito dire..)

Ho saputo poi, che c’è questa ridicola diceria che senza il pelo, esso sembrerebbe più…grosso. Ah ! Ah !

Vi informo, cari uomini, qualora nessuno ancora ve l’abbia svelato, che le dimensioni non variano. Nemmeno di un millimetro.

Perché in realtà, con pelliccia o senza, il pacco che avete è quello che è. Questa è semplicemente una leggenda metropolitana, la fiaba del maschio “vellutato”, l’illusione del mago Houdini.

Ma, è cosa certa, il maschio è un essere che, quasi sempre, gongola per un ..cazzo (ed è proprio il caso di dirlo..). Quindi non deludetelo donne, apprezzate lo sforzo e fate buon viso..

Stupitevi e stupitelo con un “OOOHHHHHH…..” come se aveste appena scoperto il bosone di Higgs.

Con gridolini di entusiasmo, e lusinghieri commenti. Fingete / fingiamo, come solo noi sappiamo fare, che un “coso” cosi non l’avevate ancora mai visto. (Il bosone, appunto)

E che gran fortuna…che scoperta sensazionale…

Come se le dimensioni contassero. In realtà la misura dell’attrezzo è decisamente relativa. Ma cosa non facciamo, noi donne, per compiacervi.

(A tal proposito mi sovvengo di una notissima scena del film “Harry ti presento Sally” al ristorante…)

Se ancora non l’avete capito, cari maschi, sono i preliminari che spianano la strada e “aprono le porte” del regno, come Aladino con il sesamo. Sono loro che vi fanno segnare il punto decisivo della partita.  

Quindi, dedicatevi con impegno (almeno 10 minuti li vogliamo fare sti preliminari ?? !!) a questa attività. La stessa vi permetterà di giungere alla meta come una lettera alla posta. E il/la destinatario/a ve ne sarà grato/a.!

Se però optate per la “pratica” della rasatura per una questione igienica, allora il gesto è sdoganato. Lì, alzo le mani. Ben venga. (Ops… ! non credevo di poterlo dire, non avevo intenzione, il “ben venga” era da intendersi come “approvato!”)

Se appunto, siete di quelli “consci” della vostra attrezzatura, e che ci vuole ben altro di qualche millimitero/centimetro in più per portare a casa il punto della vittoria, e la leggenda di John Holmes non minaccia la vostra virilità, vuol dire che siete un maschio che ha capito tutto del gioco.

Infatti, se appartenete alla categoria che affronta il “ macht point “ senza paura, dopo aver concesso all’avversario/a almeno 3 set con signorile generosità, allora vi spetta il pallone d’oro, l’Oscar per il miglior protagonista, il Nobel per la “pace”. Vostra e del/della vostro/a partner.

Ripeto, non sono un’esperta del articolo. Ma il gioco del golf lo conosciamo tutti. Basta saper scegliere il ferro giusto…. Per mettere la palla in buca.

(Ogni riferimento a Tiger Woods è puramente casuale…)

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che pacco !

Ammetto. Mi sono lasciata lusingare anch’io e sono caduta in tentazione.

Ho ordinato da uno di quei siti “cinesi” dove praticamente vendono qualsiasi cosa, di qualsiasi genere.

Trovi di tutto. Dai fiori finti, al tappeto per il cane, al completino sexy. Trovi anche il sedile del wc, con coperchio ad abbassamento automatico…ma per questo articolo io gioco in casa.

Non farò nomi per non pubblicizzare, ma avete già capito.

Dopo aver passato una buona oretta sul sito a curiosare, ho meramente ceduto.

Ho ordinato un paio di pantaloni. Di quelli con il cavallo all’altezza delle caviglie. Avete presente no? Il modello, che quando lo indossi sembra che non hai il culo, che porti un pannolone gigante e non si capisce la proporzione delle gambe.

Ecco, un paio di quelli. Non so bene perché, vi giuro. Dovevo essere in un momento di smarrimento…

Questo modello ha attirato la mia attenzione. Che poi non sono neanche belli eh ?

Ma il prezzo era cosi irrisorio che non ho potuto proprio fare a meno di mettere l’articolo “nel carrello”.

La modella che li indossava faceva una gran figura. Me la sono guardata in ogni posa, davanti, dietro, di fianco.   E’ vero che queste ragazze sono tutte gnocche, con un corpo da favola e che anche con addosso un sacco della spazzatura sono bellissime. Belle via. Non esageriamo. La gamma di colori poi, infinita. Dei pantaloni, non della gnocca…

Ho letto le recensioni. Tutte soddisfatte, tempi di consegna brevi, belli come in foto, ect. ect.

Dal sito mi piacevano marroni. Anzi no, color “cioccolato”. E avevo già immaginato con cosa abbinarli.

Cosi, inserisco tutti i dati. Indirizzo per la consegna, misure, numero della carta di credito. Do il via all’ordinazione.

Dopo due minuti cominciano ad arrivare mail di conferma, del tuo ordine che è appena partito, che se vuoi continuare il tuo shopping puoi cliccare qui, che se vuoi sapere dove si trova il tuo pacco puoi andare lì… cancello tutto. E comincia l’attesa.

Aspetto con ansia e ogni giorno faccio la “posta” al “postino” per vedere se ha un pacco per me.

Dopo forse 3 settimane, quando ormai avevo già abbandonato ogni speranza, trovo il pacco nella buca delle lettere.

Ok, confesso che chiamarlo “pacco” è una parola grossa. Trattasi di una busta plastificata. Tutta “stracciata” che sembra abbia fatto la 1° e la 2° guerra mondiale senza interruzioni. 

Entro in casa in affanno. Curiosa di aprire e provarmi questi pantaloni.

Disintegro il sacchetto e scopro l’articolo. Ok, il colore è giusto.

Per quanto riguarda la qualità del tessuto, Uhmmm…ovviamente non avevo nessuna aspettativa. Il sito indicava “cotone”. Non ci metto la mano suo fuoco e manco un bratwürst !

Me li provo. Con fatica riesco ad infilarmici dentro. Mi guardo allo specchio.

Li tolgo. Li ripiego, apro il sacco della croce rossa e ce li infilo.

Il pacco è arrivato. E me lo sono preso in pieno!

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lavori in corso

Si dice che, quando una donna va dal parrucchiere, (che non sia per la solita piega una volta la settimana, bensì per “darci un taglio” ) preannuncia un cambiamento.

E nella maggior parte dei casi, è proprio così. Se la vedete che dal castano è passata al biondo, dal lungo al corto, o dal liscio al riccio…gatta ci cova.

Se poi è anche un pò dimagrita, se da qualche tempo si trucca, se ha cambiato radicalmente il guardaroba .. è matematicamente sicuro che siamo in piena svolta.

I casi possono essere diversi, ma in realtà sono quasi sempre due.

Divorzio in corso.

Nuovo amore all’orizzonte.

Ovviamente uno non esclude l’altro. Anzi, di solito vanno a pari passo. E non per forza in questo ordine.

Ma in genere la causa scatenante è da attribuirsi quasi sempre al primo.

Così, se stai vivendo questo momento, prendi appuntamento nel tuo “salone di bellezza” e ti senti carica e piena di aspettative per la trasformazione. Come se avessi bisogno di una rivincita sulla vita.

Ti concedi un attimo di pausa dal dolore, una piccola vacanza dal quotidiano, che in questo periodo è un gioco al massacro.

Seduta sulla poltroncina, nel tuo salone abituale, annunci al tuo parrucchiere la richiesta drastica.

Parte un piccolo “urletto” in fa diesis su scala minore di do.

Con la mano sulla bocca, che nel frattempo si mette a forma di culo di gallina, il “Giulio” ti chiede “ ma cava…. Sei sicuva ? Cosa sta succedendo !!?? vaccontami tutto….ti pvego…”

E tu, che all’inizio temporeggi con il solito “ma no…nulla… avevo voglia di cambiare un pochino..”, alla fine snoccioli la vera ragione.

A questo punto hai l’attenzione di tutto il salone e parte un breve racconto del periodo, senza troppi dettagli.

Il succo non è tanto la voglia di cambiamento del taglio, bensì un bisogno di restauro totale della tua vita.

La trasformazione è nel suo pieno svolgimento e ti rilassi sulla poltroncina con la testa piena di shampoo, gli occhi chiusi e la mente vuota.

Dal lava-testa poi sei tornata davanti allo specchio e “Giulio” ti sta pettinando i capelli per prepararli alla tinta.

“cava… che ne dici allora se stò givo ci facciamo “vosa-pink”. E’ un colove che spacca ultimamente…”

Tu titubi un attimo. Nel mentre ti impiastra il cuoio capelluto con l’ultimo ritrovato della scienza.

Crema lisciante, districante, rinforzante, nutriente, che non trovi da nessun altra parte, perché hanno l’esclusiva del prodotto. E mentre ti massaggia la testa, insiste con il rosa.

Sei talmente rilassata dal massaggio che ti lasci sfuggire un “ma si… rosa…”

E in un batter d’occhio dallo shampoo si passa al pennello e in men che non si dica ti ritrovi la testa colorata come il padre dei “barbapapà”.

A quel punto, se ancora avevi dubbi sul colore, sei spacciata.

Preghi mentalmente che il risultato sfiori almeno la decenza.

“Giulio” ti fa accomodare di nuovo al “reparto Spa”. Che risulta essere sempre il lavatesta di prima – ma vuoi mettere l’effetto di dire “SPA” !??

Risciacqua la tinta mentre tu cerchi di sbirciare il risultato, invano.

Crema fissativa per il colore, olio per nutrire il capello, balsamo per l’effetto lisciante, e un siero che mantiene in posa il capello per almeno 6 giorni.

Di nuovo risciacquo di tutti i prodotti. Panno in testa e di nuovo seduta davanti allo specchio.

Uno..due… tre!

Cazzo!

Ti ritrovi la testa rosa shocking in concorrenza con la famosa pantera.

Ti guardi e non sai se piangere o ridere. 

Lasci l’auto come caparra per il saldo del trattamento, esci dal salone e pensi…va beh..stasera si va al Rabadan…

Per tutti i naviganti che stanno leggendo, se incontrate la persona che rispecchia quanto descritto sopra, non criticatela. Non ridete di lei, ma al massimo CON lei.

Sappiate che la donna è in fase di rinascita. Ci sono lavori in corso, per se stessa. Per riprendersi in mano, per cercare di rimettere il suo equilibrio in centro.

E sappiate che non è per nulla facile. Costa fatica e tempo. E lacrime. Tante.

Io ho optato per il rosso ciliegia. Uno spettacolo

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metti una notte di mezza estate…

Alla fine si era decisa e aveva preso in mano la situazione. Fosse stato per lui, erano ancora qui a scambiarsi messaggini. Come a scuola. Come si fa con i pizzini…

Coraggio a due mani, concordato un appuntamento.

Al primo lui aveva dato buca. Panne con l’auto. Ma si può usare una scusa tanto assurda quanto improponibile ??? Ma dai… non ci aveva creduto neanche per un nano secondo e per un pelo non si è giocato l’incontro successivo…

Aveva praticamente organizzato quasi tutto lei. Siccome non è una persona banale, appuntamento in riva al lago, mica pizzi e fichi!

Lei porta una coperta e delle candele, lui porta le birre.

Ore 22.00 al posteggio.  Perché così tardi non lo sapremo mai.

Emozioni a mille. La prima volta, dopo anni, che si vedono dal “vivo”.

Lo riconosce. E’ alto. Cazzo se è alto!

Sono un po’ impacciati. Si salutano. Si incamminano uno di fianco all’altra. Lei stende la coperta sul prato, su quello che poi sarà per sempre chiamato “il nostro prato” e accende le candele. Lui stappa le prime due birre, di una serie che sarà infinita.

Brindano. Guardano il lago. C’è una bella atmosfera. Si sta bene. Anche se siamo ad agosto, lei ha portato un maglione pesante. (Grigio! Lui se lo ricorderà marrone e non si sa come mai..) Le donne sono sempre freddolose, ma soprattutto, lei è organizzatissima e, quasi mai, lascia fare al caso.

La discussione verte inizialmente su banalità. Per rompere il ghiaccio…

Si piacciono da subito. Si capisce.  Le birre si alternano alle sigarette. (tranquilli, lei ha pensato anche a quello e ha portato un contenitore per non lasciare i mozziconi sul prato ! )

In un attimo si fanno le due… il tempo vola quando si sta bene.  Lui ha un bisogno impellente e va a farsi un giretto in riva al lago.  Dovrebbe anche lei, ma stoicamente resiste. AH….le donne, dovrebbero imbarazzarsi di meno e osare di più !

Torna dopo poco, più rilassato.  Si sdraia sulla coperta. Lei lo guarda. Sa già che non si dimenticherà mai di questa nottata fuori da ogni schema.

Lo guarda di nuovo. Caspita …è proprio bello! Ma soprattutto… pare non sia stupido. E mamma mia, ma quanto cazz è alto…?? Lei che è già alta di suo, non si capacita.

Parlano, lei gesticola con le mani, per mascherare l’agitazione. Parlano, parlano, parlano. Per ore.

Il recipiente dei mozziconi è pieno e le bottiglie di birra vuote sono distese sul prato come cadaveri…

Ad un certo punto lei mette il maglione perché sente fresco.

Lui non dice nulla ma non approva troppo. Perché cosi facendo lei nasconde una parte del corpo che era messa in evidenza da una maglia attillata e che si scopre a fissare in continuazione. (Non servono indizi per capire cosa).

Verso le 4 di mattina decidono che è ora di tornare a casa. Ognuno nella sua tana. Si alzano, una piega la coperta, getta i mozziconi nella spazzatura, l’altro raccoglie le bottiglie e le ripone in un sacchetto.

Si avviano verso il posteggio.

Lei sbanda un pò. Lui la sorregge per un attimo e le indica la strada con il dito… fa la battuta: “Non reggi l’alcool” – “pensa per te” – ribatte lei, facendo la spavalda.

Ma ha ragione. Le birre erano sotto controllo fin tanto che restava seduta. E anche la vescica.

Non sa se è in grado ti tornare a casa senza far disastri.

Ci prova. Ci riesce.

Con difficoltà apre la porta di casa. Corre in bagno. Per un pelo.

Si getta sul letto con ancora i vestiti addosso.

Affronta il risveglio nel pomeriggio. Per fortuna regna il silenzio tutto intorno. Non fosse per quel martellamento in testa da far invidia alla batteria di John  Bonham.

Forse aveva ragione. Non regge l’alcool… Ma non lo ammetterà mai. Nemmeno sotto tortura.

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’69…

Non vorrei che leggendo il numero, i più maliziosi reagiscano con gli ormoni in fermento, pregustando un racconto di quelli da leggersi in bagno, in solitaria.

No. E’ l’anno 1969.

Quando sono nata io, l’uomo è sbarcato sulla luna.  

Non so se ci sia una correlazione tra le due cose, ma mi è sempre piaciuto considerare i due momenti, come eventi eccezionali.

Pecco di modestia? Immagino di si. Pecco, pecco.

D’altra parte, contro la luna si combatte ad armi impari, ma la battaglia è divertente e stimolante.

In quello stesso anno, oltre allo sbarco lunare, possiamo vantare anche un Woodstock. E dici niente.  Cioe…. Woodstoockkkk !!! Ma mica quello di Snoopy neh ?

In migliaia, di giovani e non, di belli e non, che inneggiavano alla pace con dei “cannoni“ in bocca.

“Ossimorosa” sta cosa e divertente come immagine, no ?

Il viaggio era assicurato, e forse qualcuno – più di uno credo – si è aggiunto a “Neil” inseguendo quella particolare meta.

Questo è più o meno lo scenario. Uno spettacolo.

Woodstock è rimasto nell’immaginario collettivo come il primo Rave della storia. Tre giorni di “Peace and Love” che hanno certamente contribuito ad un aumento massiccio delle nascite. Volute e non. (forse più “non” )

I miei non ci sono stati, a Woodstock, ma io sono il frutto di quello che possiamo chiamare il movimento dei “figli dei fiori” per eccellenza.

Immagino che non si siano neanche mai fatti una canna, e forse questo è un bene. Almeno posso dire di essere su questa terra per volontà e non per caso….o forse no ?

E che non abbiano mai partecipato ad un concerto che non sia stato quello del Trio Del Pep, alla sagra del paese.

Credo che mia madre non si sia mai ubriacata (per mio padre forse non ci scommetterei troppo)

Non ce li vedo, che urlano scatenati in mezzo a migliaia di persone con coroncine di fiori in testa, che gettano reggiseni sul palco alla volta di Jimi Hendrix e si scambiano effusioni amorose pubblicamente. Decisamente no.

Ma quello è stato l’anno delle rivendicazioni sindacali, del “vogliamoci tutti bene”, del siamo tutti uguali.

Della lotta alla discriminazione, del potere al popolo.

In loro difesa (dei miei intendo) devo dire che la realtà del piccolo paesino, non ha sicuramente giocato un ruolo favorevole alla visione di questi cambiamenti.

L’America è/era lontana e sicuramente, alle nostre latitudini, sarà arrivata solo l’eco di Woodstock.

Ciò nonostante, sono nata io. Non troverete alcun accenno del fatto, in nessun motore di ricerca.

Google non segnalerà la mia esistenza.  Sono solo una dei quasi 8 miliardi di persone che marca presenza sulla terra.

Insomma…sono il nulla e il niente.

Ma sono nata nell’anno in cui l’uomo ha conquistato la luna.

Lo stesso anno in cui Pelè ha segnato il suo 1000esimo goal.

L’anno in cui Yoko Ono ha impalmato John.

Lo stesso in cui è morto Heisenhower, e Elvis cantava “Suspicious Minds”.

E una coppia ha dato alla luce quel gran gnocco di Matthew McConaughey.

Ok, 1969 è anche una canzone di Achille Lauro. Non poteva essere proprio un anno tutto perfetto. In francese si dice “on y fait avec…”

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Vatti a cambiare !

Sono pronta per uscire a cena. Arriva a prendermi, come capita ogni tanto.

Mi guarda e mi dice: “vatti a cambiare”. Non sono vestita adeguatamente. “Sembri una suora” il commento successivo.

Così torno in casa, vado in camera, apro l’armadio e guardo.

Ho tutto nero. Pantaloni, gonne, pullover. Qualche variazione di grigio. Due camicie bianche. (Camicia, al plurale fa camicie. Ricordiamoci !)

Sono nei guai. Non so cosa mettermi e lui è già sul piede di guerra perché gli sto facendo perdere tempo. Mi grida di sbrigarmi.

No, non grida. Mi Sgrida. E si accende una sigaretta.

Al volo aggiungo qualche accessorio un po’ “brioso” cambio le scarpe, metto una sciarpa colorata e incrocio le dita. Speriamo passi.

Complice il ritardo, non fa ulteriori allusioni al clero e partiamo. Non proferisco parola e lui si comporta come se nulla fosse.

Siamo a cena con amici. I suoi. A tavola fa il simpaticone e il brillante. Ha l’attenzione di tutta la compagnia. Tiene banco. E alterna il bicchiere alla sigaretta.

E dopo una certa ora, diventa imbarazzante. Lo senti che biascica con le parole, che i discorsi si fanno via via più impastati e incomprensibili.

Beve troppo a queste cene, e due pacchetti di sigarette sono appena sufficienti. Ho scoperto che si sveglia anche di notte per fumare.

E per bagnare la gola, beve.

Questo rito sta diventando un’abitudine, e non di quelle piacevoli. Mi sento sempre più autista e sempre meno compagna. 

Mi chiedo quanto posso ancora resistere. 

Il discorso verte su una partita di calcio che avevano giocato non so più dove non so più quando. Si disputano, tra i maschi, il privilegio di aver segnato il goal della vittoria. C’è un pò di caciara, ma siamo in una saletta appartata e nessuno si lamenta.

Le donne della stessa tavolata, con le quali non sono per niente in confidenza, ascoltano e a volte fanno una battuta. Ne azzardo una anch’io.

Mi punta gli occhi addosso e mi dice “stai zitta, che non capisci un cazzo”.

Ho gli occhi di tutti i commensali puntati addosso, e cala il silenzio.

“Hai ragione – dico – non capisco un cazzo.” Sorrido.

Porto il tovagliolo, dalle gambe al tavolo, sposto indietro la sedia. Mi alzo.

“Scusate, vado un attimo in bagno”.

Chiedo al cameriere dove trovo la toilette che mi viene gentilmente indicata. Sento che riprendono il discorso come se nulla fosse, mentre esco dalla sala.

In realtà non ho per nulla bisogno del bagno. Mi dirigo verso la cassa senza farmi vedere. Lascio 100 franchi che è quello che, stimo, possa essere il costo della mia cena, bevande incluse.

Il gerente mi chiede se va tutto bene e io rispondo si, tutto bene. Ottima cena.

Passo dal guardaroba, prendo il mio cappotto (Nero !) e mi incammino in direzione dell’uscita.  

Apro la porta e chiamo un taxi.

Resto per un attimo sul ciglio della strada e mi accendo una sigaretta sperando che arrivi presto. Due tiri e l’ho finita. Ma quanto me la sono gustata.

Lo vedo, che si avvicina, con la sua scritta gialla sopra il tetto. Faccio un cenno per avvisarlo che sono io quella che lo sta aspettando.

Salgo e gli do l’indirizzo di casa. Partiamo.

Seduta dietro, mi scopro a sorridere. L’autista mi guarda dallo specchietto e, ricambiando il sorriso, mi chiede: ”Passato una bella serata, signora ?”

La migliore della mia vita, rispondo.

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yoghiamo

Domenica.

Sono qui, seduta davanti allo schermo, con la mia bella tazza di tè bollente.

Me ne bevo almeno un litro tutti i giorni. A volte anche due.

Dicono che bere fa bene. Io alla fine mi sento sempre uguale, non fosse altro che per quel continuo avanti e indietro dal bagno che è impellentemente aumentato, non mi pare di aver subito chissà che cambiamento.

Ma ormai è diventata un abitudine e quindi non ci faccio più caso. E poi, se dicono che fa bene, resto in attesa di questo “bene” … Io sono una che aspetta. “Pazienza” è il mio secondo nome.

Dicevo, qui davanti al computer, che penso….

E se vincessi alla lotteria? e se il Grande Fratello fosse bandito da tutte le reti? e quanto manca al ritorno dell’Isola dei Famosi (Che poi non so voi, ma io su 12 famosi ne riconosco 3 o 4…)

Insomma, oggi è la giornata del Fancazzismo. Termine clonato anni fa e che letteralmente vuol dire “fare un cazzo”.

Ogni tanto una giornata così ci vuole. Per spezzare la monotonia della settimana, per annoiarsi.

Di quelle giornate che non ti si smuove neanche dietro compenso. Che resti incollata al divano e alla televisione come fossero un prolungamento del tuo corpo. Che ti alzi appena appena per i bisogni fisiologici e per prendere qualcosa dal frigo. (si, il frigo ha un fascino e un potere incredibile…)

E verso fine giornata guardi per sbaglio il “contapassi” e leggi…. 136.

136 ??? Porca vac…

Balzi in piedi e conti i passi: divano – frigo / divano –  bagno.

Perché non ci credi e non ti capaciti di aver “larvato” tanto da non essere riuscita nemmeno a superare i 100 metri!

In effetti il contapassi non mente. Rifai il tragitto accorciando il passo, barando, ma la variazione è talmente minima che sconforta.

Allora, spinta da un impulso di rimorso, corri a prendere il tappetino da yoga. Sposti la poltrona e tiri in dietro il divano.  lo stendi in mezzo al salotto.

Per essere proprio sul pezzo, ti prepari con il reggiseno sportivo (di quelli che, per intenderci, fasciano tutto e sembra che da una 5° che hai, arrivi alla 3°)

Ti metti la tutina rosa fluo da Jane Fonda (che è nell’ armadio da tempo memore) con la magliettina coordinata, e ti posizioni.

Sintonizzi la radio su una stazione, di quelle che, ti sembra, fanno musica rock e via… uno, due, uno, due.

Cominci con qualche allungamento, poi azzardi un paio di piegamenti. Ti metti in piedi e abbassi le mani fino a toccare le caviglie ( si….nà volta ! ) e poi ti rialzi. Ripeti l’operazione 4 volte, ma alla terza senti qualche rumorino di ossa.

Ti rimetti sdraiata sul tappetino e tenti un paio di addominali. (vorrei sottolineare le parole “tenti” e “un paio” )

Poi arriva un lento “strappa-mutande” alla radio e perdi per un attimo l’energia. Cosi ti sdrai e fai qualche respiro profondo. Ispira, espira, ispira, espira.

Riparte la musica con un buon ritmo e via, torni sdraiata di lato e alzi la gamba destra, ben tesa, più che puoi (per intenderci arriviamo a malapena intorno al 30 gradi e non parlo di cottura!) 4 sessioni da 8.

Ripeti con l’altra gamba per non scontentarla.

Ora sdraiata sulla schiena. Riparti con la respirazione. Profonda, di quelle che, ispirando, ti si arieggia anche il cervello.

Arriva la pubblicità alla radio.

Ti parte la poesia.

Arrotoli il tappetino, togli quella tutina decisamente inappropriata per la tua età e che ti fa sembrare un alieno, e ti ributti sul divano.

Oggi ti sei allenata. Praticamente il tempo di due canzoni. Brava!

brododigallina – ortioca

in cucina

Ultimamente mi sento in difetto.

Mi ritrovo in cucina, che fino a ieri era il mio ambiente naturale, e mi scopro in panico per un nonnulla. (Giorgione dixit)

Si, perché mi sono sempre considerata una di quelle che, tra i fornelli, si sentiva a suo agio e se la cavava benino.

Mi è sempre piaciuto cucinare, soprattutto per gli altri, e mi piace sperimentare sapori nuovi, considerando la cucina come un laboratorio, dove saggiare combinazioni, a volte anche estreme e azzardate, fantasiose.

Ora invece, mi sembra di non esser più capace neanche di salare l’acqua per la pasta!

E questo grazie a…. tutti questi programmi che passano in televisione. Non so se ci avete fatto caso ma, su 10 canali 4 sono dedicati alla cucina. (Forse anche di più)

E tra Benedetta e Cuochi e Fiamme, mi scopro ad ingrassare anche solo a guardarli.

Poi abbiamo Master Chef.

Versione VIP

Versione NIP ( NON  Important People)

le cucine da incubo di Antonino ( che tutto è, tranne che “ino”), i 4 ristoranti di Borghese, la prova del cuoco di Antonella, e di quel cuoco che, mentre uno ti arreda la casa, lui ti cucina dei manicaretti con due alici in croce,  e tu che gridi “aiutoooo…arrivanooooo  gli ospiti !“.

Se ti capita di fare zapping, incappi sicuramente in uno di questi programmi che ti spiega che, per fare un uovo bollito, devi tenerlo fuori dal frigo per almeno 2 ore, poi deve essere immerso in acqua fredda, delicatamente, e gradatamente va portato alla temperatura di 128,6 gradi per esattamente 3 minuti e 47 secondi. Non uno di più altrimenti … sputtani l’uovo!

E tu, che hai sempre aperto il frigo, l’hai messo in pentola con l’acqua che scendeva alla sua cazzo di temperatura dal miscelatore, e lasciato “su” a bollire un “tot”… ti senti una merda.

Cosi, armata di coraggio e nuovo slancio alimentare, corri nei negozi specializzati per comperare il termometro. Ma non uno. E no !

Ti accorgi che c’è quello per l’acqua, quello per l’olio, quello che ha la punta per inserirlo nel pezzo di carne che rosola in forno. In omaggio poi ricevi quello per misurarti la febbre, che ti viene mentre cucini.

E se per caso ti viene l’ideona di entrare in internet per vedere al volo il tempo di cottura della torta di mele – che è un pò che non la prepari ma che è sempre stata il tuo cavallo di battaglia – sei… fottuta.

Si, perché appena inserisci “torta di mele” in Google, ti si presentano almeno 289 siti dove ognuno dice la sua sul dolce in questione.

E tu ti perdi nei meandri della mela Golden, quella dell’alto Adige. La Melinda, la Delicius, e la Renetta. E farinose, succose, dolci, amarognole.

E scopri che alcuni lasciano le mele a marinare nella grappa per un’ora. Altre cuoche, esperte del dolce, invece consigliano di mettere uno strato di pane grattugiato tra la pasta sfoglia e le mele per farle “asciugare” un po’, durante la cottura.

Se poi aggiungi una spolverata di zucchero a velo prima di servire, figurone assicurato.

E mentre fai passare i vari siti, con tutti i consigli di questo mondo, la tua torta in forno brucia.

E senti la voce del Bastianich che ti dice: “ Imanuela, togliti il grembiule, devi lasciare la cucina !”

Brododigallina – ortioca

Mi..ao

Odio i gatti. Ma avevo amato il suo.

No, amato no.  Possiamo definirla una forma di affettuosa tolleranza reciproca, forse?

All’inizio sembravamo quasi un po’ gelosi, l’uno dell’altra.

Lui occupava un posto che io pretendevo essere il mio, e probabilmente il felino pensava lo stesso di me. Io occupavo il suo.

Lo trovavo sul letto che “ronfava” comodamente, accovacciato accanto a lui, quando arrivavo.

Avevamo capito subito che il letto era troppo piccolo per tutti e due. Cioè tre.

Vincevo io, quindi si scansava per farmi posto. Quasi sapesse che era il mio turno. Che toccava a me.

Aveva un nome così assurdo che avevo dovuto ribattezzarlo a modo mio.  Perché io sono cosi, dò nomignoli a chiunque, per farli “miei”.

E mentalmente, pensando al primo nome che gli era capitato, mi chiedevo come si fosse potuto assegnare un nome cosi improponibile e banalmente commerciale… povera bestia. (No, non lo dirò)

Animale discreto, la creatura sapeva quando era l’ora di levare le tende e andare a farsi un giro.

Ero per fino riuscita ad accarezzarlo, dopo un po’. Lui che era selvatico con gli estranei. Peggio del padrone.

Se ci incrociavamo nel corridoio, tendevo la mano e lui si avvicinava. Dapprima guardingo, poi, via via sempre più a suo agio con la mia presenza. Non più di due, tre strusciate però. Non sia mai che quella breve manifestazione di parvente affetto, si potesse trasformare in qualcosa di più.

Mi piaceva quel rituale, quella specie di saluto, quello scambio di ruoli nel letto. E credo piacesse anche a lui.

Alla fine credo avesse imparato ad accettare la mia presenza con prudente amicizia.

Quasi se lo sentisse, appena aperta la porta, balzava sulle zampe per darmi il cambio. Dapprima con un fare un po’ altezzoso. Se ne andava mesto e rassegnato. Verso la fine poi, quasi contento di vedermi arrivare e lasciarmi il posto.

Usciva senza far storie, come sapesse che consegnava il padrone in buone mani.

Se c’era stata un iniziale competizione, era poi svanita con il tempo.

Da un preludio di basso tasso di sopportazione, si era passati ad una convivenza pacifica. Si chiama accettazione.

Dove due occhi da gatto incrociano due occhi da gatta e lo sguardo dice quello che sono io, e quello che sei tu. Condividiamo un pezzo dello stesso letto e qualche attenzione dallo stesso individuo. Non ti rubo il cibo, non mi rubi un bacio.

Possiamo sopportarci.

Peccato che te ne sei andato.

Quasi quasi mi manchi.

Un po’.  Poco, non ti illudere.

Io i gatti li odio. Forse. Non tutti.

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