Il solito bar, la solita musica. Gli stessi amici. Eravamo cosi. Giovani e spensierati.
Gli stessi problemi con il tedesco, in classe. Ci si passava gli appunti l’uno con l’altro e ci si arrabattava con la matematica e la lezione di francese. E a volte si bigiava. Non tanto per non fare lezione, ma proprio per il gusto di marinare la scuola e sentirsi immortali per un pomeriggio.
Abbiamo passato giornate intere a girovagare per i paesi. Si andava a fare il bagno al lago, alle feste. Ci si scroccava le sigarette, da fumare durante la ricreazione.
L’ho conosciuto cosi, con i capelli rasati ai lati e la cresta impomatata di gel. Con un giubbotto di pelle, e l’orecchino. Un gran bel figo.
Dopo le scorribande di gioventù, e la fine della scuola superiore, ci siamo persi di vista.
Da amici comuni ho poi saputo che aveva trovato la sua strada. Si era sistemato, come si dice.
Aveva tutto. Un buon lavoro, anzi ottimo. Si era fatto una posizione, di un certo prestigio.
Una bella famiglia, casa con giardino, auto ultimo modello. Un figlio..
Insomma, aveva seguito il copione. Si era costruito una vita tranquillamente ordinaria.
Ho scoperto, tempo dopo, che, da qualche anno a questa parte è lì, seduto su quella sedia con due ruote piccole davanti, e due grandi dietro. Di quelle che hanno una piccola manopola posta sul bracciolo, come un joystick.
Avanti, indietro. Curva. Attenzione al tavolo.
E se non è seduto, è sdraiato, sul letto.
Inerme.
Può parlare, ridere. Pensare. Anche cantare a volte. Nulla di più.
Ha delle lunghe conversazioni con Siri. Come fosse diventata la sua amante virtuale. Gli chiede di tutto.
Ma Siri non può dargli da mangiare, non può vestirlo. Neanche fargli la barba. O allacciargli le scarpe. Siri può rispondere. E a volte non è in grado neanche di fare quello.
E ora abita in questa prigione che si chiama assurdamente Casa Paradiso ma che di paradisiaco non ha proprio nulla. Evidentemente, Casa Inferno era troppo, anche per i più audaci.
Prigioniero del suo stesso corpo. Che non è più un corpo, ma piuttosto un fastidio. Un impiccio. Che gli dà solo guai e problemi.
Che non risponde ai comandi che il cervello invia. E piano piano si consuma.
E tu lo vedi, che “sembra” sereno, mentre in realtà sai che è solo rassegnato.
E gli dai da mangiare un pezzo di pizza, e lo fai bere dalla cannuccia. E gli pulisci la bocca con il tovagliolo. E poi il bicchierino con le 7 pastiglie da prendere a pranzo, tutte colorate, tutte diverse. E altre 7 per la cena, di altre forme e altri colori, come dei confetti.
E per un pomeriggio cerchi di raccontargli un pezzo di vita che c’è là fuori.
Lo vedi che ti ascolta, avido di un esistenza che non ha più. Gli racconti del traffico che c’è in autostrada, tutte le sere verso le cinque, e di tuo figlio che non va bene a scuola e che forse rischia di bocciare l’anno.
Di come te la passi, tu che puoi correre. Che puoi andare a sciare, a ballare con gli amici, al ristorante a mangiare cinese. Che puoi girarti nel letto o alzarti per pisciare. E chi se ne frega se la fai fuori.
Mentre lui, pensi, non può permettersi neanche di prendere un raffreddore. Perché non può soffiarsi il naso che cola. Non da solo.
Non sto a fare moralismi sulla vita ingiusta, sulla fatalità di un evento, nessuna banalità sul “momento sbagliato nel posto sbagliato” .
Di queste frasi fatte, superficiali.
E a chi sta pensando “si deve vedere il bicchiere mezzo pieno”, chiedo:
“Pieno di cosa, esattamente ??”
Faccio solo un commento finale:
La vita.
A volte.
E’ proprio una gran MERDA.
brododigallina – ortioca





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