Non sono più l’animale notturno che ero un tempo. Sono diventato vecchio.
Non sono più quello che ti svegliava alle due di notte per farti sentire “Singin’ in the Rain”.
Che ti raccontava i segreti dei maschi, quelli che non si dicono mai a nessuno, ma io sì, te li dicevo. Senza peli sulla lingua, senza imbarazzo. Ti ho svelato il mio, di segreto, perché solo a te potevo raccontarlo. E non mi hai mai giudicato.
Ero quello che non ti lasciava dormire e ti diceva “non te ne andare, resta qui con me, rimani ancora un poco”.
E per farti restare ti passavo canzoni antiche, belle, dicendo “shhhh… ascolta”. E tu dicevi “ancora”. Era bello quando lo dicevi.
Quel “ancora” aveva il sapore di infinito.
No, non sono più quello. Che a volte ti faceva piangere, a volte ridere. Spesso incazzare.
A volte ti chiedevo “dai, vieni per un abbraccio. Solo un abbraccio, veloce, poi vai via”. Ma le nostre “strette” non sono mai state veloci. Lo sapevamo.
E tu arrivavi, con ancora il sonno addosso, per un abbraccio agognato.
E si facevano le 5, le 6 le 7 di mattina in un attimo. E mi chiedevo dove fosse andato a finire tutto quel tempo passato in un secondo.
No, non sono più l’animale notturno che ero. Sono solo un uomo anonimo.
Che nessuno riconosce per strada, che esce sempre più raramente.
Che fa fatica anche ad alzarsi dal letto. Anche a farsi la barba al mattino.
Sono invecchiato, sono stanco. Non cerco più nulla e nessuno, e nulla e nessuno mi interessa più. Tutto mi scivola addosso, nulla desta più la mia attenzione. Nemmeno le mie grandi passioni riescono a risvegliare un barlume di svagatezza. Automobili e musica. Una volta.
A tratti anche il sesso mi coinvolgeva, ma è passata anche quella, di voglia. Il desiderio ha abbandonato la mente e il corpo ha seguito di pari passo. Ho smesso anche di darmi pace in modo autonomo. Perché faccio fatica anche a masturbarmi.
Mi sono tuffato nel lavoro. Con un triplo carpiato. Per dimenticare, per non pensare. Serve a poco.
Eri un pelo sopra la media, anche se non ho mai voluto darti soddisfazione. Ti facevo rosicare. Era un modo come un altro di giocare al gioco delle parti.
Perché alla fine sono un maschio definito “superior” . Si paga un po’ di più ma …vuoi mettere il lusso, il privilegio di avere a che fare con uno come me?
Immagino che tu non pianga più, non rida più. Ma di sicuro ti incazzi ancora.
Però mi ricordo, che a volte facevi ridere anche me. Mi davi un attimo di serenità, mi piaceva giocare con te.
Ma non te l’ho mai detto, che a tratti mi facevi stare bene.
Non ti ho mai detto molte cose.
Forse avrei dovuto. Forse avrei potuto.
E ti ricordo tutti i giorni. Mio malgrado.
Non bella, ma bella per me. Non stupida, non convenzionale, non banale.
Eri un sacco di “non”.
Probabilmente lo sei ancora.
Eri. Mi accorgo che ti metto al passato ed è brutto. E non so spiegarmi perché sei diventata un “eri”.
Mi accorgo che non hai mai smesso di mancarmi, ho solo smesso di dirtelo.
Scusami.
Per quelle poche volte che te l’ho detto.
Per quelle poche volte che sei riuscita ad estorcermelo quasi con forza.
Si, te l’ho detto troppe poche volte. Cazzo. Peccato.
Ortioca
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