La mia barca si chiama “Chesa”.
Vuol dire casa, si legge “cesa”.
Me la porto addosso, come un paguro fa con la sua conchiglia.
Ed è bella la mia barca. Di legno e ottone lustro, con gli oblò, il guscio in resina bianca. Il pennone, alto, imponente. La tengo linda, la curo.
C’è anche una piccola polena sulla prua che fa bella mostra di se. Un po’ kitsch, un po’ retrò. Ma mi somiglia.
E’ un 12 metri, a vela. E’ il mio nido, il mio rifugio. La mia caverna.
Il ponte tutto perlinato di legno chiaro, che brilla quando ci batte sopra il sole. Uno spettacolo la mia Chesa, con la randa bianca.
E adesso la mia barca sta uscendo dal porto.
Io sto uscendo dal porto.
Siamo state attraccate per un po’. A far rifornimento, approvvigionamento della cambusa. A riposarci. A far asciugare le vele.
Per un certo periodo ho navigato a vista, senza meta, senza progetti.
Va bene ma solo per un po’. Poi bisogna impostare il tragitto.
Perché in barca ci vogliono le carte, sapere la rotta, conoscere il finale del viaggio. La meta ultima.
Bisogna sapere dove si vuol andare, e come arrivarci.
Si devono fare i calcoli, guardare le stelle (è sempre ” la seconda a destra, questo è il cammino…” ), tracciare le linee sulla carta.
Devi saper usare il sestante, la squadra e il compasso.
E la bussola. Fondamentale la bussola. Guai a perdere il nord.
E adesso è tempo di ripartire, di nuovo. Di farci portare dalla corrente.
Tra poco lascio la banchina, slego le cime, ritiro le boe.
Alzo la passerella. E mi rimetto al timone. Spiego le vele.
E tu sei lì, sul pontile, con le mani in tasca. Chiuse a pugno, con imbarazzo e una faccia mesta.
Dondoli. Ciondoli.
Ti guardi le scarpe. Quelle stesse scarpe che hai tolto per salire a bordo.
Perché sulle barche le scarpe non si portano. Per non rovinare il ponte, per stare comodi. Perché si usa così.
Ti vedo che ogni tanto alzi lo sguardo mentre faccio tutte le operazioni per salpare. Mi spii.
Sto uscendo dal porto, e tu alzi il braccio per salutarmi.
Mi gridi “buon vento”.
E io di rimando penso “Fanculo. Te e il vento!”
No. Fanculo te.
Il vento io me lo faccio amico.
Ortioca – brododigallina.home.blog
