Camera con vista

Sono sdraiata su un lettino freddo. Ho giusto un telo che mi copre.

No, non sono ancora morta. Ma sento freddo. E l’unica cosa che conservo nella mente è:

  • Conti all’indietro partendo da dieci –

 Obbedisco. Dieci…nove…ott…

E il fantastico mondo del niente arriva. Dormo il sonno chimico, senza sogni, senza pensieri. Solo il buio. Potesse durare all’infinito. Magari.

Invece arriva il conto da pagare al risveglio. Risorgo dalla nebbia come un Cristo dal sepolcro.

Una stanza con due letti, ma uno è vuoto, e penso “che culo” per una volta la pagliuzza corta l’ha pescata un altro. Per fortuna. Nessun obbligo di conversazione forzata e sono padrona incontestabile del telecomando per tutta la durata del mio soggiorno.

Finestra-balcone con vista sul parco. Ogni mattina un ometto con il rastrello ci fà un giro. Lo vedo che raccoglie a volte qualche cartaccia a volte un paio di mozziconi.

Guardo le cannette. Una nel braccio l’altra da qualche parte più sotto, una che entra e una che esce.

Possiamo chiamarlo un “do ut des”.

Ripercorro all’indietro quel filo sottile che entra, poco sotto il gomito sinistro, e resto ipnotizzata dalla gocciolina che scende con un ritmo regolare, sopra di me, da un sacchetto trasparente con qualcosa dentro che non so cosa sia, ma nemmeno mi importa.

Tic…Tic…Tic.

Faccio un sospiro e guardo fuori dalla finestra. C’è un enorme quercia, ormai spoglia di foglie che tra poco scomparirà nel buio della sera.

A breve so che arriva la cena.  Forse chiamarla “cena” è da ottimisti e io non lo sono più da tempo.

Trattasi di una tazza di brodo (di origine non ben definita) con una pastina che mi ricorda quella dell’infanzia e che ho sempre odiato.

Seguono due fette di prosciutto o tacchino, non si capisce. Le guardo e provo pena per loro. Sono cosi smorte che nemmeno il ciuffetto di prezzemolo appoggiato sopra le può salvare.

Una michetta stantia. Un vasetto di vetro con un etichetta che spaccia il contenuto per budino al cioccolato. Del cioccolato ha solo il colore.

Faccio spazio nello stomaco con un po’ di acqua, rigorosamente piatta. La bocca mi rimanda un gusto ferroso e penso che ci vuole coraggio per affrontare anche questa prova.

Accantono la cena e accendo la televisione. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare dalle voci di “Scandal”. Una serie, il cui titolo ha già dato tutti gli indizi di come si evolve la storia.

Conosco i personaggi. Il presidente, la moglie, l’amante di lui… Un filone che non tramonterà mai.

Vengono a “sparecchiare” la cena, poi misurano la temperatura e mi danno una “pompata” per la pressione. Controllano il sacchetto appeso al trespolo. Abbastanza pieno da passarci la notte, dicono, e se ne vanno.

Sento che in corridoio parlano di me. Qui nessuno ha un nome.

Io sono la 206. 

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Ortioca

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