Che vita.

Il solito bar, la solita musica. Gli stessi amici. Eravamo cosi. Giovani e spensierati.

Gli stessi problemi con il tedesco, in classe. Ci si passava gli appunti l’uno con l’altro e ci si arrabattava con la matematica e la lezione di francese. E a volte si bigiava. Non tanto per non fare lezione, ma proprio per il gusto di marinare la scuola e sentirsi immortali per un pomeriggio.

Abbiamo passato giornate intere a girovagare per i paesi. Si andava a fare il bagno al lago, alle feste. Ci si scroccava le sigarette, da fumare durante la ricreazione.

L’ho conosciuto cosi, con i capelli rasati ai lati e la cresta impomatata di gel. Con un giubbotto di pelle, e l’orecchino. Un gran bel figo.

Dopo le scorribande di gioventù, e la fine della scuola superiore, ci siamo persi di vista.

Da amici comuni ho poi saputo che aveva trovato la sua strada. Si era sistemato, come si dice.

Aveva tutto. Un buon lavoro, anzi ottimo. Si era fatto una posizione, di un certo prestigio.

Una bella famiglia, casa con giardino, auto ultimo modello. Un figlio..

Insomma, aveva seguito il copione. Si era costruito una vita tranquillamente ordinaria.

Ho scoperto, tempo dopo, che, da qualche anno a questa parte è lì, seduto su quella sedia con due ruote piccole davanti, e due grandi dietro. Di quelle che hanno una piccola manopola posta sul bracciolo, come un joystick.

Avanti, indietro. Curva. Attenzione al tavolo.

E se non è seduto, è sdraiato, sul letto.

Inerme.

Può parlare, ridere. Pensare. Anche cantare a volte. Nulla di più.

Ha delle lunghe conversazioni con Siri. Come fosse diventata la sua amante virtuale. Gli chiede di tutto.

Ma Siri non può dargli da mangiare, non può vestirlo. Neanche fargli la barba. O allacciargli le scarpe. Siri può rispondere.  E a volte non è in grado neanche di fare quello.

E ora abita in questa prigione che si chiama assurdamente Casa Paradiso ma che di paradisiaco non ha proprio nulla. Evidentemente, Casa Inferno era troppo, anche per i più audaci.

Prigioniero del suo stesso corpo. Che non è più un corpo, ma piuttosto un fastidio. Un impiccio. Che gli dà solo guai e problemi.

Che non risponde ai comandi che il cervello invia. E piano piano si consuma.

E tu lo vedi, che “sembra” sereno, mentre in realtà sai che è solo rassegnato.

E gli dai da mangiare un pezzo di pizza, e lo fai bere dalla cannuccia. E gli pulisci la bocca con il tovagliolo. E poi il bicchierino con le 7 pastiglie da prendere a pranzo, tutte colorate, tutte diverse. E altre 7 per la cena, di altre forme e altri colori, come dei confetti.

E per un pomeriggio cerchi di raccontargli un pezzo di vita che c’è là fuori.

Lo vedi che ti ascolta, avido di un esistenza che non ha più. Gli racconti del traffico che c’è in autostrada, tutte le sere verso le cinque, e di tuo figlio che non va bene a scuola e che forse rischia di bocciare l’anno.

Di come te la passi, tu che puoi correre. Che puoi andare a sciare, a ballare con gli amici, al ristorante a mangiare cinese. Che puoi girarti nel letto o alzarti per pisciare. E chi se ne frega se la fai fuori.

Mentre lui, pensi, non può permettersi neanche di prendere un raffreddore. Perché non può soffiarsi il naso che cola. Non da solo.

Non sto a fare moralismi sulla vita ingiusta, sulla fatalità di un evento, nessuna banalità sul “momento sbagliato nel posto sbagliato” .

Di queste frasi fatte, superficiali.

E a chi sta pensando “si deve vedere il bicchiere mezzo pieno”, chiedo:

“Pieno di cosa, esattamente ??”

Faccio solo un commento finale:

La vita.

A volte.

E’ proprio una gran MERDA.

brododigallina – ortioca

money, money…

E’ mattina presto, di una giornata di fine dicembre che si preannuncia forse più fredda del solito.

Arriva sempre un po’ prima, per avere il tempo di fare tutto con calma ed essere pronta per l’apertura. Le piace che tutto sia in ordine.

Apre la prima porta, accende la luce sulla destra, apre la seconda porta che è quella blindata con il vetro anti-proiettili.

Subito disattiva l’allarme con il suo codice.

Si chiude la porta blindata alle spalle e tira il fiato. Dentro.

Ora può aprire la cassaforte, preparare la cassa, contare i soldi che corrispondano al saldo della collega che ha lavorato il giorno prima.

Accende il computer per verificare che tasso applicare quel giorno.

Si sente al telefono con le colleghe degli altri uffici-cambio per stabilire che tutte siano “sintonizzate” sulla stessa quota.

Mentre sta ancora parlando, bussano sul vetro della porta. C’è già un cliente infreddolito che chiede di entrare. Lo vede tutto imbacuccato, con un cappello e una sciarpa che copre metà del viso.

Ma è presto, manca ancora un po’ all’orario di apertura, e lei vuole avere il tempo di bersi un caffè prima di partire per quella che si prospetta una maratona. Cosi, con le mani mima che mancano ancora 10 minuti. Lui capisce, si gira e va via.

Quello sarà il suo ultimo giorno di lavoro. Poi inizierà una nuova sfida.

Guarda l’orologio, ore 08.25… Ok pensa, si può aprire. Sblocca la porta che consente l’accesso al pubblico con il pulsante che si trova nel suo ufficio.

Esce dal suo locale e si avvia verso la l’entrata.

Deve girare il cartello appeso con la ventosa sul vetro, quello classico con la scritta che da “closed” diventa  “open”.

Come ogni giorno da parecchi anni a questa parte fa tutto in maniera meccanica. Sempre gli stessi gesti, gli stessi movimenti. E’ cosi abituata che ormai è diventato tutto un automatismo.

Il cartello è girato e lei sta per rientrare alla sua postazione di lavoro dove c’è anche un vetro anti proiettili e finché resta lì dentro, è sicura per tutto il resto della giornata.

Mentalmente si dice che dopo la chiusura dovrà pulire il pavimento. Vuole lasciare tutto in ordine prima di dire addio a questo lavoro.

Mentre è persa in questi ragionamenti, l’uscio si apre. Entra il cliente che prima bussava sul vetro

Una pistola in mano. “soldi, soldi”.

Le punta l’arma contro la schiena e la spinge dentro la seconda porta.. Apre il cassetto con i soldi, sempre con la pistola rivolta verso di lei, e arraffa quello che riesce.

“Non farmi del male” – dice lei con un filo di voce.

Lui non parla. Si mette in tasca qualche mazzetta di soldi con mani tremanti. Sembra quasi abbia più paura lui.

E non si accorge che intanto lei è riuscita ad azionare l’allarme che è collegato alla centrale di polizia in modo silenzioso. Dopo pochi secondi fa partire anche la sirena che scatta e riempie un silenzio assordante.

“Vai via ! – dice lei – tra poco arrivano”.

Lui esce di corsa. Scompare.

Lei che si guarda in giro, smarrita. Chiude immediatamente la porta e si rannicchia, sul pavimento contro la parete. Respira a fatica. Prende il telefono mentre sente le sirene della polizia in lontananza.

“Sono io. Mi hanno rapinata”.

“Stai bene?”

“Si, no… non lo so.”

“Arrivo”.

Brododigallina – Ortioca

l’ultimo viaggio

Mai pensato alla tua morte, al tuo funerale?

A chi ci sarà a darti l’ultimo saluto?

In realtà non lo saprai mai. E quando ormai sei “andato”, chi c’è o non c’è poco importa, no?

E comunque penso che l’ultimo saluto non sia quello sulla tomba, secondo me.

Per me, l’ultimo saluto è un “ciao” dopo una serata, al telefono, su un sms.

E’ il bacio della buona notte. Fatto di persona. Che ci sia un mittente ma, soprattutto, un destinatario. Quello è l’ultimo saluto, prima del prossimo.

Ma al tuo funerale, l’ultimo cenno, a te non serve più.

Però mi chiedo sempre se ci saranno tante persone. Se quelli che ti conoscono avranno un ultimo minuto da dedicarti.

Io ho sempre pensato che se per la tua estrema dipartita ci sarà tanta gente, allora sei stato “un buono”. Una persona che ha lasciato la sua impronta nel mondo, che per qualcuno hai significato qualcosa e che nella tua vita terrena, qualcosa hai combinato.  

Se invece ci saranno solo le vecchiette del paese, più curiose che devote, allora forse qualche domanda dovresti fartela. Fai ancora in tempo se stai leggendo.

E ci sono persone che programmano il “tragitto” in tutti i suoi dettagli. Con la musica, i testi da leggere, chi, dove, come… tutto pianificato per tempo, stile viaggio organizzato. C’è perfino chi lascia le istruzioni su come essere vestito, le scarpe, la camicia buona, niente calze.

Mio nonno ha voluto una mia foto nel giacchino. (Grazie nonno, per questo ultimo gesto d’amore nei miei confronti)

Io sono una di quelle che, alla mia morte, “fate di me ciò che volete”.

Non mi importa se si deciderà per la cremazione, o sepoltura o imbalsamazione…. Meglio anzi, se si doneranno gli organi. Tanto non avrò più diritto di replica. E non mi importa della musica che sceglieranno. Non la sentirò.

O delle letture. Leggo ora, da viva.

Non sono una di quelle che crede che nell’aldilà ci sia “la vita eterna”, il paradiso con gli angioletti che suonano la lira, e tutti felici e contenti. O l’inferno, viceversa.

Il mio enorme cinismo mi impedisce di credere che ci sia un “Happy end” nel mio dopo.

Ma siete liberi di pensarlo voi, se volete. E forse dovrei anche un po’ invidiarvi per questa nota di positività. O di beata ignoranza.

Fatto stà che, una volta esalato l’ultimo respiro,…è fatta.

Ciaone a tutti.

Game over, come si dice. I giochi sono fatti.

Ma se ci sarà tanta gente, al mio funerale – o a quello che vorranno farne di me –  vorrà dire che, per qualcuno, ho contato qualcosa. Che forse ho lasciato un orma sulla sabbia che il mare ha risparmiato.

Vi aspetto dunque, senza tanti piagnistei, anzi. 

Organizzatevi poi, dopo i saluti, per un bel brindisi.

Usatemi come scusa, nel caso in cui vi servisse un motivo per uscire e divertirvi. Se vi servisse un motivo per alzare il bicchiere e magari anche il gomito. Perché no. Alla fine la causa è buona. E, alla faccia mia, “salute”

brododigallina.home.blog – ortioca

chiudo il cerchio

Aveva sempre lo stesso rituale.

Sveglia alle 07.00, doccia (se era di buon umore, canticchiava mentre era sotto il getto d’acqua), caffè e sigaretta. In questo ordine, tutte le mattine.

Come una preghiera, lui aveva questo cerimoniale.

Anche in vacanza. Non sgarrava mai. Non si concedeva mai il lusso di una dormitina più lunga, o di un bagno.

Dopo questi gesti, si vestiva accuratamente. Completo grigio, camicia bianca con cravatta rossa e calze dello stesso colore. Incarnava il perfetto uomo d’affari.

Era mercoledì, pronto per andare in ufficio dove, alle 09.00, aveva già una riunione di quelle barbose. Decise che avrebbe lasciato parlare il suo socio, tenendosi un po’ in disparte.

Prese l’auto di sua moglie, che era posteggiata dietro la sua, per praticità. Lei brontolava sempre quando capitava, perché, diceva, non le piaceva guidare il suo SUV.

Accese la radio e la sintonizzò sul suo solito canale. Radio 107. Musica classica. Si rilassò e guidò come un automa fino al parcheggio del suo ufficio.

Scese, chiuse l’auto con il pulsantino del telecomando che emise il solito “bip” e fece per avviarsi verso l’entrata.

Mosse qualche passo e vide per terra, quasi sotto l’auto,  un biglietto ben piegato. Lo raccolse e curiosamente lo lesse.

“A, mi manchi, ti aspetto oggi alle 13.00, Bar Sosta, tuo C.”

C, come curioso.

Sorrise di quel messaggio in codice, e si chiese chi fosse A.

Uomo? Donna? E la comunicazione era arrivata a destinazione o era stata persa prima che potesse giungere al destinatario? o alla destinataria?

Se lo mise in tasca e proseguì per il suo destino.

Durante la riunione rimise la mano in tasca, giocando con quel foglietto.

Mentalmente si accorse di pensare a tutti i suoi collaboratori che avessero A come iniziale del nome. C’era una Anna, ma aveva 62 anni, sposata e prossima alla pensione e scartò subito l’opzione.

Adele. Era una ragazzina che aveva iniziato uno stage da loro, brufolosa e timidissima. Scartò anche lei.

Andrea.

Si, lui era un candidato papabile per una tresca. Sempre a “caccia” di una preda, anche in ufficio aveva fatto gli occhi dolci a più di un’ impiegata, sempre andando in bianco. Ma lui al massimo poteva essere quello che aveva scritto il biglietto. La C.

Depennò anche lui dalla lista.

La curiosità aumentava man mano, e finita la riunione si chiese se quello era il giorno dell’ appuntamento.

Conosceva il bar, ci andava qualche volta con i clienti per bere un caffè al volo.

Decise di tentare la sorte. Chiamò la moglie per avvisarla che non sarebbe rientrato per pranzo, campando una scusa. Lei non fece storie e non chiese spiegazioni. Anzi, sembrò quasi sollevata, replicando che ne avrebbe approfittato per andare in palestra.

Si domandò poi, perché non le avesse raccontato il vero motivo del suo mancato rientro.

Pensò che sarebbe stato più facile raccontarle tutto la sera, con l’esito della sua indagine, e che ne avrebbero riso insieme.

Alle 12 e 40 guardò per l’ennesima volta l’orologio.

Si avviò verso l’uscita, dicendo alla segretaria che andava a mangiare qualcosa al volo e che sarebbe rientrato poco dopo l’una.

Arrivò al bar con 10 minuti di anticipo sul “suo” appuntamento. Si guardò intorno ma non vide nessuno che conosceva.

Chiese una birra e un’insalata e si sistemò in un tavolino un po’ appartato. Prese il giornale, non tanto per leggere le notizie, quanto per avere un “riparo”.

Sentì la porta aprirsi. Alzò lo sguardo.

Sua moglie si chiamava Angelica.

Chiuse il cerchio.

Brododigallina.home.blog – Ortioca

ho un certo peso..

Lo sapete vero, che gli uomini preferiscono le donne in carne?

Non date retta alla moda, ai social, agli influencer. La donna un po’ formosa è piacevole. Morbida da toccare.

Femminile. Curve giuste al posto giusto.

Ovvio, sto tirando l’acqua al mio mulino eh? Se fossi stata un fuscello, col cavolo che vi stavo a raccontare la storia del mago !!…

Fatto sta che, da qualche tempo a questa parte, mi guardo e mi piaccio. O meglio, non mi dispiaccio e non sono più così critica come forse lo ero una volta.

Uso la crema per le rughe, quella per la cellulite sulle cosce, quando sono in vena faccio qualche esercizio ginnico con il tappettino steso in salotto (modello Jane Fonda anni 70) vado in bici da sola o con la mia amica O. Cerco di curare l’alimentazione. Insomma, come si dice “mi tengo”.

Ad una certa età, si dovrebbe arrivare ad un punto di accettazione, o meglio, di consapevolezza.

Ci si accorge che non sono quei 2 chili in più, o quelle piccole rughe che si formano sopra il labbro ad essere importanti.

E quindi mi tolgo qualche soddisfazione, mi vizio con qualche quadratino di cioccolato quando sono triste, non mi privo di un buon bicchiere di vino se esco a cena, e quando vado a fare shopping, ho anch’ io le mie soddisfazioni.

Si, perché, per una donna che non è della taglia di Naomi Campbell, non c’è nulla di più frustrante che uscire da una boutique senza ALMENO un acquisto. (Se siete donne, so che mi capite a prescindere dalla vostra taglia !)

Lo shopping per noi donne è terapia. Anzi, è LA TERAPIA !

Di gruppo o individuale, non importa. E’ la svolta nella giornata di merda, lo squarcio di sole nel cielo plumbeo, la panna montata sul bignè alla crema.

Anche se c’è sempre una componente rischiosa, che scatena illusioni ma che può essere fatale e capovolgere tutto.

Ovvero, vedere in vetrina un vestitino che vi starebbe un amore, del giusto colore, perfetto per voi.

Entrate nel negozio con enfasi ed entusiasmo, chiedete alla commessa se “per caso” ha una 42 di quel modello e, che gran culo, è rimasta solo una 40 !!

Mentalmente cominciate a snocciolare il rosario chiamando a raccolta tutti i Santi, e rispondete con troppo ottimismo un: “ si dai, lo provo, che magari…”

E poi corsa in camerino, vi togliete tutto quello che potete, anche uno strato di pelle.

Trattenete il fiato come Enzo Maiorca, e ….cazz… tira un po’ sul seno e in vita è proprio “giusto giusto”.

Vi girate per vedere come vi stà dietro e sentite che le cuciture cederanno a breve.

Insomma, i Santi vi hanno dato picche, e rimettete il rosario in borsetta.

E so che l’avete pensato tutte: “ Non mi stà, ma proprio per un pelo. Però se faccio un pò di dieta e movimento…”

Ecco, UN PO’.

Che non vuol dire acqua e limone per 4 giorni, mattino, mezzogiorno e sera.

O bagni ghiacciati.

O ingurgitare purghe come se fossero caramelle.

Non vuol neanche dire due dita in gola dopo i pasti.

Perché il rischio di imboccare una strada senza uscita può essere fatale.

Perché poi fa paura perfino avvicinarsi ad un profiteroles, le patatine fritte sono solo un antico ricordo, e si comincia a contare hamburgher, prima di addormentarsi, come se fossero pecore.

Donne… godetevi le vostre rotondità. Che di vestiti belli ce ne sono anche della vostra misura. E gli uomini amano toccare un corpo “pieno”.

E un quadretto di cioccolato vi farà sorridere più di una taglia S.

Ve lo dice una che…ha un certo spessore !

la mia musica

Ci sono delle canzoni che sembrano fatte apposta per te. Come un vestito su misura. Che ti calza a pennello, senza nessun difetto, senza una piega sbagliata.

Che le ascolti e ti riconosci, ti ci vedi dentro. Come se l’autore sapesse di te, conoscesse la tua storia, la tua vita.

Può sembrare, di primo acchito, un po’ banale. Perché più o meno tutti hanno vissuto tragedie, perdite, amori belli, amori brutti, estati al mare, e via discorrendo.

Eppure alcune frasi, certi passaggi, è come se ti appartenessero.

Di tutte le botte che hai preso, o i sorrisi che ti sono spuntati sul viso, o le lacrime che ti hanno bagnato le guance.

E ti chiedi come è possibile che scriva proprio di te, della tua vita, che ti canti, proprio come sei…

Tu e lui, che non avete nulla da spartire, niente in comune, che avete due vite opposte, che siete magari di due generazioni diverse.

Che vi siete incontrati, si, diverse volte, ma tu sempre sotto e lui sempre sopra il palco.

Io ho un paio di queste “chicche” che mi accompagnano da parecchio.

L’autore è sempre lo stesso, e più che autore, lo definirei “poeta”. Sopranominato  il Principe. E un motivo ci sarà..

E quando le sento, parte la girandola di pensieri. Chiudo gli occhi e dico: “Si, sono io. Mi ha riconosciuta”

E queste canzoni le impari a memoria, te le canti nella testa come una nenia. E son sempre lì, in agguato.

E quando ci pensi, ti rivedi su quel ponte che cammini, per mano a tua figlia.

Su quella strada piena di tornanti, e di botte che hai dato ma soprattutto che hai preso.        

Dei tuoi occhi neri. E non vedi più niente, e più niente ti vede, e più niente ti tocca. E nessuno ti vuole per quella che sei. E l’inverno che ti si presenta e ti piega i ginocchi. E prendi un ago e ci attacchi il giorno alla notte… vedrai che domani andrà meglio. Domani cambierà.

E di quella donna grassa, che è riuscita a volare. Sparata da un cannone. E tutti che l’hanno vista attraversare il cielo, e alcuni han fatto finta di non esserci mai stati, sotto quel tendone da circo. Ma c’erano.

E lei è volata. Ci è riuscita. In barba al suo peso, al suo essere. Perché ha trovato qualcuno che le ha preso la mano e l’ha portata via. Senza chiedersi se fosse bella o brutta, non aveva importanza. L’ha portata nel suo cuore.

E di quei due compagni di viaggio, come due marinai, che non dovrebbero lasciarsi mai. Anche se gli imbarchi sono diversi.

Fanno il viaggio, senza chiedere la parola d’ordine, il codice d’ingresso al dolore, perché già si conosce.

Che buttano un soldino nel mare e lo guardano galleggiare. E si dicono “ciao” per le scale.

E di quel mazzo di carte con i quattro assi dello stesso colore, e dello zingaro che ti legge il futuro, ma sai già che è un trucco.

E di quei matti, che camminano lungo la ferrovia, contenti, con un sacchetto di plastica pieno del loro cuore…e vanno in chiesa a fumare. Fermano il traffico con la mano.

Ecco, io sono un po’ matta, un po’ marinaio, un po’ grassa.

a volte, mangio da sola

Ho imparato ad andare al cinema da sola. In vacanza da sola. A cena da sola.

Monto i mobili Ikea da sola. Li scelgo, li carico, li scarico, li assemblo. A casa ho un trapano, un decespugliatore, una scorta di birra per gratificarmi, una macchina da cucire.. e vari attrezzi come martello, seghetto, cacciaviti e affini.

Cucino per me, per il piacere di farlo. Spesso invento. La cucina è sperimentazione.

Mi è capitato di caricare la bici in auto e “sparire” per qualche giorno in solitaria.

Me lo sono imposto.

Ad un certo punto, ho preso il coraggio a due mani e mi sono lanciata.

Confesso, ci ho messo un po’. Ho fatto fatica. Avevo questa sensazione di inadeguatezza che mi avvolgeva come una coperta. In realtà erano tutte ansie e paranoie che mi facevo io.

E’ stato come buttarsi con un paracadute, che finché non si apre, non sai mai bene se atterri o ti schianti. Tranquilli, si atterra.

Una volta “partita”, sono andata come una lettera alla posta.

E che bello, essere seduta al cinema assaporare il silenzio prima dell’inizio, isolarsi e godersi la storia sullo schermo. E piangere se è il caso, o ridere. Senza vergogna.

Perché ci ho messo così tanto? Mi sono chiesta poi.

Perché bisogna sempre essere con qualcuno quasi per forza? come quelle che vedi andare in bagno in coppia, a manina.

Dobbiamo imparare a bastarci, a fare affidamento su di noi e noi sole.

A mettere a riposo l’ansia della solitudine. Che non c’è solitudine, quando si è soli.

Imparare a godersi. Che si fanno tante cose anche da soli. Cose belle.

Non rinnego l’amicizia, la compagnia, purché sia buona. E io ne ho di buone. Anzi, buonissime. So che ci sono, sanno che ci sono.

E del buon sesso. L’unica nota negativa di quest’ultimo, è che si scopre che è “buono” solo dopo averlo fatto. (Facciamo comunque una scrematura, onde evitare di essere tacciate di “ogni buca è tana”)

Un salto nel buio, insomma. Un incognita, una X.

Ma vale la pena fare il salto. Si rischia. Si prova. Poi si decide se continuare a correre o..si torna al camminare.

Cosa rischiamo in fondo? una delusione? E che sarà mai.

In confronto al rammarico o al rimpianto di non averci provato, una piccola delusione è niente. Ma anche una grande delusione è niente. Mica si muore, mica si rischia il contagio.

Vivere con il “Ah, se avessi fatto, Ah se potessi tornare indietro…” è un po’ come non aver vissuto. E con i “se” e con i “ma” si cambia il mondo eh.

E se non si prova, non si può avere nessun diritto di replica. Non è che se non assaggi il kiwi, puoi dire che non ti piace a prescindere!

Ovviamente non è tutto “rosa e fiori”. Ci sono momenti di sconforto, momenti down. Attimi in cui ti chiedi perché tu sei sempre il numero dispari quando esci in compagnia. E si, pesa. A volte è un macigno. Ma anche chi non è solo ha questi momenti, non credete…

Quindi lanciatevi, non abbiate timore. Non succede nulla, nessuno vi giudica. E se anche fosse, chi vi giudica è forse meglio di voi? Pensate che vi possa togliere il sonno una cosa del genere?

No, dormirete tranquilli. Anzi, forse anche meglio. Ve lo dice una che ci ha provato.

E ha avuto anche qualche soddisfazione…a volte inaspettatamente belle.

PS – il racconto è scritto al femminile, per praticità dell’autrice. Ma anche in versione maschile fa la sua figura !

libera

Ti lascio libera. E questo mi addolora. (*)

Ma è meno del dolore di questa vita, vissuta giocando a nascondino. Ho bisogno di salire su un altro treno, che tanto sarà comunque sbagliato, che io i treni giusti non li prendo mai. Non sono proprio capace di sceglierli.

Ho bisogno di fare un bel viaggio, anche da solo.

Di non essere più l’incastro perfetto tra un pezzo di puzzle e l’altro. Io che sono sempre stato, tra i tuoi mille impegni, il mille e uno.

Ti lascio godere della tua vecchiaia, dei tuoi nipoti, del tuo orto in giardino. Della coperta sulle gambe quando farà freddo, di una mano che stringe la tua quando ti senti sola.

Ho già pronto il tronchese, per tagliare questa catena che ci lega. Che via via si è fatta più spessa, e via via più sottile.

Torna ai tuoi affetti, da chi ti piscia intorno come un cane che marca il territorio. Che tira il guinzaglio a suo piacere e tu non abbai nemmeno più.

Ti lascio libera. E forse farà un pò male. Ma il dolore sarà breve. Come quando picchi il ginocchio contro lo spigolo del tavolo, che vedi le stelle e diventa un pò tutto nero.

Ma dura un attimo, un male che può essere terribile, breve ma intenso. Ma passa. Passa subito, sappiamo che passa.

Ti lascio andare, bella donna che sei. Non mi meriti. Io non lo merito. Mi merito un osso da leccare in santa pace. Da “ruspare” fino al midollo, nella quotidiana tranquillità.

Vai alla tua vita, bella donna, e non pensarmi. Anzi, pensami felice. Come vorresti che io fossi. E sorridi alla vita. Come io sorriderò. Al mio nuovo viaggio, ai miei nuovi incontri. E anche al tuo ricordo.

E anche se non saranno incontri belli, se le esigenze non saranno rispettate, vale la pena fare il viaggio comunque. A volte ci vogliono nuovi orizzonti, magari per apprezzare quelli “vecchi”, magari per gustarli semplicemente per come vengono.

E avrai un ricordo di me, di quel uomo che per un breve periodo ti ha fatto sentire bene.

Ma il tuo bene, adesso, viene dopo.

Dopo il mio. Ora l’ho capito.

(*) da un brano di R.0

femmine contro maschi

Avrei dovuto chiamarmi Davide.

Invece, sorpresa sorpresa, sono uscita femmina.

Inizialmente sono stata una “delusione”. Tutti che si aspettavano l’erede, il primo nipote e si fa già il colpaccio con il maschio. E invece no.

questa cosa mi è sempre rimasta un po’ dentro, di non essere un maschio.

Davide, come quello che ha sconfitto Golia

Davide, un Re di Israele.

Non proprio il primo arrivato insomma, sto Davide. Ma a prescindere dal curriculum storico, Davide era un maschio !

E nascere maschio, vi dirò, mi sarebbe proprio piaciuto.

Se fossi stata un maschio, non mi sarei fatta paranoie adolescenziali per quanto riguarda l’altezza.

A scuola, nell’ora di ginnastica, era un classico. “Mettetevi in fila, in ordine di altezza”. Io ero sempre l’ultima.

E poi sti vestitini rosa, pizzi, frizzi, e mazzi. E code di cavallo, e codini.  

E bambole come regalo, e la cucina-giocattolo con le pentoline e i mestolini…

Mai una volta che si ricevesse un trenino, una macchinina.

A parte questi dettagli infantili, ho sempre pensato che nascere maschio era solo un vantaggio.

Gli uomini, ho sempre pensato, sono dei privilegiati. Analizziamo la specie.

Gli uomini non devono depilarsi. Hai detto niente. A noi tocca. Si, ok, non è obbligatorio, ma fortemente consigliabile. E vai di ceretta. Gambe, ascelle e..lì.

Voi non sapete, cari uomini, che dolore possa essere la depilazione inguinale. Un attimo di “cielo stellato” compreso di pianeti e galassie. E per cosa ? per voi !

Voi al massimo vi fate la barba. Che poi ultimamente è stata pure sdoganata dalla moda “Hipster style” e quindi potete anche permettervi di soprassedere anche su questa.

Poi c’è il parto. Gioia infinita eh? ci mancherebbe. Ma per arrivarci ci “disfiamo”. Ingrassiamo come se ce ne fosse bisogno, stravolgiamo il nostro corpo, gli ormoni ci remano contro e lo sbalzo d’umore è in agguato ogni tre per due. E giù di pianti come se non ci fosse un domani.

Parliamo pure del perenne stato di “dieta” che ne consegue. Sempre a litigare con la voglia di patatine fritte, hamburger, torte e cioccolato. Mentre l’uomo può permettersi un accenno di pancia e anche oltre, noi battagliamo quotidianamente con la bilancia.

E voi maschi guadagnate di più.  

Non sono per niente femminista, badate bene, ma diciamolo, i maschi fanno a gara a chi piscia più lontano. Possono farlo dove vogliono, senza troppi fastidi. Noi invece sempre sedute. Difficile che ci vedete dietro un muretto o una siepe.

E poi, fate gli spacconi con il numero di “conquiste”, tra di voi. La famosa tacca sul fucile. E se vi fate la segretaria siete pure osannati. Noi se abbiamo avuto più di 4, 5 relazioni siamo “bollate”.

Insomma, essere femmina è dura. Portarsi in giro ste due angurie, meloni, pesche, acini d’uva che abbiamo sul petto può essere un malessere (ognuna scelga pure la taglia di frutta che fa al caso ) e non ci sono mai i vestiti che ci piacciono, della nostra taglia. Troppo corti, stretti, grandi (raro)

Noi, sempre con la borsetta piena di oggetti che servono più a voi che a noi ( cara, ce l’hai un fazzoletto ? un cerotto ? un cacciavite a stella ?  il kit per riparare la camera d’aria della bici ?)

Noi, che facciamo un filetto al pepe verde con verdure al vapore e salsa allo zenzero, seguito da crostata di mele cotogne e panna montata e abbiamo appena appena cucinato, Voi che fate un uovo bollito e siete grandi chef.

E vi ho graziato, tralasciando di menzionare il ciclo mensile.

Insomma… c’è un maschio che vuol far cambio ?? giusto un paio di giorni, per provare il brivido di farla contro il muro, di ruttare dopo un sorso di birra, di sedersi con le gambe larghe, di guardare una partita di calcio senza sentirsi dire “ tanto non capisci niente…”

Nessuno eh ? Come immaginavo…..

Mi chiamo Nemo

No, non il pesciolino rosso portato in audge dalla Walt Disney.

Io sono il nome che Ulisse si è dato per ingannare Polifemo. Ci vedeva lungo questo Ulisse.

Nemo, dal latino, nessuno.

E’ un bel nome, Nemo, scivola bene.

Ricco di significato storico, trovo sia, tra le altre cose, un bel nomignolo.

Quasi un vezzeggiativo, di quelli che si appioppano le coppie, avete presente?

Meglio del inflazionato “Amore”. Declinato in tutte le sue forme:

Am, Amo, Amò, More. (quest’ultimo sa tanto di marmellata eh ? )

o dei vari “Micio, Cucciolo, Tigrotto, Topino” e tutta la fauna che ne segue.

Meglio anche dei vari “Ciccia, (da decidere se con una o due C) Pucci, Gnagni, ect ect.

Ma, a prescindere, mi piace pensare che dietro questi nomignoli ci sia una storia. Un profumo di intimità che solo i protagonisti conoscono. Noi non possiamo sapere perché lui chiama lei “Nuci”. O lei chiama lui “ Duca”.

C’è sicuramente un significato, una storia. Un legame che và oltre il banale nome di battesimo. Che cela un episodio, un evento che segna un inizio. Non necessariamente una storia d’amore.

Anche io ho avuto e ho dato appellativi a persone che mi sono state vicine, o che lo sono tutt’ora, che hanno un certo peso nella mia vita. Mai banali. Ci vuole un tocco di originale anticonformismo anche nella scelta di un “nick name”.

C’è da dire però, che il banale “cicci”, salva. Salva sempre.

Il “cicci” calza a pennello. Va bene per entrambi i sessi, dà quel tocco di affettuoso rapporto che ai più può sembrare magari confidenziale e tenero.

In realtà il “cicci” serve da paravento. Con il “cicci” non si sbaglia mai. Non ti puoi confondere se chiami tutti cosi. Tutti sono un “cicci” o una “cicci” di qualcuno.

Perché capita, a volte, di non essere concentrato sulla persona con cui stai dialogando e ti scappa un nome sbagliato. (statisticamente è provato che sono gli uomini a sbagliare maggiormente e a cadere in “fallo”)

E allora son guai.
Ci sono due possibili scenari.

Il primo è: “Chi cazzo è questa Sofia ??!!” (sottolineando il fatto che tu ti chiami Giulia !)

Detto con una tonalità di due note più alte del normale e un volume che rasenta il grido.

E lì hai un nano secondo, ma anche meno,  per inventarti una scusa che non risulterà MAI plausibile, che non ti capaciti nemmeno tu di come cazzo fare ad arrampicarti sul classico vetro senza scivolare, e mentre farfugli frasi senza senso, ti rendi conto di aver scatenato un inferno. Abbassi il capo chino e sei pronto per la gogna.

Il secondo scenario è : “Sai Sofia… no scusa, Giulia…bla bla bla” e tu, da signora “incassi” il colpo, accenni appena appena ad un occhiata interrogativa, fai finta di nulla, e lo lasci comunque continuare.

Mentre in realtà uno Tsumani monta dallo stomaco e lo senti che arriva alla gola. Come se, con una mazza da baseball, ti arrivasse il colpo fatale dietro la nuca, tra capo e collo.

E hai questo senso di smarrimento che si impossessa di te, e ti chiedi come sia possibile che tu, una Giulia, possa venir scambiata per una Sofia qualsiasi.

E passi le ore successive e anche la notte a chiederti non tanto chi sia questa Sofia o Maria o Paola… ma chi sei tu.

Elabori di nuovo tutta la scena, cerchi un appiglio che possa darti giustificazione, un indizio che ti riporti lo stomaco ad un assetto normale. Non lo trovi.

Solo il tempo ti darà modo di “sorvolare” su questa buccia di banana che per un attimo, lungo una vita, sembra essere fatale.

Pensateci uomini, perché è un attimo giocarsi una storia. Perché per la donna, essere chiamata con un altro nome è un colpo mortale.

Soprattutto se si è appena usciti dal suo letto.

Nemo.. ci vedeva lungo il sagace Ulisse.

biscotti…

Avevano fissato l’appuntamento per venerdì.

Non era un vero e proprio appuntamento. Era un “vediamoci e vediamo come va’ ”.

Che frase del cazzo. Come vuoi che vada a finire? In fondo al corridoio, dopo il bagno, sulla destra!

Si erano scambiati il numero di telefono “per restare in contatto” e da lì era partita tutta una sfilza di messaggini divertenti, ambigui e un po’ giocosi.

Così, non si sa più chi, aveva fissato un incontro per venerdì.

In realtà era stato lui.

Se l’era lavorata ai fianchi, velatamente insistente, con un misto di accattivante ambiguità e di consapevolezza. Sempre con quel modo di fare che manco te ne accorgi e, tempo zero, arrivi dove vuole portarti, e senza rendertene conto dici “si” e subito dopo scatta il mentale …”ma come … cazz..??”

Dopo un tira e molla durato diversi giorni, lei aveva ceduto e si erano accordati per una pizza che avrebbe portato lui, a casa di lei, che ancora non si capacitava di come erano arrivati fin li.

Si disse, consolandosi che almeno non avrebbe dovuto sfoggiare le sue doti da “casalinga-che-cucina-cenettina-perfettina”

Due adulti, che nella parte più recondita delle loro menti, sono perfettamente coscienti di come andrà a finire quando si innescano certi meccanismi, e gli ormoni cominciano a vibrare.

In realtà lei puntava per un incontro in “campo neutro” … Poi si era detta che non c’era, in fondo, nulla di male. Senza impegno, tante chiacchiere e sicuramente tante risate. In fondo erano due adulti che se la sarebbero raccontata in memoria dei tempi andati.

La pizza sarebbe stata l’ideale. Non avrebbe nemmeno sporcato le padelle. Ci avrebbe messo due birre di suo. Rigorosamente bevute dalla bottiglia, che si risparmiava anche sui due bicchieri da lavare.

Nei giorni  precedenti l’incontro si tennero assiduamente in contatto, pregustando la serata con fantasie, risate, confidenze, peggio che due liceali che si preparano all’uscita per il ballo di fine anno.


Mercoledì sera lei è in vasca da bagno. Si coccola con tanta schiuma, impacco per i capelli, libro d’ordinanza e telefono a portata di mano. Si pregusta già la coccola con la crema per il corpo dopo il bagno caldo, s’infilerà il pigiama, i calzettoni e via di divano.

Arriva un “bip”

“Ma… tipo se passo con un pacchetto di biscotti, me lo fai un caffè?”

“Con i biscotti, ci sta bene un tè J”

“ Tra venti minuti?”

“Ma..adesso dici?”

“Si”

Scatta la modalità “ OK, PANIC…OK, PANIC” a luci intermittenti rosse con sirena.

E si va di imprecazione, cazzo… capelli bagnati, merda, la casa è un bordello!! pensieri che partono in diverse direzioni. Scatta in piedi con conseguente allagamento del bagno.

Prende tempo…la scritta appare di nuovo nella sua mente “OK, PANIC…OK, PANIC”

“sono in vasca da bagno…facciamo tra 30 minuti?”

“oookkkk”

Si asciuga veloce, e nel mentre raccoglie vestiti che butta letteralmente nel locale che funge da “nascondiglio-salvezza di tutti i peccati”. Tutte le case dovrebbero averne uno così. Case da donna intendo.

Asciuga i capelli e parte un altro “cazzo, non mi sono neanche depilata!”

“Non importa, respira, solo tè e biscotti, respira….null’altro” (cazz…cazz…cazz..)

Si accorge di non aver nemmeno rifatto il letto, nasconde gli avanzi della colazione che sono ancora nel lavello, in lavastoviglie, si mette una goccia di profumo e, al volo, un paio di pantaloni da “casa” e una maglia.

Suono del campanello.

Biscotti…? Si certo. In fondo al corridoio, dopo il bagno, sulla destra!

no !

La risposta è sempre la stessa.

La domanda è sempre uguale.

Mi sposi ? NO !

No, non ti sposo.

Posso amarti.

Forse. Esserti amica. Ma non ti sposo.

Possiamo condividere dei momenti, il letto, l’auto (che fa tanto “social”). Anche il bagno magari, non sempre però. Ma in vasca ci stiamo in due.

E forse anche il divano.

Forse, perché il divano è territorio mio e sono molto gelosa. Ma potrei fare un eccezione.

Gli amici. Quelli nuovi miei, quelli nuovi tuoi. Possiamo averli in comune.

E spartirci una pizza. Possiamo anche fare un viaggio insieme. Tenere un cane (no, niente gatti) e andare a pranzo da tua madre che fa le lasagne buonissime.

Potrei anche spartire le birre con i tuoi amici, mentre guardate la partita alla tele, anche se io tengo all’altra squadra. E lavare i piatti anche quando è il tuo turno.

E chiamare il tuo datore di lavoro, una mattina, al posto tuo, per dirgli che oggi non vai in ufficio perché non stai troppo bene, e invece stai da Dio e si sta tutto il giorno sotto le coperte a farci un po’ di coccole, a mangiar biscotti e a fare la lotta. Che tanto vinco io. Vinco sempre io.

Potrei farlo.

Potrei volerti bene, anche se lasci il dentifricio spalmato nel lavandino, se ascolti musica metal, e anche se a volte non mi capisci al volo come vorrei. Non importa. Posso prendermi il tempo di spiegarti. Questo posso farlo, si, lo farei. Spiegare è importante, comprendere molto di più.

E sopporterei anche che il fatto che tu ti possa dimenticare di portami dei fiori per il mio compleanno, e che per sbaglio ti mangi il mio cioccolato preferito che tenevo per le occasioni di down, nascosto nella credenza, dietro il caffè.

Ma la risposta è sempre la stessa. Per tutto il tempo e tutte le volte che vorrai.

Sempre per la stessa domanda.

NO.

Mettiti l’anima in pace, rilassati, o rassegnati. Come preferisci.

So che brami di una cena a lume di candela, di musica romantica. Che vorresti inginocchiarti in mezzo al locale e fare una proposta trionfale. Con la tua bella scatolina di velluto blu, che la apri e ci si scopre un luccichio che ti abbaglia. E tutti intorno che trattengono il fiato in attesa della risposta e poi…vai di applausi generali.

Non ti sposo. Ma non perché sei tu.

E’ perché sono io.

alle donne

Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa meravigliosa in assoluto è una donna in rinascita.

Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta. Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna.


Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede, anche se non vuole. Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo che ti fa la morte o la malattia.


Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è un esame, peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare. Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai. E sei tu che lo fai durare.

Parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci, con un uomo.

Che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non flirti con nessuno perché hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.

Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare, che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto. Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa. Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre: “Io sto bene così. Sto bene così, sto meglio così”.

E il cielo si abbassa di un altro palmo. Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato Natali e Pasqua. In quell’ uomo ci hai buttato dentro l’anima ed è passato tanto tempo, e ne hai buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.


Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento. Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo lavoro, nella tua solitudine. Ed è stata crisi, e hai pianto. Dio quanto piangete! Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro, sul motorino. Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.

E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore, perché l’aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate, ragazze! Lacrime e parole.


Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei metri che dia un senso al tuo dolore. “Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?” Se lo sono chiesto tutte.

E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due, a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi? E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai.

Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto che la trascinerà sempre avanti. Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma per la tua nuova te. Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti a te stessa. Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa. Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente. Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta, è come un diesel. Parte piano, bisogna insistere.


Ma quando va, va in corsa. E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande. Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore delle tende o dal taglio di capelli. Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.

Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il cantiere è aperto, stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto per noi stesse”.


Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per sé stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l’aspetti…

Non sono buona.

In questi giorni, sotto le feste, i film di Natale si sprecano. Anzi, cominciano già verso metà novembre.

Babbo Natale di qui, biscotti di là…

Insomma, per chi non ha lo spirito Natalizio è..un supplizio.

Diciamocelo, non è che solo in questi giorni si deve scoppiare di gioia e felicità, si devono mangiare i dolci e bere cioccolata, ma soprattutto,  ….

NON E’ VERO CHE SI TROVA L’AMORE SOTTO L’ALBERO !

Ma neanche a scavare dove ci sono le radici neh ? Mettetevi l’anima in pace o voi single di tutto il mondo. Sono tutte bufale. Anzi, per stare al passo con i tempi, sono FAKE NEWS !

Che sto vischio, appeso allo stipite della porta, ci sta un po’ sul cazz… e in caso vi venisse la malsana idea, costa pure un rene !


E se per caso vi capita di passarci sotto, state tranquille che in zona c’è solo la vecchia zia che si lamenta perchè in casa fa freddo ! Altro che bacio…

E tutte ste luci, con l’inquinamento luminoso, vogliamo parlarne?

Enei film poi, bambini bravissimi, che ubbidiscono al volo, e nonne che fanno dei dolci perfetti, da regalare ai vicini perfetti, che sono cosi carini e si va tutti d’amore e d’accordo, e canzoni in tema per le strade, e case meravigliose con bei giardini curati.

E per ultimo, ma non ultimo….il solito gran STRA- FIGO, giovane, bello, alto, spesso pure ricco e ovviamente LIBERO (!) che s’ innamora di lei tempo zero…. E questa che fa ? se la tira !  fa pure la difficile !

E BASTAAAA.

Eravamo partiti così bene con Scrooge, vecchio, scorbutico, che odiava tutti e tutto, che si rifugiava nella sua casa fredda e buia, che non faceva torte, alberi, nessuna decorazione, niente campanellini che suonano…

Ho pensato…forse sto giro ce la facciamo. Forse forse, è la volta buona.

E invece no ! Ecco che arriva la fregatura sul finale. Si redime pure lui !  Ricapitola su tutto.

Allora ci ho riprovato. Ri-sperato.

Con il Grinch. Avevo riposto tutte le mie aspettative in questo mostriciattolo verde, solitario, che si faceva gli affari suoi in cima alla montagna. Ci credevo ardentemente, tifavo “Grinch ! Resisti !”

Macchè !  La solita “bella” bambina, che non si fa gli affari suoi, se lo intorta su un po’, e via… ci casca pure lui ! Cede meramente alla tradizione. Si piega al buonismo e ai biscotti di cannella. Niente da fare ! Happy end anche sto giro !

Ora, intendiamoci, l’albero lo faccio pure io eh? Più che altro perché, fondamentalmente, ho una vena artistica e devo sfogarla.

Ma evito accuratamente le radici (e in caso, non scavo! MAI, MAI SCAVARE !! )

Non appendo il vischio, per sicurezza.

E i biscotti, o li brucio o li mangio.

Si. Sono il Grinch dei tempi nostri.

Lo Scrooge che non sogna nè di Natali passati nè di quelli futuri.

L’unica cosa che salvo di questo periodo, è la neve.

Su quella ho solo parole di elogio.

Io leggo

Sempre, tanto. Quasi tutto.

Il libro.
che invenzione meravigliosa.

Guardare una persona che cena da sola, che dopo aver mangiato mette un libro sul tavolo e sorseggiando un bicchiere di vino, legge, è una fotografia.

E quando la guardi non la vedi sola.
La vedi sognante.
e un pò la invidi magari.

Forse ti chiedi con chi sta ballando, con chi piange, chi ucciderà o se verrà uccisa…sarà stato il maggiordomo ?
Povero maggiordomo.
sfatiamo questo luogo comune e salviamolo questo povero servitore

La mia amica S., che sa, mi ha regalato un libro di poesie.
Due, in realtà.

Dice: ” sei una delle poche persone a cui riesco ancora a regalare un libro di poesie e so che lo apprezzerai”.

In realtà non ha detto “regalare”.
Ha usato un verbo tipo “appioppare, infognare, ingerlare su”.
Simpatica la mia amica S., mi conosce e mi vuole bene.
E io ne voglio a lei.

E ha ragione.
Io sono onnivora.
Leggo di tutto.


Mi ostino a non voler scaricare libri su questi nuovi apparecchi tablet, kindle, e via discorrendo.

Sono comodi, stanno in borsa, pesano poco. Vero.
Tutto vero.

Antica, mi dicono.
E’ bellissimo essere antica.
Non vecchia, badate bene.
Ma antica.
Trovo sia una bella parola…antica, suona bene.
Me la metto addosso come una coperta.

E il profumo della carta, il suono che senti quando giri la pagina, alzi gli occhi appena un attimo, prendi fiato prima di tuffarti di nuovo nel tuo mondo, è impagabile.

Il libro è conoscenza.
Leggere lo è. E’ imparare.
Mi ricordo di un insegnante delle medie che mi ha fatto amare la lettura ( grazie Beatrice B.) e di conseguenza lo scrivere.

Leggete, diceva. Ora so perchè.

Perchè per un attimo, proprio mentre stai assaporando la storia, ci sei dentro, ci sguazzi,
per un piccolissimo attimo,
puoi non essere quello che sei.

Non essere.
non essere nessuno.

Solo un fruscio di pagina che si gira.

la gallina

La Gallina, non è un animale, intelligente. Lo si capisce, da come guarda la gente.

(so che se sta leggendo, una mia amica se la sta anche cantando…)

Recitava così una vecchia canzone di Cochi e Renato. Mi è sempre piaciuta, il ritmo, il sarcasmo.

Ma non sono mai stata troppo convinta della veridicità della cosa.

Ci sono animali che meritano il titolo molto più che la gallina. Mi viene in mente l’oca, parente diretta della suddetta, ma anche l’asino, il coyote di bip bip,  e farei rientrare nella categoria anche qualche umano….

Insomma, la gallina ha il suo perché.

Animale pennuto di una certa classe, la vedete che cammina ben ritta, con una certa classe, il collo eretto, che oscilla avanti e indietro, come se tenesse il tempo, con fare maestoso, come si addice ad una First Lady.

Anni e anni di prove di comportamento, lezioni di bon ton, ore e ore di ripetizioni sullo stile e le buone maniere, da usare in questa o quella occasione.

(d’altra parte, la gallina è la compagna ufficiale – e sottolineo ufficiale – del Re del pollaio, vorrà ben dir qualcosa no?…)

Ricopre il suo ruolo senza disturbare con urlate assurde, ad orari impossibili, contrariamente al suo compagno, che pure se ne fa vanto.

Una manciata di granaglie e qualche verme ed è nutrita. Non vola, cammina leggera, con le sue zampettine, quasi avesse un tacco 12 e a una certa ora si ritira di buon grado nel suo gabbiotto.

Da qualche anno a questa parte, è uno dei miei desideri. Avere un bel orticello e due o tre galline che scorrazzano in giro.

Ognuna con il suo bel nome proprio, Carla, Agata, Irma. Nomi antichi ma di un certo spessore.

Da chiacchierarci quando sono in giardino a raccogliere le zucchine. Perché con le galline si può parlare. Mantengono sicuro ogni segreto. E ascoltano.

Discreta, la gallina si muove composta, fa il suo dovere e cova. Uova fresche da bere crude, come si faceva una volta. Uova sbattute con lo zucchero, che fanno quella spuma che ti si appiccica sulle labbra. La “resümada” che mi faceva mia nonna.. che delizia.

E poi volete mettere un buon brodo di gallina, di quelle nostrane, cresciute nei nostri orti, in liberà. Ma per il brodo bisogna aspettare che la gallina abbia già qualche anno sulle spalle ( ali..ops)

Perché altrimenti il detto “gallina vecchia fa buon brodo” viene a cadere, e crollano tutta una serie di miti e leggende.

Quel buon brodo che aggiusta tutto, anche se non hai nulla da aggiustare. Che ti calma l’anima. Che ti riscalda meglio di un pigiama di flanella.

E della gallina non si butta via quasi nulla. E’ un pò come il maiale.

Mi ricordo che una volta il bollito di gallina era il pranzo della festa. E poi con il brodo via di risotti, minestre, e per ultimo se ne teneva una tazzina da allungare con un po’ di vino, da bere ben caldo. Cosi mi ha insegnato mio nonno.

E poi la gallina non chiede coccole, attenzioni particolari, vive in totale menefreghismo. Mai sentito una volta una gallina lamentarsi, vantare qualche pretesa, invocare i sindacati.

E di quelle uova gallate poi, ne vogliamo parlare ?

 ( se non sai cosa vuol dire “gallato”, vai su un motore di ricerca e arricchisciti. Google aiuta sempre. Ti ricorderai poi per sempre del significato perché l’hai letto e potrai mostrarti “dotto” nel qual caso ti si presentasse l’occasione di usare la parola in un qualsiasi contesto “animalesco”. Farai un figurone !)

Quei teneri e buffi pulcini che pigolano nel loro piumaggio color sole.

La gallina…non sarà intelligente, ma ha un suo perché.

E poi è anche il titolo del mio blog… meglio di cosi.

Ma…

“Ma vaffanculo”

A volte lo si dovrebbe proprio dire.

Anzi, non dire. Gridarlo, urlarlo al mondo. Perché detto così, senza enfasi, potrebbe passare inosservato e risultare poco efficace. Mentre se lo si rigurgita, magari rivolto a qualcuno, beh..è soddisfazione allo stato puro.

Perché in certe occasioni, in certi momenti non puoi proprio dire altro. E’ l’unica parola che ci sta.

Lì, in quel preciso attimo, in quel istante che il mondo ti concede, altro non si può palesare.

Un bel “ma vaffa” liberatorio, uno di quelli che partono direttamente dallo stomaco che montano su fino alla gola, e che invece di ingoiarlo, come un rospo, lo sputi.

A pieni polmoni. Come vomito dopo una sbronza. Come un colpo di tosse che non si può trattenere. Uno starnuto.

Che per quei due minuti seguenti, forse anche cinque, ti senti un’altra persona. Quasi migliore.

E anche un po’ vincente sulla vita. Come Rocky, in cima alle scale, che grida:                       “ADRIANAAAA” . Si, ti senti così, il Rocky “de noi altri”.

E vaffanculo.

Che a volte è appena appena sufficiente. Per districare i nervi che sono un ginepraio. Per girare la pagina. Per sciogliere quel nodo intestinale che ti chiude qualsiasi via di alimentazione e altra comunicazione possibile.

Se poi, dopo il vaffa, ci mettiamo anche un bel “merda”, può essere che se ne possa giovare maggiormente. Più intensamente.

Non è questione di volgarità, è proprio una faccenda che rasenta il bisogno fisico, diventa quasi impellente.

Il vaffa, se detto bene, ha il suo perché.

Non metto foto, per questo breve racconto. Un vaffa è di per se già esaustivo di suo, non serve nessun tipo di suggerimento visivo.

Per contro, vi invito ad accertarvi personalmente di quanto sia benefico il “vaffa”.

Poi ditemi.

Guardami

Guardami negli occhi.

Guardami, e dimmi cosa vedi.

Se vedi le cicatrici che ho sul cuore. Rattoppato. Se vedi il muro che ci ho costruito intorno. Per difendermi da altre ferite, dalle mazzate che ho ricevuto.

Guardami e dimmi se vedi il pianto, che ho versato per qualcuno che se né andato. Che mi ha lasciata, da sola, senza neanche darmi una spiegazione. Che ha chiuso la porta ed è uscito per comperare le famose sigarette, e non è più tornato.

O quello per qualcuno che è arrivato. Desiderato, aspettato. Tanto sognato.

E il pianto, felice, per le risate che abbiamo fatto con le amiche, di quelle che ti fanno male allo stomaco e ti manca il fiato.

E per quel film, che conosci a memoria ma che ogni volta ti emoziona e fa scorrere sulla guancia una lacrima. Che la senti scendere e non te ne curi…la lasci scivolare come una carezza.

Guarda bene, fino in fondo. Se vedi la solitudine di serate passate sul divano in attesa del nulla. Del sonno che speri arrivi presto, che spegne tutto e ti dà un pò di pace, di tregua, dai pensieri.

E di quelle sere, che esci e non vorresti più tornare a casa mai. Perché casa, a volte, vuol dire prigione, e non sempre trovi la chiave per avere l’ora d’aria.

E se vedi i miei ricordi e i miei sogni.

Se insieme al colore del cielo, nei miei occhi vedi anche il nero della disperazione, o il rosso, del fuoco che brucia, o il giallo del sole. E dei colori, tutti, che a volte sono sbiaditi a volte limpidi e intensi.

Guardami, guardami fino in fondo all’anima e ritorno. E dimmi cosa vedi.

Raccontami, che riesci a vedere la mia fragilità, le mie debolezze mascherate.

Se vedi l’attesa di una carezza, di un abbraccio.

E che ora, mentre mi guardi, riesci a vedere nei miei occhi, i tuoi.

Vedi il tuo cuore, con le sue cicatrici, rattoppato. Vedi il tuo muro che hai costruito intorno. Per difenderti da tutte quelle mazzate che hai ricevuto.

E il tuo pianto per chi ti ha lasciato, e per chi è arrivato. E per le risate, per il film che ti tocca il cuore. E i ricordi e i sogni, e i colori tutti.

E le tue paure, le tue fragilità. Le debolezze che nascondi.

Guardami. I tuoi occhi.

E non barare. Non puoi.

Tacco 12

Non era capace di camminare con i tacchi, ma quanto le piacevano!

Tempo addietro, aveva comperato un paio di scarpe rosse, con la punta, tacco 12. Di un bel rosso magenta. Ogni donna dovrebbe averne un paio cosi nell’armadio.

Lei non faceva eccezione e per quelle scarpe aveva fatto una pazzia. Si era più volte detta che, al momento dell’acquisto, non doveva essere al 100.

Le metteva in casa. Faceva qualche passo incerto davanti allo specchio, poi sconsolata le toglieva e le rimetteva a posto.

Era comunque bello saperle li.

Già alta di suo, non poteva permettersi scarpe cosi. Non tanto per la spesa che comunque era stata importante, ma perché, a piedi nudi, faceva quasi 1.80 figuriamoci con un + 12.

Però le piaceva sognare.

Di camminare con passo sicuro e slanciato, come fanno le modelle, con lo sguardo fisso come se nulla e nessuno potesse distrarle dal loro andare.

Le aveva messe una sera con le amiche, cedendo.

Avevano organizzato “seratina” e il tema era “tacco per attacco”. Non che ci fosse sempre un tema, ma quella sera non si sa più chi, aveva dettato le condizioni. E tutte avevano approvato con l’entusiasmo delle principianti.

Già qualche giorno prima si “allenava” alla camminata.

Avanti e indietro, avanti e indietro. Corridoio, cucina, bagno. Camera, bagno, cucina. I suoi vicini l’avrebbero odiata per tutto quel “ticchettio” che faceva.

Si era preparata attentamente per l’uscita. Tubino nero fino al ginocchio, giacchino, e le famose scarpe rosse, tacco 12.

Per guidare le aveva tolte. Un po’ perché era impensabile farlo con quelle scarpe, un po’ perché aveva paura di rovinarle con i pedali e sarebbe stato un vero peccato.

Prima di scendere dal auto le aveva rinfilate. A passo incerto aveva percorso il vialetto che conduceva al luogo del ritrovo.

Trovando appiglio al bancone del bar, ci si attaccò come una patella allo scoglio, riprese “fiato” e si ricompose dandosi una parvenza di postura sicura, come se per tutta la sua vita non avesse fatto altro che incedere con scarpe simili.

Alcune erano già arrivate, altre poco dopo.

Tutte fecero apprezzamenti alla scarpa modello  ”belissime, ma cattive !” ma soprattutto al coraggio di indossarle.

Cenarono ridendo di tutto e di nulla, con qualche riferimento alle scarpe di questa e di quella.  Senza menzionare mai che, in realtà, non erano per niente comode, che il piede cominciava a trasformarsi in salciccia e che, di nascosto, sotto il tavolo, a turno se le toglievano per far sgranchire le dita.

Il problema era che poi rimetterle risultava una vera tortura, pari ad alcune tecniche usate per far parlare i prigionieri o le spie.

Fine serata, ora di alzarsi dal tavolo.

Fatica.

Si traballa. Un po’ per le scarpe, un po’ per il vino. E con disinvoltura ci si appoggia qua e là, alla sedia, al bancone, alla maniglia della porta per uscire.

Piano piano si guadagna la strada. Ci si avvia barcollando come delle ubriache verso l’auto, agognando la seduta per sfilare questi mostruosi strumenti da patimento e riconquistare la libertà.

Un passo, due.. volteggio con salto carpiato, doppio avvitamento, pliè, jeté à la seconde per poi chiudere con una …rovinosa caduta a terra !

Bilancio della serata: scarpe da buttare, caviglia a riposo con ghiaccio per almeno 10 giorni, e gran figura di merda!

Facciamo due chiacchiere ?

Ho un amica che il testo lo prende decisamente alla lettera.

Cioè, se si dice facciamo due chiacchiere, son due!

Idem per il “facciamo quattro passi, beviamo un sorso, una manciata di noci… e via discorrendo.

Insomma di quelle persone che il “preciso” è:  PRE-CI-SO !

Siamo state parecchie volte in vacanza insieme, io con la mia famiglia, lei con la sua. Specifichiamo che ci conosciamo da …urca, da tanto.

E che ci siamo sempre frequentate. A volte spesso, a volte meno. Ma è una di quelle amicizie che resta anche a dispetto della distanza, degli anni che passano, della vita in generale che uno si crea. Figli della stessa età quindi ci si incastrava bene.

Cosi amiche che quello che diceva una, era lo stesso per l’altra. (mi ricordo che si diceva entrambe ai nostri figli “ quello che dice mamma X. è come se lo dicessi io, e vice-versa)

Tanto simili che tra di noi ci chiamiamo “sorella” senza che ci sia nessun legame di parentela, ancora oggi.

Beh, ora ve ne racconto una.

Partenza per le vacanze estive. Auto cariche, bimbi nei seggiolini, uomini alla guida, donne co-pilota. Direzione, se non ricordo male, Croazia.

Per farla breve, la tipica vacanza di due famiglie che vanno d’accordo, senza troppe pretese e una buona intesa.

Appartamento in posizione strategica, tempo bellissimo, mare che ..neanche da dire.

Bimbi che si divertono, uomini che non rompono, e noi come da copione, ovvero: bagni di sole, libro e spiaggia.

Fatto sta che per rescindere un po’ questa monotonia da vita di mare, gli uomini decidono di fare un uscita “extra muros” e organizzano una giornata tra di loro.

Quindi pranzo al sacco che io preparo per il mio, lei per il suo, costume da bagno, crema solare, bottiglia di acqua (una a testa) e scarpe da montagna.

Partenza all’alba alla scoperta del isola misteriosa. Praticamente non li vediamo più fino a sera.

Dal canto nostro, passiamo una bella giornata sulla spiaggia, con i bimbi che giocano con altri bimbi, e noi che “diacoliamo” come solo due donne sanno fare.

(“diacolare” termine coniato da non so più chi, dei nostri amici comuni, che nello specifico significa = dialogare, spettegolare, attività tipicamente femminile)

Verso le 21.00 i due “men” rientrano stanchi, abbronzati, ma forse più rossi che altro, e uno dei due leggermente alterato.

Visto che l’uomo in questione è il suo, parte un “ Caro…cosa è successo ?”

Risposta : “ ma secondo te, se ti chiedo di prepararmi un paio di panini con il prosciutto…ti pare che ci metti UNA fetta di prosciutto a sandwich ??”

E di tutto rimando, la mia amica risponde:

 “va beh dai, vieni che ti faccio DUE spaghi “

La mia amica è precisa. Ma proprio PRE-CI-SA !

l’ora del Tè

Conosce l’orario di partenza ma non quello del ritorno. Dipende tutto da come si sarebbe svolta la giornata di lavoro.

Appuntamento quindi di buon mattino, molto presto. Avrebbero preso, lui e due altri colleghi, quello delle 05.38 alla stazione, binario 2, direzione nord.

Siccome era uno preciso, decise di pernottare in loco, in un alberghetto presso la stazione, in modo da poter essere “fresco e riposato” per la grande avventura il giorno seguente.

Era piuttosto eccitato, o agitato, ancora non aveva deciso. Non capita tutti i giorni di poter partecipare ad un avventura cosi. 

“Meglio del sesso”, si disse. (ma su questo lascio il beneficio del dubbio, perché forse avrei da ridire, anzi sicuramente !)

Al momento della riservazione della camera, specifica al gestore dell’albergo che la sveglia sarà all’alba, che ha bisogno della colazione in orario “da panettiere” e chiede se gentilmente, insieme al caffè e a una buona fetta di pane e burro, possono cortesemente riempirgli il thermos di tè in modo da poterselo portare nello zaino durante la “gita”. Nessun problema.

Chiede quindi alla ragazza (carina ma ancora un po’ assonnata) che gli serve la colazione di riempirgli il thermos. Cosa che prontamente viene eseguita con la clausola che “il thermos è meglio che lo chiuda lei perché io non mi fido tanto di questi “cosi” e non vorrei che poi perdesse e si allagasse tutto”. E cosi procede e il contenitore viene ben chiuso, con la sua valvola e il coperchio che all’occorrenza funge anche da bicchiere.

Si porta nello zaino, insieme al tè, anche una torta, uno di quei “cake” belli stopposi. Da dividere insieme ai due suoi compagni di viaggio. “Farò un figurone con la torta” pensa. Non se l’aspettano e di sicuro farà piacere.

All’orario previsto si trovano davanti al binario, controllano di nuovo il biglietto con il numero della carrozza. Sembrano 3 pellegrini che affrontano il cammino di Santiago de Compostela.

Anzi, meglio del cammino. Sempre per quella questione di sesso che si diceva prima.

Salgono nel loro compartimento, e siedono nei posti prenotati.

Fanno un ripasso del materiale nei rispettivi zaini.

Thermos, telefono, chiavi di casa, blocco per prendere appunti, fazzoletti se cola il naso, cuffia di lana se fa freddo, guanti per lo stesso motivo della cuffia.

Una sciarpa, calze di “riserva” per chi soffre il freddo ai piedi.

Partenza puntuale, come si confà ad un treno Svizzero. Si mettono comodi. E chiacchierano del più, del meno, del tempo.

Affrontano una galleria. Sembra di essere in miniera, nel buio profondo della montagna ma in realtà sono comodamente seduti e guardano ogni tanto fuori dal finestrino tirando ad indovinare dove sono.

Siccome il viaggio si prospetta lungo, a metà del percorso, si decide per una “pausa” sita tra la colazione e il pranzo. La carrozza è deserta e non ci sono altri passeggeri.

Cosi i tre compagni di viaggio, organizzati di tutto punto, aprono il tavolino che divide le due fila di sedili e ognuno toglie dal proprio zaino i viveri. Chi ha portato il thermos con il caffè, chi una bottiglia d’acqua, due panini. Una tavoletta di cioccolato che con il freddo si abbina perfettamente.

Lui esce il suo thermos e la torta. Con enfasi svita il tappo del thermos con il tanto agognato tè e versa nel tappo-bicchiere il liquido che si aspetta caldo e profumato, pronto per far scivolare giù la torta-stoppone.

Acqua. Acqua calda. Del tè nemmeno l’ombra. Neanche una foglia, zero. Nulla.

I due “compagni di merenda” lo guardano con aria interrogativa.

In un momento di pronta lucidità e un velo di imbarazzante giustificazione riesce a dire :

“Ehm… niente… l’acqua calda fa bene allo stomaco. Lo sapete no? Lo dice anche il mio medico. Serve per lavare le budella, ne volete?”

Poi, con la bocca piena di torta, parte un mentale “ma vaffanculo” al indirizzo della sventurata cameriera, che forse, seppur carina, ha sbagliato mestiere.

se mi sposo…

Se mi sposo..

Mi capita di pensare, non sempre, ma ogni tanto mi capita che se dovessi sposarmi sarebbe un po’ cosi.

In chiesa, con un bel abito bianco, di quelli un po’ vaporosi, non troppo ”modello- meringa” però. Un bel corpetto che segue la figura, un po’ di pizzo.

Niente velo, ma magari una coroncina tra i capelli raccolti a chignon con qualche ciocca che scende ad incorniciare il viso.

Maniche lunghe che fasciano le braccia, un po’ scollato davanti. Chiuso dietro. Modello ballerina classica-principessa. Avete presente no?

Il giusto, con gusto.

Percorrere la navata della chiesa con mio padre al fianco, emozionato che la sua prima figlia si sposa e tocca a lui portarla al altare. E’ la tradizione.

E tutti che si alzano, quando stiamo entrando e comincia la musica. Magari sentire anche qualche “ohh che bella” al mio passaggio.

E in fondo uno sposo che aspetta trepidante. Emozionato nel vedermi arrivare.

Due damigelle. (R. e V.)

Due amiche del cuore che mi sopportano da ormai oltre 20 anni e io loro. Vestite uguali, dello stesso colore. Ma un bel colore vivace. Niente “salmone” o “albicocca” che mi pare facciano tanto “americanata”.

Le vedo in rosso, o anche nero. Che così possono riutilizzarlo in altre occasioni.  Ma lascio poi la scelta a loro.

Con un bouquet come il mio ma versione piccola.

Che quando arrivo vicino al mio futuro sposo, mi prendono i fiori, ortensie e mughetti, bianchi con qualche foglia verde, (devo controllare se sono dello stesso mese questi fiori, altrimenti ranuncoli) e mi sistemano in vestito.

E si comincia. Mio padre che si mette al suo posto vicino a mia madre. Mio fratello, con mia “cognata” che mi guarda con invidia perché a lei non è ancora toccato, ma fiduciosa, ci spera.

E tutti i parenti, gli amici.

E qualche vecchietta curiosa che è venuta a vedere per chi suonano le campane oggi…e poter spettegolare in paese di com’era la sposa, e i parenti, e c’era anche questo..e c’era anche quello… e la musica dal vivo…e i fiori sull’altare…insomma, con un matrimonio ci tira avanti almeno un paio di giorni o 4.

Che ci sia un bel sole, che quando si esce dalla chiesa ci sia il momento per lanciare il riso, e baciarsi tutti.

E poi via al ristorante. Un bel posticino elegante, intimo. Piccolo e raccolto.

Niente buffet però, che fa un po’ ressa da villaggio turistico, ma con i tavoli rotondi,  le tovaglie bianche, e dei fiori, magari sempre delle ortensie, bianche anche loro, che richiamano il bouquet della sposa.

E candele, tante, tantissime. Che mi piacciono e scaldano l’ambiente dando quel tocco di raffinatezza.

Un po’ di musica in sottofondo, buon cibo e buon vino. Che ci si ricordi che “al tuo matrimonio abbiamo proprio mangiato bene”.

E dopo il pranzo, qualche ballo. Prima gli sposi da soli, poi la sposa con il padre e lo sposo con la madre. Poi tutti. Scatenati.

E confetti come se piovesse. Di quelli classici però. Mandorla e zucchero. Che non si sbaglia mai e piacciono sempre a tutti.

E ora il taglio della torta. Di quelle a piani, bianca, decorata con delle roselline e tanta crema all’interno.

Vedo tutto, nel minimo dettaglio. Sento anche la musica, e gli odori di fiori e candele. E gli invitati che sono eleganti e sorridenti.

L’unica cosa che non vedo bene… è lo sposo. E’ un segno…o un sogno !

la lavandaia

“Mi hanno insegnato a lavare vestiti.
Stirare camicie, cucire calzini.
E mi hanno detto che sono cose che servono per tenersi stretto un marito.
Ma adesso per i maschi ci sono le lavatrici, le camicie le mettono anche senza stirarle.
Le calze bucate si buttano.
Bella minchiata ! E ora, io, che faccio ?”
(DB)

Questo scritto, rubato da un libro, sabato mattina in libreria, mi ha fatto pensare.

dietro alla lavandaia ci sono anni e anni di mani immerse nelle fontane di paese, i lavatoi, con il sapone di Marsiglia, fatto a blocchi.

E di racconti, che si scambiano le comari su questa o quella del paese, mentre si batte il lenzuolo contro la pietra. Con le bambine portate appresso per insegnar loro il “mestiere”

In effetti, per “tenersi” un marito, forse fare la lavandaia non è più sufficiente.

Utile sicuramente.


Vuoi mettere un buon bucato riuscito bene, senza “scambi” di colore, con un profumo di pulito.
(A tal proposito, ho notato nei vari supermercati che gli ammorbidenti ora hanno profumi e aromi tipo “oro dell’India”, nuvola di cotone, essenza di autunno” …ma siete scemi ?? )

E saper cucire i calzini ? ma quando mai ?!! costa meno comprarne di nuovi !

Forse forse, ci può salvare la cucina.
Ma anche lì poche probabilità di uscirne vincenti.
Ci sono i piatti già pronti, i ristoranti con consegna a casa, i “Bimbi” vari.

E diciamolo pure, certi uomini, in cucina sono dei King.


La vedo dura.

Cosa ci resta dunque ?
Magari il letto.
Non nel senso di rifarlo ogni mattina.
Ma di disfarlo ogni sera.


Che sia questo il segreto ?

Per la cronaca, lavo i miei panni sporchi a casa, con le padelle me la cavo egregiamente.

Non sono sposata, e il letto lo faccio e lo disfo a mio piacere.

il caffè della Peppina…

Adoro il caffè, ma non mi piace.

Ok, la frase di per sé risulta alquanto contorta, lo ammetto.

Adoro il caffè, ma non riesco a berlo se non allungato con il latte. Ma non allungato in modo classico, non due gocce giusto per “macchiarlo”. No.

Io lo contamino con mezzo litro di latte. Rigorosamente freddo.

E per questa mia “malsana” abitudine sono fautrice di un rito che ormai sta diventando tradizione.

Immancabilmente a fine pranzo o cena che sia, quando il solerte cameriere chiede “caffè?” partono 6 paia di occhiate nella mia direzione e si alza il coro modello “curva dello stadio durante il derby Lugano-Ambri “:

“tazza grande –  macchiato freddo – e  brioche / zwieback per la nostra amica !!!”.

( ndr – la versione brioche/zwieback varia a dipendenza di dove ci si trova..)

Ormai è talmente impressa questa cosa che se non lo dice nessuno, quasi quasi mi offendo.

Eppure non c’è verso. Il caffè allo stato puro non riesco a berlo. Faccio fatica, non mi piace il gusto. Lo trovo “forte”, amaro, mi si impasta in bocca.

Ma non riesco neanche a farne a meno. Rigorosamente in tazza grande, rigorosamente con il latte, anzi, rigorosamente con il latte FREDDO e il più abbondantemente possibile. Fino al orlo. Quasi a tracimare. Che ti devi abbassare con la testa fino al bordo della tazza per non farlo uscire, per non far disastri.

E’ poco elegante, lo ammetto. Ma non esiste un’altra versione. Non per me. A fine pasto è un toccasana. Come un “medeghet” che sistema lo stomaco, che rimette a posto l’ago della bilancia, che ti ricentra.

A volte, se proprio voglio viziarmi, faccio pure il bis. E non importa se “alla sera mai ! che poi non dormo più”

Io tanto non dormo comunque! quindi perché privarsi di questa coccola?

E che goduria è stata durante il mio viaggio negli States. Con quei bicchieroni da asporto, grandi come una borraccia, pieni di questo nettare, che ai più sembra acqua sporca (stando ai veri intenditori di caffè dico) e che non si può proprio bere. Ah, che pacchia.

Ordinare un caffè e semplicemente sapere che te lo consegnano esattamente come lo vuoi tu. Che puoi riempire il “bicchierozzo” con il latte a dismisura. Che stavolta non sei tu che devi specificare come, quanto. Ristretto, corto, in tazza piccola…( what do you mean ?!! )

No. Stavolta sei a casa. Stavolta è la mia” vendetta” e parte la “ola”, un coro solitario, che si alza come un inno al cielo, come un “grazie” alla terra …

WHAT DO YOU MEAN ???!!!!! EVVAAAAIIII !!!!

Lascio la luce accesa.

Così mi riconosci tra le tante che passano di qua, dico se si lamenta.

Socchiudo la porta della camera, la lascio un po’ aperta, che ci sia un barlume di chiaro che passa.       

So che fa finta di dormire, ma in realtà mi sente arrivare già dalle scale. Forse già dalla strada.

Mi spoglio come piace a lui. Cerco di fare piano, con calma, nella penombra, che va sempre concessa ad una donna dopo i 40 anni. Forse già dopo i 30.

Trattengo il respiro e la pancia in dentro. Resto con l’intimo che cerco di scegliere con cura, anche se poi non serve. Potrei arrivare con il pigiama della nonna. Non lo guarda nemmeno. E’ solo un dettaglio, ma mi piace che sia un dettaglio bello. Per lui.

Mi infilo piano nel letto per entrare nel suo abbraccio. Dico un “ciao” timido, che spesso non trova risposta e la bocca viene chiusa da un bacio. Il primo di una lunga serie che via via si fanno più avidi e affamati. Dio come bacia bene.

Ti sono mancata? No. 

Mente. Mente sempre.

Faccio scivolare la mano sul cazzo e trovo la risposta che volevo. Si, ti sono mancata. Magari non io, ma il mio corpo. Sorrido della mia piccola conquista e so che anche ad occhi chiusi, lui sente il mio sguardo di parvente vittoria.

Ci annusiamo, come animali che si stanno preparando allo scontro. Ma è una battaglia impari. Vince sempre lui.

Sempre, per tutte le volte che sono lì nel suo letto. Per tutte le volte che lo imploro di aprirmi. Per tutte le volte che non è stato. Per tutte le volte che io chiedo e lui mi nega.

Le nostre mani frugano tra la pelle. Assetate di carne da toccare, di odori, di sudore. I nostri corpi si conoscono.

Ma i corpi non restano mai gli stessi. Cambiano, invecchiano, deperiscono. Eppure non c’è mai stata una volta che noi non ci si toccasse, avidi, con urgenza. Mai una volta che fossimo riusciti a restare solo abbracciati, senza andare oltre.

Noi quell’oltre lo superiamo.

Noi siamo di quelli rari. Che si incastrano alla perfezione, senza sforzo, senza oliare. Entriamo uno nell’altra come una vite e il suo bullone, come una presa nella spina. E luce fù !

E’ lui che comanda. Nel letto mi gira come un calzino. A suo piacere. A mio piacere. Mi fa fare tutto quello che vuole. E il suo volere è anche il mio.

Si, lo voglio. Nel bene e nel male. In salute e in malattia. Per sempre.

Con lui tutto. Cadono barriere, non ci sono pudori, il limite è portato al limite e oltre. Mi insegna ad essere porca, a non aver paura. A sperimentare il mio corpo e il suo. A bagnare, senza vergognarmi. Non mi frega neanche di essere sentita dalla vicina mentre faccio sesso. Che si fotta. Che crepi d’invidia. Che reclami.

Mi dice che sono bella. No, non è vero. 

Mente. Mente sempre.

Ma per un attimo, di sfuggita, potrei anche crederci. Ma è solo un attimo. Un illusione che sembra reale nel momento in cui me lo dice, ma che svanisce il momento dopo.

Non sono bella. Lo so. Non mi importa.

Restiamo abbracciati dopo esserci dati pace. Con il suo corpo che si appiccica al mio, con il suo respiro che cammina di pari passo al mio. Lo sento che si fa via via più calmo, regolare.

E che bello quando la sua mano stringe la mia e sembra voler dire “resta cosi, sempre. Sei a casa”. Questi sono i momenti che mi ripagano di tutta l’attesa. Ma me la invento. Me la suono e me la canto. 

Perché lui vuole che io sia “luna”. Che levi le tende all’alba. Fuori dal letto noi non esistiamo quasi.

Pensa lui che sia così. Non lo è. Potremmo aprire un dibattito eterno.

Ma è una delle condizioni. Insieme a quella di non avere nulla che disturbi il mio corpo.                  Insieme a quella di non parlare se non lo stretto necessario.                                                                     E’ scritto nel contratto. In piccolo, che fai fatica a leggere e soprattutto a rispettare, ma che sai che, alla prima sgarrata, sei fuori.

E allora ti attieni alle regole. Per non sciupare questo poco.                                                                      Perché il poco è meglio del niente che altrimenti sarebbe.

Mi vuoi bene? Un pochino? Solo poco? Q.B? No.

Lui vince sempre. Mente, ma vince.

Ma io lascio la luce accesa. Così mi riconosce quando arrivo.

Di un amico ritrovato

Dico sempre a mia figlia, gli amici vanno e vengono, ma se sono buoni amici, si fermano.
La famiglia è quella che è, e nel bene o nel male ti resterà addosso per sempre.

Quando ero ancora studente, eoni fa, si usciva con i compagni di scuola.
Mi ricordo di giri in motorino dove, se eri fortunato e graziato, il venerdì sera e magari anche la domenica pomeriggio, le tappe erano :
Splendid a Novazzano – Fontanelle a Genestrerio – Panda a Mendrisio – Monopoli a Balerna
E a casa per le 22 !

Si girava, in questo quadrilatero di “movida Ticinensis”
Spensierati a volte, pensierosi altre. Di pensieri che all’epoca erano primordiali, esistenziali, come possono esserlo quelli di un 15, 16 ..17enne

L’espe di francese, il moroso, il motz che ti lascia a piedi.

Tuo padre che “non se ne parla nemmeno di andare al cinema di sera”, e malgrado tutte le preghiere e promesse, in tutte le lingue del mondo (credo pure in latino) di pulire la tua stanza per i 3 mesi successivi, il NIET era categorico.

Tentavi di aumentare la posta con l’aggiunta di: lavaggio auto, pulizia cantina, tentativo di prendere la sufficienza a Italiano (ok..con quest’ultima giocavo un po’ in casa)
Niente, un niet era un niet. Seguito da “ e mo’ mocala li !”

Cosi ti inventavi di andare a correre la sera “per fare un po’ di movimento” e poi, a 50 mt da casa ti vedevi con il ragazzo che ti piaceva al momento, e facevi una limonata veloce. Tornavi a casa trafelata, ma non per la corsa ovviamente.

O facevi apposta a perdere il bus della scuola per prendere quello dopo e avere “un ora d’aria” da passare con i soci.

E cosi, vivi il momento come tutti gli adolescenti.
La vita scorre, gente che parte, gente che resta.
Gente che sai che non rivedrai più.
Gente nuova che ti entra nella vita.

E quando arrivi, quando sei praticamente oltre la metà, che ti sei sistemato, acquietato, capita a volte che ti giri.


Per una fotografia che ti viene in mano per sbaglio, della IV B, o forse II C…

E per un attimo, fai un viaggio. Torni a quei capelli lunghi che avevi, a quello sguardo ancora senza occhiali e occhiaie, e quel maglione che avresti messo anche a brandelli perché era un pò alternativo e a quel tempo andava di brutto, e adesso che lo rivedi ti chiedi….”ma come facevo a mettermi sto coso…”

Scorri lo sguardo dalla tua persona a quella al tuo fianco.
E via via, li fai passare tutti. Chissà dove sono. Chissà cosa sono diventati.
E cosi entri in Facebook e cerchi. E questo “faccia-libro” ti apre il mondo.
Non sempre ma a volte…ti cambia un pò la vita.

Ho ritrovato Mario, Claudia, Andrea e un altro Andrea. Gigi, Paola.

E anche Anna, Silvana e Maria., e altri che erano lì, su quelle foto, sorridenti.

Di quei momenti, di quella scuola. Di quel breve ma infinito tempo. Che non passava mai.
Che non crescevi mai abbastanza in fretta.

E scopri un po’ della loro vita. Sposati, divorziati. Padri e madri. Di quella vita che li ha graziati, resi felici.
Ma anche distrutti. Cambiati.
E di quelli che ti rimane solo una fotografia.

Non so se è un bene, se era meglio ricordarci cosi, come eravamo.

Tenersi quella bella immagine con tutti in posa, sorridenti per il tempo di uno scatto, e non saper nulla di nessuno.


Ma gli amici vanno e vengono. Alcuni restano.
Ed è bello anche così.

la meteo ti salva sempre..

Sbuffo.
Il tempo oggi è così così.

Di quelle giornate che non si sa se arriva il bello o piove.

E speriamo che piova, che un po’ di acqua serve sempre.

e se piove poi…
quando arriva il sole ?
l’estate è finita ?

non era ieri che sentivo quel odore di griglia ?

La costina è già stata sostituita dal porcino.

Speriamo che piova un pò.
Ma sto sole quindi ? arriva ?

Il tempo, argomento sempre attuale, che ti salva da imbarazzanti silenzi.

Se non sai cosa dire, vai di “fa freschino oggi eh ?” e hai dato il là per una buona mezz’ora di elucubrazioni metereologiche…

E quanto ci manca il Binaghi, appuntamento fisso dopo il telegiornale, con i suoi anticicloni delle Azzorre, la pressione bassa sul Mediterraneo, i venti moderati da Nord.

E tempo zero si sentirà la neve nell’aria.

Quel profumo che non si può descrivere ma che conosciamo tutti.
Neve, sciarpe e calzettoni.
e imprecazioni per le strade, e speranza.
che chiudano le scuole e tutti a casa.

il “divano – coperta” poi, diventa la coppia più bella del mondo.
(altro che la Mori con Celentano)
se poi c’è anche un camino, stasera non si esce proprio.

Se poi sei uno di quelli “sensibili”, e piove per 10 giorni, son 10 giorni di umore nero, con picchi di nerissimo e a volte sfumature di grigio ( da non confondersi con il famoso libro che tratta di tutt’altro argomento, seppur interessante pure lui…)

E non ci sono più le stagioni. Manco a metà.
altro che cambio di armadi.

Speriamo che piova. O magari no.

Più che altro perchè cosi, almeno, possiamo lamentarci.
se no, che gusto c’è.

E ricordate, la meteo salva sempre.

Ma tristemente, se arrivate a parlare del tempo per più di 5 minuti, facciamo oltre i 10, vuol dire che la conversazione volge al termine.

Perché dopo la pioggia, il sole, le nuvole, il freddo… stringi stringi, se non resta proprio più null’altro da dire, il velo imbarazzante che cala, è sinonimo di mestizia.

Oggi c’è sole.

Violetta.

Siamo state colleghe di lavoro. Con le scrivanie una davanti all’altra. In uffici modello “open space” di un call center. Con le cuffiette del telefono che fanno tanto “Houtson, abbiamo un problema”.

“Solo uno ? che culo !!” si diceva tra noi per fare la battuta.

L’avevo soprannominata Violetta.

Un soprannome di dubbio gusto vista l’origine, lo so. Ma era un nome che era unicamente dentro di me. Nessuno lo sapeva. Nemmeno lei.

Il compagno la picchiava. Arrivava delle volte con qualche livido. Il più delle volte nascosto. Da una sciarpa, da un trucco pesante, che ad un occhio superficiale, poteva sembrare semplicemente volgare. Invece non era volgare. Era maschera.

E se non riusciva a nasconderli, era il classico “sono caduta, l’anta dello specchio del bagno, ho inciampato per le scale”.

Invece le prendeva.

Non me ne sono accorta subito. Un po’ perché lei era schiva, un po’ perché non eravamo in confidenza.

Ma un sabato pomeriggio, al suonar del campanello, me la trovo davanti alla porta di casa. Non dico nulla, mi sposto e la faccio entrare.

Mi pareva quasi zoppicasse. Andiamo in cucina, metto su la mocca.

La guardo e dico: “perché non lo denunci ?”

 “perché sono incinta”.

Mi esce spontaneo un: “cazzo!” 

Nella mia mente parte a razzo un pensiero: ma esistono ancora donne, che le prendono, si fanno mettere incinta, continuano a prenderle e rimangono ancorate ad una vita cosi di merda?

La guardo di nuovo. Cosa posso dire?

“lo vuoi tenere?”

“si”.

“cazzo !” stavolta lo penso solo.

“Tieni il bambino e denuncialo”

“Non posso. E’ il padre di un figlio che ho dentro di me”.

“Puoi ! Eccome se puoi ! Ma più che altro, DEVI !”

Capisco subito che la discussione è inutile. Non si smuove dal “tengo il bambino, magari poi cambia”

Il “magari” è già di per sé una premessa sbagliata.

Beviamo il caffè in silenzio. Mi accorgo dopo che forse il caffè non è una buona idea per le donne nel suo stato. Ma non dico nulla. Non è certo un po’ di caffeina che le stravolgerà la vita. Cosa vuoi che faccia un po’ di veleno in confronto alla vita di merda che l’aspetta.

Mi sorride triste e mi dice “grazie”.

E in quel grazie c’è tutta l’impotenza di questo mondo. L’ingiustizia. La rabbia di non riuscire a far nulla.

“C’è qualcuno che ti aiuta?”

“Mia mamma, non vede l’ora di diventare nonna, e io sto già facendo compere per il bambino. Speriamo tutte e due che sia femmina.”

Me ne sono andata da quel posto. Da quel “call center” che spreme i lavoratori come limoni. Era bello fare la battuta su Apollo 13, ma dopo un po’ non bastava più per sopportare tutto il resto.

L’ho rivista qualche tempo dopo, Violetta.

Era con una bambina, che chiameremo Rosa, sperando che il colore sia di buon auspicio.

Più di quello che avevo dato io a sua madre.

il dentista

Si sedevano sempre allo stesso tavolino.

Potevano avere una cinquantina d’anni lui, decisamente meno lei.                              

Quasi sempre in giacca e cravatta il distinto signore, lei variava, ma sempre ben truccata e profumata.

L’uomo ordinava classicamente un caffè, ristretto e senza zucchero, lei un bicchiere di vino rosso. Il bianco le faceva venire il mal di testa.

Aveva la fede al dito, lui, e spesso ci giocava. Lei non l’aveva, ma guardava le mani di lui e un velo di tristezza passava sul suo viso.

Li vedevo parlottare, complici, sussurrando. Con le mani che a volte, furtivamente si cercavano, ma dopo essersi guardati in giro per vedere se “il campo era libero” da potenziali nemici.

Spesso la donna spostava una ciocca di capelli color cioccolato dietro l’orecchio, un gesto tipico, un segnale inequivocabile che indica la predisposizione dell’essere femminile, ad un avvicinamento verso quel uomo che non era bello, ma intrigante.

Di quelli che quando li guardi resti colpita dalle maniere, dal buon gusto, da due occhi che sembrano frugarti dentro.           

Era alto, fisico asciutto, che lasciava immaginare un qualche tipo di sport fatto negli anni di scuola, e che ora, superata la mezza età, raccoglie i frutti della fatica fatta in quel periodo. Capelli brizzolati e un accenno di barba, un po’ hipster-chic come si usa oggi.

Lei invece era proprio bella.                                                                                                                                                                      Un corpo ben proporzionato, altezza sopra la media messa in evidenza da un tacco 6, un seno che si notava ma senza ostentazione, belle caviglie, esili, che davano il via a un paio di gambe slanciate. Lo sapeva, lei, di essere bella. Sapeva che quando entrava in un locale, gli uomini la notavano e, intimamente, se ne beava.

Parlavano fitto fitto per un oretta buona. Lui ad un certo punto ordinava un altro caffè. Il solito, diceva al cameriere che ormai si era abituato a loro. Avventori fedeli. Bella coppia.

Prima di lasciarsi, c’era il rito dell’agenda. Lui digitava sul suo telefonino ultima generazione, lei prendeva l’agenda cartacea con la penna. Segnavano entrambi un appuntamento.

Stesso giorno, stessa ora. Giovedì, ore 15.00, dentista lui, manicure lei.

Si salutavano, con un bacio sulla guancia. Casto. Usciva prima lei, lui si fermava un attimo a pagare il conto.

Li ho visti cosi, con i loro rituali sempre uguali, sempre precisi. Erano degli habitué.

Per qualche mese li ho spiati. Invidiati forse, per questa loro intimità nascosta. Per questi modi tipici da amanti. Per quell’odore di trasgressione che annusi.

Poi più nulla. D’un tratto non c’erano più. Pareva che anche il cameriere, che si era affezionato a questa coppia, li cercasse ad ogni apertura di porta, in ogni avventore, in ogni “caffè e vino rosso”.

Poco tempo fa, ho rivisto lui.

Stesso tavolino, stesso caffè. La fede sempre al dito.

Ma sulla sedia di fianco a lui c’era una bionda. Niente a che vedere con la bella mora. Di tutt’altra pasta. Quasi volgare, troppo truccata, profumo dozzinale.

Rideva rumorosamente ad ogni suo aprir bocca. Sembrava voler pisciare intorno al tavolo come i cani, per marcare il territorio.

Lui sembrava quasi infastidito, pentito quasi. Di una scelta sbagliata, di un errore “madornale”, di un calcolo che non dà il risultato sperato.

Quasi stufo, lo vedo far scivolare lo sguardo sulla scollatura generosa e prendere il telefono.

Martedì, ore 14.30, barbiere.

Strano a dirsi, ma il dentista era meglio.

La torta

Quest’anno i festeggiamenti si sprecano.
Il “69” l’è un gran bel numar, diceva “il Silvio” noto personaggio del mio paese, quando si giocava a tombola sotto Natale, su dalla Nene!
E sto anno ci tocca

Ogni due giorni c’è una festa. Che bello. Un po’ di allegria nell’aria.

Sabato scorso è toccato a P. e F.

Bellissima idea, porte aperte a casa loro, da mane a sera.

Tutti invitati, venite quando volete, non portate nulla.

Ovviamente io e la mia “gemella” V. ci sentiamo e organizziamo. (orario, meglio la mattina, mezzo di trasporto, passo io a prenderti, no passo io, andiamo in scooter cosi non ”infesciamo” di auto il parcheggio…)

Ad un certo punto se ne esce, giustamente, con un: “ ma ga portum su nagot”?

Sia mai !! non si va in casa di qualcuno a mani vuote! anche se espressamente richiesto.

(O almeno, io faccio un po’ fatica ad arrivare a “vuoto”)

In un impeto di generoso entusiasmo dico: “ fù la turta da pom !”. (anche se è lei la specialista dei dolci! )

Un classicone, non si può sbagliare, si fa ad occhi chiusi. Dai miei, il gateau di mele c’è un giorno sì e uno anche. Specialità della casa. Sono cresciuta a torta di mele e battipanni, si può dire.

Cosi, venerdì nel tardo pomeriggio mi piazzo in cucina.
Preparo tutto, mele, pasta sfoglia, budino per la cremina, zucchero, e via che si parte.

Stendo la pasta, taglio l’eccesso dai bordi, sbuccio le mele che affetto rigorosamente precise precise (ahe..), buco la pasta per far sì che non si gonfi in cottura, dispongo le mele in cerchio, benino.

Mi arriva un motto di creatività, con la pasta in esubero, faccio la scritta “50” da metterci sopra!

(bello…farò un figurone !!)

Preparo la “salsina” alla vaniglia.
Latte, zucchero e bustina del budino giallo, (quello della Coop) da metterci sopra e via sbatto con la frusta, verso sopra le mele (ovviamente un pò di cremina esce dai bordi.. dai, so che capita anche a voi ! ) poi tutto in forno.

La curo come se fosse un neonato di pochi giorni. Non deve bruciare, non deve essere troppo poco cotta, deve essere perfetta ! Per sicurezza metto il timer, ma tanto la guardo a vista.
Sono in adorazione davanti al forno.

Sembra cotta giusta, bella dorata. La tolgo dal forno. La guardo.

Mi par triste. Una torta di mele, triste. Esiste ? E’ la mia!

Cosi, apro l’armadio delle spezie.
Ideona, spargiamoci sopra una manciata di semini di papavero, che fanno “chic”.

La riguardo: torta di mele triste, con semini di papavero.
NO.


Riapro di nuovo l’armadio della “salvezza” e mi saltano all’occhio due vasetti.

Due “misture” che arrivano da un viaggio lontano. Polverine insapori ma colorate, belle, una rossa, una arancione. Le usavo per colorare paste e risotti e stupire i commensali con questi insoliti colori che non sanno di nulla.

Vado di spruzzata anche di quelle. Ora è una torta di mele con semi di papavero e con qualcosa di rosso e con qualcosa di arancione. Un po’ più allegra, via.

Aggiungo una candelina per vedere che effetto fa.

In fondo è pur sempre torta di compleanno. Passabile dai. Non perfetta come mi aspettavo. Ma è fatta in casa, mi dico.

Nel mentre che la riguardo, mi sovvengo che ho usato lo zucchero di canna per addolcire la crema.
Si sa, bello da vedere, ma non si scioglie mai bene. (almeno, a me !)

E da lì parte il tarlo. Se è rimasto tutto sul fondo? se la crema non è abbastanza dolce? Magari rischio una figuraccia ?

Senza nemmeno pensarci, prendo il coltello, taglio una generosa fetta e passo all’assaggio.
Beh,… non male dai.


Abbasso lo sguardo sulla torta “monca” e….scatta il “NOOOOOO…..Ma vaffan….” !

Ore 21.06 – torta al limone in forno.
Sto giro, come viene, viene.


Auguri P. e F. E’ stata una bellissima giornata.

era mia nonna

Era piccolina come un topolino di campagna.   Me la ricordo così. Uno scricciolo. Si era ritirata con il passare del tempo che le aveva segnato il corpo curvandolo verso la terra, leggermente ingobbito, e segnato il viso da rughe bellissime.

Ne aveva passate tante, aveva visto la guerra passarle a fianco, era rimasta senza quel marito sposato perché, ai suoi tempi, si doveva passare di lì: altre opzioni non erano contemplate. Ce n’erano tre. Moglie, zitella o suora.

Aveva deciso per la prima, perché le altre due non facevano per lei. E poi il ruolo di suora nella sua famiglia era già stato preso. E di zitelle non ce n’era bisogno.

Aveva fatto in tempo a fare due figli, prima che il marito scomparisse. Una femmina e subito dopo un maschio.

Precise come un copione tutte le comari del paese le dicevano “ beata quela spüsa che la prima l`è una tüsa”.

Il figlio poi era morto nella culla. Morte bianca si chiamava. Senza spiegazioni, senza motivi, aveva semplicemente smesso di respirare e l’avevano trovato così, una mattina.

Il marito l’aveva accusata di non aver avuto cura del suo unico maschio. L’erede, come lo chiamava lui. E non avevano fatto in tempo a farne altri, di figli.

Poco dopo era morto anche lui. Infarto aveva detto il dottore del paese. E lei aveva quasi tirato un po`il fiato. Non perché non amasse quel uomo burbero, ma perché lui le ricordava la perdita del figlio

La figlia si era poi sposata e l’aveva lasciata sola. Anche lei. Era andata via dal paese per seguire il marito che lavorava “in città”.

Tirava avanti tra galline, orto e un osteria ereditata dal marito, sita in mezzo al paese. Aveva comunque compagnia. Di avventori abituali.

La figlia l’aveva fatta diventare nonna. Un bel maschietto. La luce dei suoi occhi.

Lo aspettava d’estate, quando la scuola finiva e la figlia glielo lasciava per le vacanze. Era una boccata d’aria fresca, quel bambino. Curioso e uguale al marito ma anche un po’ a lei. Aveva il suo stesso naso e gli occhi vispi.

Lo teneva come “garzone” in osteria diceva ridendo. “Sei il mio aiutante”. Lo mandava a raccogliere le uova, facevano i biscotti da servire con il caffè in osteria, gli insegnava la pasta con le patate.

E poi la sera, quando anche l’ultimo ubriacone era stato spazzato fuori, veniva il loro momento.

Fatto di coccole e ricordi. Raccontami del nonno, chiedeva lui. E lei cominciava una storia, ogni volta diversa.

Raccontava della guerra, della fame. Di come aveva conosciuto il nonno. Storie di tempi passati. I vecchi ne hanno tante, di avventure.

L’aveva visto crescere quel bambino, ora ragazzo, ora uomo. Segnava il tempo.

Dopo la scuola era andato all’ Università. Si vantava di quel traguardo con le donne del paese che chiedevano di quel ragazzino che era stato anche un po’ loro, quando gironzolava scalzo per il paese.

E lei con orgoglio diceva “studia legge”.

Ma tornava a trovarla, appena poteva. Non c’erano più le galline, e l’orto ormai era diventato prato incolto. Restava l’osteria. Gli avventori erano stati sostituiti da nuova generazione.

Ma il bancone era sempre lo stesso. La stessa cassa che faceva invidia agli antiquari di passaggio, che le facevano la corte, ma lei non la mollava. “Morirò con lei, poi che ne facciano quello che vogliono”. Diceva. “Ma prima, devo morire io!”.

E un giorno che passavo di li, ho assaggiato quei biscotti, e preso un caffè. Con il latte. Quello che si trova in montagna, appena munto dal contadino. Quello che si usa per fare il formaggio buono. Dell’alpe.

Era ancora bella. Con le sue rughe, piccolina. Come una formica si muoveva sicura nel suo mondo. Una nonnina da fiaba, ho pensato.

Di quelle persone che anche se non le conosci ti aprono le braccia, e ti danno pane, burro e zucchero e ti fan venir voglia di fermarti li, perché sei a casa.

“Mi chiamo…. Conosco suo nipote” ho detto d’un fiato.

Il viso si illumina. Sorride e vedo tutto l’affetto che hanno i nonni verso i nipoti, quelli preferiti. Lo stesso sguardo che aveva mio nonno per me.

 “E’ da tanto che non passa di qui, ma mi chiama sempre, assomigli a quella che si vede in televisione, che fa politica. Forse perché avete lo stesso nome. Prendi un altro biscotto, li ho fatti io”.

Mi si riempie il cuore. Di burro buono, di un odore antico, di camino.

Ho insistito per pagare il caffè ma non c’è stato verso.

“Torna”, mi ha detto con un sorriso.

Tornerò.

Sogno

Supponiamo, un mattino ti alzi e ami me.

E’ solo una supposizione. Non accadrà.

Ma le donne sono animali sognanti. Io non faccio eccezione stavolta, quindi lo sogno.

Ami me, per come sono permalosa. Di come rompo i coglioni fino all’infinito e oltre, quando ti chiedo se mi vuoi bene.

Ma anche perché sono buona. Una buona cristiana, come si diceva una volta. E te lo ripeto ancora: una come me non la trovi più. Non stare a perder tempo nella ricerca. E’ inutile.

Per come sono porca a letto e pudica fuori. Per come dico la stessa cosa che dici tu, nello stesso momento, nello stesso modo. E non passa. Per questo potresti amarmi.

Ma anche per come mi vesto, per come guido bene l’auto, per come sposto una ciocca di capelli dietro l’orecchio, per il profumo da uomo che uso.

Per quando ti faccio ridere, o solo sorridere, con delle battute tipicamente maschili, che da una donna non ti aspetti. E ti sorprendo. A volte con una parola che era una vita che non sentivi e mentre smorzi il mio entusiasmo, so che te ne compiaci.

E perché dico le parolacce come uno scaricatore di porto, quando mi fai incazzare.

Per la mia mania di comperare un sacco di scarpe e poi metter quasi sempre quelle da ginnastica.

E mi ameresti per la mia cucina. Cucino bene.

Per come aspetto il Natale, per le mie candele sparse per casa, per la mia gelosia verso quelle che ti guardano.

Potresti amarmi anche per non aver rimpianti. Per non dover dire “se “.

Perché se un mattino ti alzi e ami me, saresti felice. Anche se mi hai insegnato che la felicità è solo un “picco momentaneo”.

Ma quanto dura un momento? Forse dura tanto.

Supponiamo, per un attimo, che ami me. Non di quel amore banale che si vede in giro di coppie tristi e silenziose, che “piuttosto che niente è meglio piuttosto”. Non di quel amore convenzionale.

NO. Tu dovresti amarmi perché darebbe un senso alla vita. Alla sveglia del mattino. Al caffè in ufficio. Al traffico del rientro. A una farfalla su un fiore.

 Non per quelle frasi fatte, senza senso, tipo “senza di te non esisto, sei la luce dei miei occhi” e vomitevoli altre parole.

Non per quello, ma per le mie grosse tette, per le mie rughe, per i miei primi capelli bianchi, perché adoro la tua pancia, e la tua intelligenza, e la tua altezza.

Perché mi fai ridere. E piangere.               

Perché sono tua sorella, tua madre, il tuo migliore amico, la tua migliore scopata.

Amarmi per come sono. Perché sono.

Supponiamo.

se potessi…

Se potessi…

Vorrei chiederti semplicemente come stai.

Chiederti tante cose, di te, del tuo lavoro, di cosa fai quando sei a casa. Con chi esci, dove vai. Come stai?

Una palata di cazzi tuoi, come si dice.

E del tuo colore preferito, se ti piacciono solo i gatti o anche altri animali, se mangi il pesce crudo, se ti saresti sposato in chiesa o no. Se conosci lo spagnolo, che nella vita serve sempre sapere come si dice “mortacci tua” in un’altra lingua.

Chiederti come hai imparato a baciare così bene, e se ti sei mai sentito felice con qualcuno più di come lo sei con me. Se ti svegli nel cuore della notte e mi cerchi. Se ti è mai capitato.

E se potessi, ti chiederei di me, di come sono io, di quanto ti manco. Se sono nella tua testa sempre, a volte, a tratti.

E se da piccolo andavi al oratorio, se giocavi a calcio, se facevi gli scherzi del campanello da suonare e poi scappare via.

Vorrei chiederti dove mi porteresti in vacanza, se mi faresti guidare la tua auto, se posso mettermi una tua camicia.

Se hai il pollice verde o ti muore anche la pianta di plastica, se sei capace di fare un risotto, perché io sono negata con il risotto.

E che libri leggi, hai la tessera di una biblioteca o li comperi? e se li comperi, vai in una libreria e ti perdi tra gli scaffali per sceglierne uno o semplicemente fai un click su internet?

E se anche tu guardavi George e Mildred alla televisione?  appuntamento fisso tutti i giorni prima di cena.

E chi ti ha insegnato ad andare in bicicletta, se preferisci il mare o la montagna, se ti piace l’alba o meglio il tramonto.

E se adori come me, la neve, perché trasforma tutto con il suo bianco. E la neve vuol dire Natale. Ma anche pace. Silenzio.

Se sei capace di nuotare, se hai mai giocato a hockey, se preferisci le scarpe con le stringhe o quelle che te le infili e basta.

E poi ancora vorrei sapere se voti MPS, (cazzo…di dì no, di dì no…!) se fai i giochini sul telefono, che musica ascolti in auto, se alzi il volume e canti a squarciagola mentre guidi, ma solo se non c’è nessuno.

Se hai avuto feste per il tuo compleanno, se ti hanno festeggiato, con tutti i bambini della tua scuola, il mercoledì pomeriggio, con la torta, le candeline e i cappellini di carta. Cantandoti “tanti auguri a te”, se ti sei emozionato.

Se hai mai rubato in un negozio per fare una bravata con i soci, che maschera ti piaceva mettere a carnevale.

Magari hai già sparato con un fucile, costruito una cerbottana con le penne a biro, se ti sei mai vergognato di com’eri vestito quando andavi alle elementari ma non potevi farci nulla.

Se anche a te tagliavano i capelli a casa, con la forbice da cucina, e per le due settimane successive andavi in giro con una cuffia.

Ti chiederei, se potessi, di raccontarmi di tutti i tuoi amori passati. Anche se ti hanno fatto soffrire, anche se li hai fatti soffrire tu. E se è per quello che hai chiuso il cuore. E di quanti ne hai rotti.

Se ti piace la cipolla, se bevi l’uovo crudo, se metti la maglietta della salute quando comincia a far freschino la mattina, sotto la camicia.

Se potessi chiederti, ti chiederei una cosa, mille cose. Un miliardo.

viaggio in treno…

Prendeva quello delle 06.37 tutte le mattine. Non per una scelta ecologista, ma perché a quell’ora c’era lei.

L’aveva vista mesi fa per caso. Sempre vestita di nero, capelli raccolti, trucco pesante. Poteva avere 20 – 25 anni. Non più di 30 comunque.

Teneva sotto braccio una cartella da disegno. Sul treno si sedeva sempre nello stesso compartimento, sempre lo stesso posto, vicino al finestrino, non guardava nessuno, non parlava con nessuno.

Lui la guardava mentre apriva la sua cartella, e con una matita faceva tratti, concentrata, senza curarsi degli altri compagni di viaggio.

La incontrava solo al mattino. Non le staccava gli occhi di dosso per tutto il tragitto. Lei scendeva a Mendrisio, stazione S. Martino, lui proseguiva ancora per una fermata.

Per diverso tempo era andata avanti cosi, in silenzio. Lui non osava disturbare, lei non alzava mai lo sguardo.

Durante tutto il viaggio pensava a come abbordare il discorso senza risultare il solito “marpione” che ci prova.

Nella sua mente faceva discorsi tipo “scusa, ti vedo intenta..cosa disegni, posso vedere?” Le parlava, ridevano di altri passeggeri, si raccontavano. Nella sua mente.

Ma poi non trovava mai il coraggio. Restava fermo e zitto e la guardava, la spiava.

Lei pareva non accorgersi nemmeno della sua presenza. Eppure erano mesi che facevano il viaggio “insieme”.

Una mattina, deciso, le si siede di fronte, un pò sudato e un po’ agitato. Lei come se nulla fosse apre la sua cartella da disegno, toglie un foglio e prende una matita.

Non disegna. Scrive.

“Ti vedo tutte le mattine. Sali sul mio stesso treno, alla mia stessa ora. Mi chiamo Giorgia. “

Lui legge, alza lo sguardo, sorride. “Ciao, sono Paolo”.

Lei porta la mano ad un orecchio. Poi sulla bocca. Non sento, non parlo.

Scrive ancora “leggo le tue labbra”.

Lui sorride ancora. Muove le labbra e parla senza far uscire neanche un suono.

“Finalmente”.

Raccontami…

Siediti con me.

Raccontami una storia. Non quella del re, che c’era una volta, e disse alla sua serva “raccontami una storia…”

Una nuova, con le voci che cambiano, con tanti colori, e animali.

E di vecchi, che vivono in una fattoria con le galline, che mi piacciono tanto le galline. Fanno le uova. Sono buone. Puoi farci tante cose con le uova. Le torte.

E un cane, e un gatto. Che non litigano. E i fiori. Che sono tutti belli, e profumano di primavera.

Raccontami di bambini che giocano in cortile e rincorrono una palla. E con i gessi disegnano il mondo. E le biglie che una volta te le vinco io e una volta me le vinci tu. Campana, spanna, doppia spanna, buca !

Raccontami di polenta sul fuoco, e castagne.

Di serate di giochi di carte. Rubamazzetti. Con un boccalino di vino e una fetta di crostata con la marmellata di prugne. Che le abbiamo raccolte ieri. Dal nostro giardino.

E un orto. Non grande che poi si fa fatica a strappare le erbacce. Piccolo, con l’insalata e i pomodori per farci il sugo.

Raccontami di quando eri piccola tu, a cosa giocavi, e se ti sbucciavi le ginocchia mentre correvi nei prati ma non te ne curavi e continuavi a correre.

E se facevi finta di non sentire quando tua mamma ti chiamava, che era ora di fare il bagno. E aspettavi che arrivassero le minacce del battipanni prima di darle retta.

E di quando hai imparato ad andare in bicicletta, senza le rotelle. Che paura, che fatica. Eppure ci sei riuscita. E guardia e ladri, con i tuoi cugini e gli amici del vicinato. Ti piaceva essere ladro perché c’era quel non so che, di “proibito”.

Raccontami di quando sei scappata di casa, arrivando fino in fondo alla strada. E poi ti è venuta fame e sei tornata. Scapperò domani, hai detto.

E di quella volta che ti sei arrampicata sul ciliegio e ne hai mangiate fino a star male. Ma che buone

Raccontami del tuo primo giorno di scuola, del grembiule, che tu lo volevi blu e invece ti è toccato il rosa. E delle clarcks che ti aveva passato tua cugina, rosse. E le odiavi, per il colore assurdo ma soprattutto perché erano ereditate.

E di quando sei stata al mare la prima volta.

Raccontami di quel odore di sale.

Di quando passavi i pomeriggi da tua nonna che ti insegnava a fare gli gnocchi. E ne mangiavi metà crudi.

Raccontami una storia. Una storia bella, con le voci che cambiano.

Ho fame.

Mi è capitato di avere una fame da star male.

Da aprire il frigo e mangiarmi un pezzo di formaggio con la marmellata.

Poi due grissini, facciamo tre, anzi quattro.  Non paga, una manciata di mandorle. Poi uno yogurt. Nel frattempo, anche se sono solo le 5 del pomeriggio, metto su l’acqua per una spaghettata. Cacio e pepe. Ma con l’aggiunta di pancetta rosolata, tipo carbonara.

E mentre aspetto che l’acqua inizi il suo bollore, mi faccio sciogliere in bocca un quadretto di cioccolato.

Ragusa biondo, il mio preferito. So che non mi fermerò ad un unico quadretto, mentre ho già in bocca il secondo e preparo il terzo.

A fine serata, la tavoletta scompare.

Bevo del tè freddo per far andar giù tutta sta roba

Scolo la pasta, la verso nel pentolino dove sfrigola la pancetta. Mescolo. E inondo di formaggio grattugiato e macinata abbondante di pepe.

Buono il profumo. Metto in un piatto? ma anche no, perché sporcarlo. Mangio direttamente dalla pentola che cosi restano bene al caldo.

Mi piazzo sul divano, televisione accesa, pentolone in grembo. Vado di arrotolamento “spaghetto-forchetta” che avidamente ingurgito, a nastro praticamente.

A metà pentola cominciano i sensi di colpa, subito scacciati. Ormai ho cucinato, tanto vale mangiare no?

E cosi mi ingozzo come un oca preparata per il fois gras di Natale, come il tacchino per il ringraziamento.

E ad ogni boccone che ingoio mi dico “no, non va bene…esagerata…non hai senso della misura, smettila !”.

Finisco il pastone e ho una pancia gonfia come se avessi mangiato un anguria intera.

Non va bene. NON VA BENE !

Mi alzo, mi dirigo in bagno. Lego i capelli e mi abbasso sul wc. Mi caccio due dita in gola.

Via tutto. Mi svuoto di cibo e di ansia. 

E mentre rigetto tutto mi scopro a pensare “che spreco, che schifo, c’è gente che muore di fame (I negretti che non hanno nulla da mangiare mi diceva mia madre da piccola, se facevo storie per mangiare…), stupida che sei.”

Mi rialzo, con il viso arrossato per lo sforzo e due lacrime che scendono.

Mi spoglio di tutti i peccati, dei vestiti, e del senso di colpa. Salgo sulla bilancia per il verdetto impietoso.

Domani sto più attenta. Domani insalata, verdure cotte. Altro che pasta cacio e pepe.

Domani.

Le chiavi le lascio sempre li

Quando vado in vacanza, metto sempre le chiavi di casa e di tutto il mondo che mi porto dietro, nella cassaforte del albergo insieme al passaporto, la patente ai soldi in più che non voglio portarmi dietro e eventualmente a qualche gioiello.

Stò giro però, niente albergo ma appartamentino, nel cuore di Bologna. 

Con le amiche, ci giochiamo le stanze a mora. Chi vince sceglie, e cosi a “scalare”.

Entro nella mia, niente di speciale, senza pretese ma decorosa.

Apro la valigia, tolgo i panni, li sistemo. Porto il beauty nel bagno che divido con B.     S. invece ne ha uno tutto suo. Ma a lei è toccata la stanza “peggio”.

Siamo pronte per uscire, per scoprire la città. Bologna è bellissima e molto viva, giovane e frizzante. Abbiamo programmato una visita guidata con una signora che fà quello di mestiere. Ci porta in giro per vie e chiesette, ci spiega la storia, i monumenti.

Ci dice dove andare a mangiare, le trattorie dei Bolognesi, ci spiega come si fanno i tortellini.

Dopo la guida, gironzoliamo da sole tra le vie e le piazze, la giornata è bellissima ma fredda.

Un aperitivo in un bar della piazza, e poi non possiamo farci mancare del sano shopping.

Tre donne in una grande città.. va da sé.

Prendo una gonna rosa shocking che, a detta delle mie amiche mi sta da Dio. Dentro di me mi chiedo con che cazzo la metterò…ma soprattutto.. quando ?!!

Prendo anche un rimmel per gli occhi. Lo prendono anche loro perché cosi stasera lo mettiamo tutte e tre per uscire e far seratina.

Rientriamo in appartamento, doccia a turno (io e B.) e via, si ri-esce per aperitivo e cena.

Andiamo in quella trattoria che ci ha consigliato la guida, guardava fuori bene stamattina, e le specialità bolognesi ci allettano.

Prendo i tortellini in brodo. Deliziosi. Vorrei fare il bis ma mi trattengo. I carboidrati la sera vanno evitati e sto già facendo uno sgarro!

Finiamo la serata in piazza. C’è un “rave” e un sacco di studenti che ballano in mezzo alla strada, nei pressi dell’Università. Ci mescoliamo alla folla anche se siamo “out” con l’età.          

C’è odore di canna.                                         

Ridiamo, come se l’avessimo fumata noi.Bei tempi eh ?!!

Che belle queste gite “fuori porta” con le amiche.

Rientriamo stanche delle camminata e della serata. Forse non sono più abituata a fare le ore piccole, e forse anche gli anni non sono più  “ruggenti” come una volta.

Mi addormento stinca, poi mi sveglio un paio di volte durante la notte, come consuetudine.

Sveglia verso le 08.00 concordata con le compagne di viaggio, ma io sono già in piedi da un po’.

Ritrovo: vestite e pronte in soggiorno, e via verso una colazione con cornetto e caffè. E arriva l’ora della la prima sigaretta del mattino.

Controlliamo l’orario del treno, che forse oggi c’è sciopero, vediamo di non essere nei premi !

Rientriamo su Milano dove dobbiamo cambiare per rientrare in patria.

In un momento di senno, faccio mente locale. Guardo in borsa, frugo, tolgo. Monta il panico.

Cazzo ! Le chiavi ! Parte una sfilza di “merda, dimenticate, cazzo, e mò, come faccio ?! di nuovo merda! (Ripetuta tre volte) cazzo…

Le altre che suggeriscono “guarda bene, non ti ricordi? l’ultima volta che le hai viste?”

Niente. Non ci sono. Non le trovo! Cazzo. Dimenticate a Bologna?

E adesso?

Ripeto.. E ADESSO ??!!

Sono chiusa fuori di casa! e insieme a quelle della caverna ci sono quelle dell’ufficio, della macchina, della buca delle lettere (casa-ufficio) del magazzino, della cassetta di sicurezza in banca…

MERDAAAAA !!!!

Viaggio Milano-Chiasso al telefono con il “noleggiatore” della casa di Bologna. Spiego la situazione. Sicuro sono sul comodino in camera. (cioè.. penso siano li ! perché proprio non mi ricordo !!)

Mi dice che ci vuole un po’ di tempo. Andrà a controllare e mi richiamerà appena è in appartamento. Una è fatta, ma ora come entro in casa ?!!

Altra telefonata: “mamma ? sto rientrando. “Lasciato-dimenticato” giù le chiavi di casa… vengo a prendere il doppio che hai tu, poi vediamo..”

Finalmente apro la porta di casa. Con il doppio che miracolosamente ho lasciato dai miei “ in cas d’un föc “

In casa sono entrata. Ho il doppio di quelle del auto, per l’ufficio non c’è problema. Faccio una copia da quelle di mio fratello. Sperando che poi riesca a recuperare quelle dimenticate. Nel frattempo programmo mentalmente un ritiro con corriere da Bologna a casa, appena ho la conferma del ritrovamento.

Piano piano rientro nel “modus calma”.

Mentre penso ancora al viaggio, che tutto sommato è andato benissimo, disfo la valigia.

Panni da lavare, panni non usati e ancora buoni, scarpe messe a posto, ricarica del telefono in posizione, libro sul comodino.

Beauty. Apro. CHIAVI !

Ma vaffanculo !

Che fretta c’era…

C’è una musica nell’aria.

Quel motivetto che, lo ascolti per sbaglio e non va più via. Mai capitato?

L’altro giorno al mercato di frutta e verdura, con la mia amica S., un addetto, pure carino, fischiettava un motivo natalizio.             

E no eh ? !!!! Io e un’altra signora, compagna di mercato, ci siamo guardate.

Era di fianco a me, in attesa del suo turno.
Mi lancia uno sguardo d’intesa, di quelli che ti capisci al volo, anche se non avete nulla in comune, niente da spartire se non forse due carote.

Ma come…NATALE ?? !!

Siamo appena appena all’inizio del autunno, abbiamo ancora la sabbia del mare nelle scarpe, si sente ancora l’odore di cocco della crema solare… e questo mi parte con il “jngle bell” ??!!
Ma dai !!!!
restiamo basite, io e la sciureta con la sporta.

Lancio uno sguardo, con sopra-ciglio destro alzato, e il tipo dice:
“ troppo presto ??” bello e sagace ! (combinazione rarissima… ndr)

Troppo presto si !

La sciureta accanto a me sorride, scuote la testa, prende due patate e mezzo chilo di mele e va a pagare.

Faccio la mia spesa, esco dal mercato e mi scopro a canticchiare in testa quello stesso motivetto. So che mi perseguiterà per tutto il giorno… e no, cavolaccio !


NO ! NO ! NO !

Ci sono delle priorità da rispettare, santo cielo !

Si vada con ordine :
dopo la fine dell’estate e il classico tormentone (e magari ce ne fosse uno solo…) arriva la vendemmia, arrivano le castagne, le zucche, le prime nebbie.

C’è la sagra del Borgo, la rassegna gastronomica, le vacanze dei “morti” , il cambio dell’ora, poi San Martino, via via fino ad arrivare ai primi di dicembre.

Da li via, si può EVENTUALMENTE anche cominciare ad accennare motivetti di campanelli e alberi di pino….

o almeno si può pensarli, cominciare a rispolverare i ritornelli classici. Ma piano piano.

non adesso ! c’è una gerarchia ben precisa, una scaletta, una collaudata scadenza degli eventi !

Non mi si può scombussolare il bioritmo cosi. Ho anche una certa età !

Oggi, visto che il tempo lo concede, al massimo si può accennare a : “ Che fretta c’era, maledetta primavera……

(e ora ve la cuccate per tutto il giorno !! )

Come una biglia

L’aveva sentito quella mattina sotto la doccia. Senza nemmeno chiedersi cosa fosse. Lo sapeva già. Queste cose si sanno, si sentono nel momento esatto in cui si scoprono.

Tumore.

Lo aveva capito nel momento stesso in cui l’aveva toccato, lavandosi con la sua crema per doccia, profumata alla vaniglia, sotto l’ascella destra.

Era lì, piccolo come una biglia di quelle che usava quando era piccola e ci giocava con i compagni di scuola.

Era come se l’avesse sempre saputo. Prima o poi sarebbe toccato anche a lei.

Ci pensò per tutto il resto della giornata. Dirlo a qualcuno? a chi?

Ai suo genitori era impensabile. Già vecchi era inutile dar loro altre preoccupazioni. Che poi avrebbe dovuto gestire anche le loro ansie oltre le sue, e non era il caso. Non per il momento almeno.

Le amiche? certo, poteva. Ma cosa sarebbe cambiato?

Decise di tenersi il segreto per il momento.     Per quel giorno. Fece tutto come sempre. Si concesse qualche sigaretta in più, per smorzare l’ansia e l’agitazione che salivano quando tornava con il pensiero alla piccola biglia, tanto ormai i giochi erano fatti e non sarebbe stata certo quella boccata di nicotina in più a cambiare il destino, no?

E durante la notte successiva, che sapeva già sarebbe stata insonne, avrebbe fatto un piano di battaglia.

E cosi fece. Nel suo letto, con una mano sul seno destro, quasi a volerlo proteggere, pensava:

 “Domani mattina, prima di tutto, chiamare la ginecologa. Fissare appuntamento dando spiegazione dell’urgenza e da lì in poi, si vedrà.”

E questa era fatta. Pensata almeno.

E poi i suoi genitori. I parenti. Non avrebbe potuto non dire nulla. Non si può certo nascondere la magrezza e il grigiore della pelle che sarebbero arrivati, dietro una dieta voluta. Non per sempre almeno.

Poi arrivarono altri di pensieri. Il vomito, la perdita della forza e del sorriso, di pari passo con i capelli. “Potrei mettermi una parrucca…magari sto giro mi faccio bionda”.

I commenti della gente, quelli che aveva fatto anche lei ad altri. Poverina, cosi giovane, speriamo…

Ci avrebbe pensato poi. Ora voleva solo chiudere gli occhi e non pensare a nulla.

Impossibile, ovviamente. Quella piccola biglia era lì a ricordarle che forse sarebbe morta. Che forse avrebbe perso un seno. Forse anche due.

E con tutti questi “forse” restò sveglia tutta la notte.

Si alzò dal letto alle 05.28 stanca come se avesse zappato la terra per una settimana.

Troppo presto per chiamare lo studio medico, decise di fare come al solito.

Caffè con tanto latte freddo, poi bagno, denti, salita sulla bilancia per la pesata quotidiana, crema idratante prima e quella anti rughe poi.

Aveva voglia di restare in pigiama per tutto il resto della giornata. Invece si mise una gonna nera lunga, un maglione dello stesso colore, coda di cavallo e un po’ di trucco. Oggi il nero era il suo colore. Si vedeva già grigia ?!! No, si disse, stava facendo tutto come ogni mattina.

Rifece il letto, programmò per una macchina di bucato di colori, e svuotò la lavastoviglie.

Tolse dal congelatore una confezione di pesciolini Findus che avrebbe fatto la sera.

Sapeva già che non avrebbe avuto molta voglia di cucinare. Probabilmente non avrebbe avuto nemmeno troppa voglia di mangiare.

Ironicamente rise del fatto che finalmente avrebbe perso quei chiletti in più che aveva.

Vita beffarda!

La ginecologa poteva riceverla in urgenza il giorno dopo alle 15.00.

Nel suo studio, che conosceva bene per i controlli che faceva regolarmente una volta l’anno, si spogliò della camicia e del reggiseno. Mostrò il punto alla dottoressa che a sua volta palpò in modo professionale e attento.

“Si, c’è qualcosa. Ma non allarmiamoci prima di avere informazioni più precise. Prelevo un campione da analizzare e poi agiamo di conseguenza, sei d’accordo?”

Ovvio. Si. Certo. Facciamo tutto quello che occorre. Al più presto. La tempistica per queste cose è fondamentale.

Via, prelievo, analisi, screening di tutta la parte pettorale, risultati.

Altro appuntamento dalla Dottoressa, stavolta chiama lei e fissa il giorno.

Un altro giorno di attesa, di ansia, di paura, di pensieri.

Entro nello studio con 15 minuti di anticipo e mi riceve subito. Brutto segno?

“Siediti. Ho i risultati”. Apre la mia cartella, quella dove si vede la mia storia.

Mi guarda e sorride. “Non è nulla di grave, le analisi hanno dato esito negativo, quello che abbiamo sentito è un nodulo ma benigno, respira pure, (altro sorriso) Lo togliamo domani in modo ambulatoriale.

“Sicura? non c’è altro? Me lo prometti? Me lo giuri?”

“Si. Te lo prometto. Te lo giuro. Non c’è null’altro”.

Mi fa la solita raccomandazione inutile. Tieniti controllata, fai controlli regolari, l’auto-palpazione. Tutte cose che faccio regolarmente e lei lo sa. Non la sento nemmeno.

Esco dallo studio volando. Leggera. Sorrido al mondo senza un motivo. No, un motivo in realtà ce l’ho.

Un paio di telefonate e stasera aperitivo con le amiche. Offro io. “Cosa si festeggia ?” mi chiedono.

Una partita a biglie. Ho vinto io.

aspettami, arrivo


Le conosci, sono quelle persone che sono perennemente in ritardo, anche con l’orologio in mano, anche con tutta la loro buona volontà.

E` più forte di loro.                                                                                 

Tutti hanno almeno una persona così nella loro vita.

Non c’è nulla da fare. E’ proprio insito nel DNA, è la loro condizione naturale.     

Come avere gli occhi verdi, i piedi piccoli, come se fosse una patologia cronica.
Non si guarisce, non c’è cura.

Resta, se non l’accettazione, la rassegnazione.

Le aspetti, lo sai. Metti in conto che se non son 5, sono almeno 10 minuti. Una vita.

A volte pensi furbescamente che se anticipi di quel quarto d’ora l’appuntamento magari le freghi e arrivano “giuste”.
Niente da fare, riescono ad essere in ritardo anche sul orario anticipato.
E per chi è super puntuale, chi è addirittura in versione “meglio 5 minuti prima”, è una vera tortura.

Eppure li aspetti, questi ritardatari cronici. Perché sai che prima o poi arrivano. Ovviamente arrivano, ma POI.

Con tutte le scuse migliori del mondo, le giustificazioni firmate dai genitori, le meglio avventure che solo a loro. E tu sorridi, perché la stessa scusa l’hanno usata 3 volte fa.

E di quelli che incontri e che sai che sono “loro”. La persona, la TUA persona.
Che pur in ritardo che siano, di minuti o di anni o di una vita, tu sai che li aspetterai, sempre.
Che la tua, sarà un attesa eterna.
Resti lì, sul marciapiede, sul bordo. Seduta o in piedi, resti e resisti.                        Ferma come un cane da caccia che punta la preda. Perché se ti sposti magari perdi l’arrivo.
E non te lo perdoneresti mai.

Perché l’attesa è … bella.                                                                                                                                           

 In quel attimo, che sia breve o eterno, c’è racchiuso il mondo.
Di aspettative, trepidazioni. Di gocce di sudore e brividi. Di pensieri, di musica, di odori.
Ma ne vale la pena, aspettarrli
Perché come mi ha insegnato un amico, “più lunga è l’attesa, più grande è la ricompensa”

Arrivo. Non devi aspettarmi, Io sono una di quelle puntali.

quanto ruga

Dicono essere i segni più belli che una persona può avere sul viso.

Si sono sprecati tanti pensieri sulle rughe. (retifica: non sono quasi mai sprecati i pensieri !)
Segnano il tempo, i solchi della vita, sono da contorno al sorriso.
Chi non ha le rughe non ha vissuto. Evviva le rughe!

Eppure, la ruga… ruga !

E cosi, senza dir nulla a nessuno, di nascosto, ti conci da sbatter via.

Si parte quindi con le giostre: creme, sieri, impacchi, maschere di ogni tipo.   

 Intrugli miracolosi che promettono promesse bugiarde.
Al mattino, alla sera, per merenda.

E se per caso ti suona il campanello mentre hai l’impacco color “melma di campo imputridito con acqua del mare del nord” sul viso, sei finita.

Ti nascondi, non apri, non ci sei per la prossima mezz’ora almeno, facciamo un ora,che l’altra mezza ti serve per toglierti tutta quella poltiglia che ti sei messa addosso
Ma proprio adesso ? E fai pure in fretta a togliere tutto…. E quando sei presentabile, alla porta non c’è più nessuno ! Ovvio.
Bella fregata !!

Più che altro perché, dopo tutto questo trattamento, agogni almeno a un piccolo riconoscimento.
E parte il “cosa hai fatto ?”


Risposte possibili, 2:
1 – “ uhh… sembri più giovane” ?
oppure :
“2 – uhh… ti è rimasto qualcosa appiccicato tra il naso e il labbro superiore…ti ho disturbato ? stavi mangiando ??”

di solito vince la seconda opzione. ( i bookmaker danno la quotazione … 2 a 10! )

E lì, ti cade il mondo.
Crolla tutta l’impalcatura. La “ristrutturazione” è finita nello scarico del lavandino.

Ti guardi allo specchio, ti scruti, ti passi al setaccio al millimetro, fai una radiografia approfondita di tutto il viso, collo compreso e… ti vedi come sempre !

Le rughe son sempre lì, anzi se guardi bene bene… da due che erano, son passate a tre.
E in bella compagnia anche.
Di borse agli occhi e qualche capello bianco. Giusto per non farci mancar nulla.

E mentre ti guardi sconsolata allo specchio, rileggi le istruzioni della crema infame !
Che magari hai sbagliato la prassi. Che forse era troppo poca, tenuta per troppo poco tempo (maledetto campanello ! ) o dovevi tenerla in frigo prima dell’applicazione o mille altre possibili vie di fuga dalla triste realtà.

Eppure no. Hai fatto tutto giusto.
Istruzioni seguite alla lettera. Al minuto, al millesimo. Di una precisione chirurgica.

E loro restano lì, in bella mostra, a fissarti.

Le rughe, che ti sorridono e sembrano sussurrare :
“tranquilla, va tutto bene. Stai solo crescendo.”

Sono un king

Io, di oroscopo, faccio Leone.
In quello cinese invece, risulto Gallo.

Che assurda combinazione.
Uno, animale da cortile,
l’altro da Savana.

Cozzano già solo per il fatto che uno è di piuma e l’altro di pelo.
Proprio non ci siamo.
Uno in fattoria, l’altro nella giungla.


Mi fosse capitata la Tigre, dico io, ci si poteva accordare,
se ne poteva parlare, trovare un punto d’incontro almeno !

E ci fosse una volta che, tra uno e l’altro, l’avessero azzeccata !
Manco a piangere, manco a pregare, manco a sognare !

In amore, per esempio, non ne parliamo, pare si tiri ad indovinare.
Non fai in tempo a leggere “oggi trovi sicuro” che già domani ti dice :
“sei in crisi”.
Ma come ?! di già ?? me la stavo appena appena godendo…

La salute poi la schivo sicuro, come il gatto nero. Giusto per essere scaramantici e restare in tema.
O stai alle stelle o sei da rottamare.
Quasi sempre, più la seconda.
E si che stamattina mi sentivo in forma.
O forse era ieri ?
O l’anno scorso ?

e per il lavoro, oggi abbiamo :
difficile rapporto con i colleghi (ma se non c’è nessuno !! )
Attenti agli imprevisti (ma se sono IMPREVISTI !!?? )
Fatevi amici il capo (ma anche no…)

Il colore mi dicono sia il giallo. E non mi piace.
Il fiore preferito, il girasole.
Io adoro ranuncoli, mughetti e ortensie,
tutto un altro fascio d’erba.

Insomma, mai una gioia !
Eppure, chissà come mai, uno sguardo fugace ci scappa sempre.

Giusto per rassicurarmi.
Per avere conferma che oggi nulla andrà come previsto.
Si sa mai che mi si scombini la giornata.

io Leone… io Gallo.
beh, in fondo, sono entrambi RE.

stasera si esce

Già nel pomeriggio senti quella piccola eccitazione che comincia a salire.

E ti prepari mentalmente, pensando: cosa metto? le scarpe? tacco? basse? farà freddo?
Porti una pashmina che non si sa mai.

Calcoli i tempi. Doccia, capelli.
Raccolti? sciolti? provi le diverse combinazioni, poi tanto fai sempre la stessa, che non fa una piega !

Una buona mezz’ora per il trucco (a una certa, 30 minuti sono appena appena sufficienti)

Vestizione:


Davanti ad un armadio stracolmo scatta il tradizionale “ cazz !! non ho niente da mettermi !”
E’ un karma per noi donne !
Bisogna dirlo tre volte e poi funziona, qualcosa trovi.

Provi quella gonna che vuoi assolutamente mettere perché appena presa ma non sai cosa metterci “sopra”.

Ci pensi un po’, tergiversi, apri l’altra anta del tuo guardaroba modello “Carrie Bradshaw” (ma magari !)
e ti dirigi verso i pantaloni.


Neri, che non si sbaglia mai con il nero, dice mia mamma.
E’ un evergreen il nero (sembra quasi un ossimoro !)
Va con tutto.

E snellisce, particolare non sottovalutabile e anzi, a volte, indispensabile!

Non male, ma in testa hai ancora la gonna.
Camicia bianca? no ! sembri un cameriere.

Riprovi la gonna.

Te la senti bene, te la lisci sui fianchi. Non male per la tua età. Non troppo corta, ma neanche lunga.

Fai ancora un figurone, ti dici. Aggiudicata! Gonna batte pantalone, partita chiusa.

All’ultimo opti per un top di maglia, maniche tre quarti. Rosso, che ravviva un po’ ed è in tinta con la pashmina.

E poi vai di sfilata in corridoio. Avanti e indietro. Con le scarpe alte, con quelle basse.
Sei quasi pronta. Quasi. Perché ora arriva il bello.

L’arduo compito di “caricare” la borsa.
Borsetta, please!
L’elenco in ordine alfabetico ( ma non di importanza ) prevede :


assugrin per caffe / borsellino / carta e penna / cicche-caramelle / cellulare / cerotti per le fiacche / chiavi / coltellino Svizzero multiuso/ fazzoletti / occhiali, per leggere da vicino / porta documenti / rossetto.

Ci siamo quasi.


Ennesima occhiata allo specchio.
Sorriso, lisciata alla gonna, togli un capello dalla maglia.

Revisione di sicurezza all’interno della borsa stile Mary Poppins.

All’ultimo ci infili pure una boccetta di profumo di quelle mignon, che non si sa mai.

Stasera si esce.
Hamburger al Mc Donald, che era una vita che lo sognavi.

a S.

Oggi è una di quelle giornate in cui senti che tutto è cambiato. Una sensazione, perchè in effetti tutto è rimasto uguale a ieri.

Eppure senti che manca qualcosa, che qualcosa non è più come prima

Cerchi di non pensarci e fai altro.
Sposti mobili per far bene la polvere “dietro”
butti cose che son lì da anni in virtù del “lo tengo, non si sa mai”.
Fai il bucato, stiri. Prepari una torta.

Eppure questa sensazione ti rimane addosso, è sempre li.
come un tarlo nel legno. Come un bruco nella mela.
piano piano scava.
e lo senti nello stomaco che è li.

Ti dici che non sai, ma invece sai benissimo.
Lo neghi, lo schivi, tieni la mente impegnata.Ma prima o poi eccolo che rispunta, il pensiero.
basta una canzone, un odore, una frase.

E tutto ti riporta alla partenza, senza passare dal via, senza andare in prigione.

Ma ormai hai spostato tutti i mobili, stirato tutti i panni, buttato tutto quello che potevi buttare.
E devi fare i famosi due conti con te stessa.

So benissimo di cosa si tratta. Vorrei negare di non sapere.
Ma so. So che niente sarà più come prima.
Perché la vita ti cambia.
Gli eventi ti cambiano.
Le persone ti cambiano.

Le persone ti lasciano anche.
E se ci sono persone che confermano il detto “meglio perderle…” altre invece ti mancheranno.
Immensamente

Anche se per breve che sia stato il viaggio che hai fatto con loro.


Sai che ci sarà un momento in cui il fiato ti verrà meno.

Che un magone ti salirà alla gola.
Che gli occhi si veleranno.

E guarderai altrove per non farti scoprire nelle tue fragilità.

Ecco, ho scoperto. Al diavolo la polvere, il bucato, le torte.

Buon viaggio S.

Alla mia amica S.

Settembre 1969 – Agosto 2019

Non hai fatto in tempo a festeggiare con noi i tuoi 50.

Noi che quasi tutti ormai li abbiamo festeggiati.

E Tu non c’eri. Non hai fatto in tempo.


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